Le architetture, le scenografie, gli spazi e le loro psicologie che abbiamo visto nei film al Festival del Cinema di Venezia 83
Dall’architettura del bunker nel film di Florian Zeller agli orizzonti di Rapa Nui, quattro film raccontano come lo spazio possa diventare una proiezione della mente e dell’animo umano
In alcuni film presentati al Festival del Cinema di Venezia 83, architettura, interni e paesaggio non si limitano ad accogliere i personaggi ma ne rendono visibili paure, desideri e conflitti. Lo spazio diventa così una forma della psicologia. In Bunker di Florian Zeller questa relazione è al centro stesso del racconto. Miguel, architetto affermato, deve progettare per un miliardario un rifugio sotterraneo destinato a sopravvivere al collasso della società. Ma il bunker diventa presto qualcosa di più di un edificio con lo scenografo Alain Bainée: è l’illusione di poter tenere fuori il pericolo, gli altri e perfino la morte. A questa architettura della chiusura si oppone un’immagine elementare: una finestra che il vicino vorrebbe aprire nel muro divisorio per far entrare la luce. Bunker, muro, finestra: tre elementi spaziali che diventano tre condizioni interiori. Anche il matrimonio di Miguel e Sofia sembra costruito su pareti invisibili; ritrovarsi significa allora rinunciare, almeno in parte, alla sicurezza delle proprie difese.
L’inquadratura come architettura al Festival del Cinema di Venezia 83
In The Echo Chamber di Andrea Pallaoro lo spazio si restringe ancora. L’appartamento nel quale Leo vive quasi recluso è elegante ma soffocante, insieme rifugio e prigione. Corpi, oggetti e silenzi sono disposti con rigore geometrico, mentre il formato quasi quadrato dell’immagine accentua la sensazione di costrizione. Qui non è soltanto la stanza a imprigionare il personaggio: è l’inquadratura stessa a farsi architettura. La “camera dell’eco” – la cui scenografia porta la firma di Gaspare De Pascali – finisce così per coincidere con la mente, dove dolore, dipendenza e desiderio ritornano continuamente su se stessi.
Spazi dell’anima al Festival del Cinema di Venezia 83
Di segno opposto è Wild Horse Nine di Martin McDonagh. Dal clima cupo e oppressivo di Santiago il film approda alla luce di Rapa Nui: verde, oceano, cielo, orizzonti apparentemente senza confini. Eppure l’apertura del paesaggio non coincide con la libertà. Si può attraversare il mondo senza riuscire ad allontanarsi da ciò che ci abita: memoria, colpa, paura della fine. Non tutte le prigioni hanno muri, sembra suggerire McDonagh con la scenografia di Denis Schnegg, e non tutti gli spazi aperti riescono a liberarci.
Anche L’Estranea di Paolo Strippoli lavora sul confine tra fuori e dentro a cui ha “dato forma” Marcello Di Carlo. Pioggia, tempesta, casa, corpi: ciò che dovrebbe proteggere diventa progressivamente inquietante. Se Bunker costruisce muri per impedire alla paura di entrare, qui il perturbante nasce dal sospetto opposto: che ciò che temiamo sia già dentro la casa, nella famiglia, forse dentro di noi.
Lo spazio cinematografico al Festival del Cinema di Venezia 83
Film molto diversi finiscono così per incontrarsi in una medesima intuizione: lo spazio cinematografico racconta ciò che i personaggi non riescono a dire. Una stanza può essere una mente, un’isola una prigione, una casa il luogo dell’estraneità, un bunker la materializzazione della paura. E forse proprio la finestra di Zeller offre l’immagine più semplice per raccoglierli tutti: a volte non è un altro muro a salvarci, ma un’apertura attraverso la quale possa entrare la luce.
Gianfranco Missiaja
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