Quattro ore dentro il rito erotico di Marina Abramović in una ex centrale della Ruhr 

In occasione della Ruhrtriennale Festival Der Künste 2026, per quattro ore ininterrotte, Abramović porta in scena il monumentale spettacolo Balkan Erotic Epic. Tredici scene che colonizzano lo spazio, canti polifonici, ritualità ancestrali che affondano le radici nel folklore più viscerale dei Balcani

Ci sono luoghi in cui la storia del lavoro è diventata patrimonio, paesaggio, persino una forma di racconto collettivo. Nella Ruhr dal cuore d’acciaio, le miniere e le fabbriche che hanno costruito la ricchezza industriale della Germania sono oggi spazi culturali, mentre le chiese, svuotate dalla secolarizzazione, diventano luoghi in cui testare la tenuta delle comunità. È uno dei fili di Manifesta 16 Ruhr, la Biennale nomade europea, che ha disseminato il suo percorso in dodici chiese tra Duisburg, Essen, Gelsenkirchen e Bochum. Edifici nati negli anni Cinquanta per accogliere, aggregare, offrire sostegno e rispondere alle fragilità del tempo, tornano oggi a interrogarsi sulla propria funzione sociale prima che religiosa. Entrando in queste navate ormai spoglie ma ancora risonanti, ci si imbatte nelle stratificazioni della grande migrazione novecentesca, nei cosiddetti Gastarbeiter, i lavoratori ospiti giunti da ogni angolo d’Europa e del Mediterraneo per scendere nelle miniere, estrarne il carbone, alimentare e fare funzionare gli altiforni. Nelle opere i gesti artistici sono discreti ma densi di risonanze, attraversati da una delicatezza quasi liturgica che dà forma alla faticosa esperienza dell’integrazione.

Quattro ore dentro il rito erotico di Marina Abramović in una ex centrale della Ruhr 
Marina Abramovic, Balkan Erotic Epic, ph. Marco Anelli

Lo spettacolo Balkan Erotic Epic di Marina Abramović nella Ruhr

In un altro luogo della stessa archeologia industriale, la mastodontica Kraftzentrale del Landschaftspark Duisburg-Nord, si scende, invece, verso una memoria più profonda, più antica e fisica, che sopravvive nelle tradizioni, nei corpi e nei gesti mediante i quali le società hanno cercato di dare un ordine alla vita e alla morte. Qui, inserita nella programmazione della Ruhrtriennale Festival Der Künste 2026, per quattro ore ininterrotte, Marina Abramović (Belgrado, 1946) porta in scena il monumentale spettacolo Balkan Erotic Epic. Attraverso tredici scene che colonizzano lo spazio, il pubblico si trova immerso in una fitta trama di canti polifonici, ritualità ancestrali, nudità esposte e coreografie che affondano le radici nel folklore più viscerale dei Balcani. Un’operazione che teatralizza, riprende e riattiva tutti i contenuti presentati nella sua grande mostra al Gropius Bau di Berlino, conclusasi a fine agosto scorso.

Quattro ore dentro il rito erotico di Marina Abramović in una ex centrale della Ruhr 
Marina Abramovic, Balkan Erotic Epic, ph. Marco Anelli

La struttura dello spettacolo

Ma se tra le pareti del museo quei temi vivevano in forma di ricerca, archivio e installazione, qui il contesto industriale li trasforma in azione viva, rendendoli dinamici e solenni e quella che l’artista stessa definisce l’opera più ambiziosa della sua vita si configura come un viaggio antropologico e politico nelle dinamiche primordiali delle relazioni umane. “Questo mi offre l’opportunità di riconnettermi alle mie radici e alla mia cultura slava”, dichiara, “di guardare agli antichi rituali e di esplorare la sessualità in relazione all’universo e agli interrogativi irrisolti della nostra esistenza”. Gesti enfatici riaffiorano da un’epoca premoderna, un tempo in cui il corpo non era ancora un ingranaggio della macchina produttiva, bensì lo strumento primario con cui l’essere umano decodificava il mondo e stringeva patti di sangue con la terra. Sesso, fertilità, nascita, lutto, desiderio si fondono in una ripetizione ossessiva come se l’esistenza tornasse continuamente ai suoi passaggi fondamentali.

