C’è un’Umbria fatta di micro-paesi arroccati che si aprono su vallate e laghi. Paciano, tra i Borghi più Belli d’Italia, ha saputo combattere lo svuotamento puntando su un turismo consapevole che ricerca luoghi genuini e veri.
La Paciano medievale
Le origini di Paciano affondano le radici in un passato remoto. Sebbene il nome richiami la gens latina Paccia o la divinità Giano (Pax Jani, il tempio della pace), il primo documento ufficiale risale al 917, quando l’Imperatore Berengario I donò queste terre al marchese Uguccione di Bourbon. Il borgo attuale, tuttavia, prese forma nel corso del XIV Secolo, quando gli abitanti decisero di spostarsi dal nucleo originario di Paciano Vecchio, situato più in alto sul Monte Petrarvella, per ricostruire il castello più a valle. L’impianto urbano di Paciano è un saggio di urbanistica medievale con la tipica cinta muraria trecentesca che racchiude una griglia geometrica definita da tre strade principali parallele, tagliate ortogonalmente da piccoli vicoli. Palazzo Baldeschi è il Centro comunale polivalente. È una struttura tardo-gotica e rinascimentale, oggi sede del Museo del Territorio e della Banca della Memoria, progetto d’avanguardia antropologica mirato a digitalizzare il patrimonio immateriale artigiano e contadino.

Edifici religiosi a Paciano fra apparizioni, capolavori e misteri
La Chiesa di San Giuseppe chiamata dai locals “Chiesa Dentro” è un nucleo religioso che custodisce la trecentesca Madonna della Misericordia, opera di scuola umbra che ridefinisce lo spazio sacro come pinacoteca comunitaria. Nella Sala della Confraternita del Santissimo Sacramento si trova l’imponente affresco che raffigura la Crocifissione, dipinto nel 1452 da Niccolò Francesco di Bonifazio da Castel della Pieve. La Chiesa della Madonna della Stella, invece, è situata fuori le mura, sull’altare c’è un l’affresco mariano sopra il quale, narra la leggenda, sia apparsa la Stella. In questa mappa del sacro e della memoria si inserisce una delle architetture più enigmatiche del borgo: la Chiesa di San Carlo Borromeo. Costruita entro il 1612 e consacrata nel 1629 per volontà del Cardinale Francesco Cennini, allora nunzio apostolico a Madrid, la chiesa si distingue nel tessuto urbano per un rigoroso portale in pietra serena. Sede della Confraternita del Santissimo Crocefisso, la chiesa resta chiusa per quasi tutto l’anno, aprendosi al pubblico e al culto nel periodo pasquale e nella Settimana Santa. Quando le porte si schiudono, le pareti e i decori ottocenteschi appaiono interamente rivestiti da paramenti luttuosi e drappi funebri. La navata è punteggiata da vasi di veccia (vicia sativa): una pianta erbacea che i fedeli fanno germogliare al buio. Privata della luce solare, la pianta perde la sua clorofilla e cresce filiforme, di un bianco spettrale, trasformandosi nel simbolo paleocristiano della vita che sconfigge le tenebre del sepolcro. Ai piedi dell’altare maggiore viene esposto il prezioso simulacro del Cristo Morto. Si tratta di un antico e pregevole crocifisso ligneo policromo intagliato a mano risalente al 1620-1628. La sera del Venerdì Santo, questo capolavoro scultoreo lascia la chiesa per essere portato a spalla in una solenne processione notturna.
Antico Sipario, un hotel per riposare nell’arte
Se la conservazione è il corpo di Paciano, la sua rigenerazione passa da interventi privati ad alto valore speculativo e culturale. L’Antico Sipario Boutique Hotel è il manifesto di questo approccio. L’edificio, un palazzo quattrocentesco originariamente fulcro della vita comunitaria, nel corso del Novecento aveva ospitato il “teatrino” del paese prima di cadere in un lungo oblio. Il progetto di restauro architettonico ha trasformato la struttura in un design hotel concettuale. Il recupero non ha cancellato le stratificazioni del tempo mantenendo le travi lignee a vista, le pareti in pietra originaria e il chiostro interno, ma ha rifunzionalizzato gli spazi attorno all’idea di messinscena. Il ritrovamento dell’originale sipario in tela del vecchio teatro ha dettato la linea curatoriale delle camere e delle aree comuni. Ogni stanza è dedicata a una specifica declinazione delle arti sceniche. Non si tratta di una semplice operazione di hospitality, ma di un’estensione del tessuto museale del borgo, un presidio che ospita simposi, incontri culturali e micro-residenze artistiche.
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Rocca Buitoni, la casa della famiglia più dolce d’Italia
A ridefinire lo skyline meridionale del borgo svetta la Rocca Buitoni (nota anche come Torre Buitoni). Sfruttando la Porta Rastrella per osservarla dall’esterno in tutta la sua imponenza, l’edificio trecentesco appare perfettamente inglobato nella facciata sud del monumentale Palazzo Cennini, ristrutturato nel XVII Secolo dal Cardinale Francesco Cennini. Sviluppata su tre livelli e scrigno di preziosi affreschi del XVI Secolo e due cappelle interne, la Rocca è stata acquistata oltre un secolo fa dai fondatori dello storico marchio alimentare italiano. L’edificio è diventato una dimora d’elezione intimamente legata alle vicende personali della celebre dinastia. Questo luogo iconico, oggi censito tra i I Luoghi del Cuore del FAI, non si è trasformato in un museo aziendale ma è tuttora abitata dagli eredi, e apre le proprie porte e i propri giardini privati in occasione di manifestazioni culturali. In quello che era l’orto oggi c’è il ristorante L’Orto in Tavola gestito da Luigi Buitoni, in cucina, e dal fratello Bruno in sala.
“The Garden of Peace” a Paciano, l’ulivo come segno di Pace
La rilettura del patrimonio pacianese non si ferma all’architettura, ma investe il paesaggio agrario inteso come manifesto politico e sociale. È in questo contesto che sorge The Garden of Peace, un’iniziativa di respiro internazionale nata proprio a Paciano. Il progetto sfrutta la duplice eredità del luogo che vede da un lato l’etimologia del nome (legata a Giano Bifronte, divinità della pace), dall’altro la presenza monumentale degli ulivi secolari, simbolo universale di coesistenza e rigenerazione. L’iniziativa ha portato alla creazione di uno spazio verde in cui sono stati piantati 21 ulivi provenienti dal Banco Mondiale del Germoplasma, rappresentando altrettanti Paesi del Mediterraneo e del mondo. Questo “mosaico verde dell’olivo” si configura come un’opera di Land Art permanente e partecipata, dove la cura della biodiversità diventa un esercizio di diplomazia culturale e cittadinanza attiva. La forza del progetto risiede nella sua replicabilità. La “sorgente” pacianese ha infatti inaugurato una rete globale che collega l’Umbria a siti di immenso valore storico come l’Alhambra di Granada, il parco del COI (Consiglio Oleicolo Internazionale) a Madrid e il sito di Cogollos Vegain in Spagna; la Valle dei Templi di Agrigento e l’Accademia Bocelli a Lajatico in Italia; Chania a Creta, Tangeri in Marocco e Toronto in Canada.
Alessandra Iannello
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