I Balcani nell’opera di Marina Abramović

Infatti, nei tredici atti che compongono lo spettacolo, il sesso è potere, paura, sopravvivenza, una lingua con cui esprimere ciò che non si può controllare, negoziando direttamente con la natura. Le donne, come Menadi dionisiache, danzano e rivolgono il sesso verso il cielo per fermare la pioggia. Gli uomini, invece, si accoppiano con la terra, la fecondano, vi affondano il fallo e ne traggono una prova di rinnovato vigore virile. E poi ci sono le sworn virgins, le donne che rinunciano alla propria identità femminile e assumono quella maschile, accedendo così a un codice sociale e guerriero altrimenti precluso. Nello stesso intreccio di polarità, matrimonio e funerale si mescolano, il bianco virginale si accosta al nero del lutto, la musica passa dalla festa alla malinconia, dal grottesco alla disperazione. Nel frattempo, una banda balcanica, con quel suono scomposto e festoso alla Kusturica, guida il pubblico come il pifferaio magico: lo fa entrare in scena e, alla fine, lo riporta fuori nel mondo reale.

Quattro ore dentro il rito erotico di Marina Abramović in una ex centrale della Ruhr 
Marina Abramovic, Balkan Erotic Epic, ph. Marco Anelli

Il teatro di Marina Abramović

All’ingresso, un grande schermo mostra i volti delle donne segnate dal dolore, mentre si battono il petto, dove compare anche l’artista, una tra la moltitudine di teste coperte da fazzoletti neri. Preludio a quanto accade nella kafana, luogo tradizionale della convivialità balcanica, ricostruita in uno spazio segnato dalla devastazione. Qui si entra in una dimensione sospesa per prepararsi alla celebrazione di un lutto già inscritto nella scenografia che contempla il ritratto d’ordinanza di Tito. Il suo monumentale funerale, reiterato ossessivamente durante lo spettacolo, diventa il punto in cui la cerimonia politica si sovrappone a forme di devozione e memoria molto più antiche: il culto del capo, del padre, degli antenati. Del resto, per Marina Abramović, Tito non è solo un personaggio storico ma una presenza che appartiene alla storia familiare. Cresciuta con genitori partigiani e militari, l’artista ha respirato fin da bambina quella particolare idea di disciplina e appartenenza incrollabile che aveva unito la Jugoslavia socialista. Questo nodo biografico prende corpo in una delle scene più intense dello spettacolo, dove viene rievocata la madre dell’artista.

La Ruhrtriennale Festival Der Künste 2026

Cammina in scena rigida, chiusa nella sua divisa militare, simbolo del vecchio potere autoritario. Ma quell’ordine è destinato a spezzarsi: in un crescendo ipnotico, la donna si abbandona a una svestizione liberatoria. L’uniforme cade e anche il corpo si emancipa dalle catene dell’ideologia e mostra la carne viva sotto il peso della storia. Tra le maschere imposte dalla società e le verità celate dall’istinto, l’artista sceglie un registro barocco in cui l’esuberanza, l’accumulo, la teatralità, vengono portati al massimo della loro evidenza, nel format di una “vanitas” contemporanea, rivelatrice della debolezza e della transitorietà di ogni liturgia.

Alla fine, sotto il cielo della Ruhr – lo stesso che, qualche regione più a est, è annerito dall’ascesa dell’AfD – la domanda che l’artista porta dentro l’ex centrale elettrica è precisa: cosa può ancora tenere insieme gli esseri umani quando le grandi strutture identitarie si sono consumate e le comunità rischiano di divorarsi? La risposta di Abramović è un cambio di scala, dalla comunità all’umanità, nelle sue parole che chiudono il cerchio: “It’s not pornography, it is humanity.”

Marilena Di Tursi

https://www.ruhrtriennale.de

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Santa Nastro

Santa Nastro

Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è vicedirettore di Artribune. Dal 2015 è Responsabile della Comunicazione di…

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