Il teatro come specchio dell’umanità. Intervista al co-direttore del festival Narni Città Teatro, Davide Sacco
Per la sua settima edizione il festival, aperto dall’11 al 13 settembre, è sempre più aperto all’arte contemporanea e alla performance. Ne abbiamo parlato con Sacco
Il tema della settima edizione del festival Narni Città Teatro è Stati di umanità, un titolo interessante per uno che ha scritto La ballata degli uomini bestia; ma nei testi di Davide Sacco, direttore del Teatro Manini di Narni (in provincia di Terni) e co-direttore artistico del festival con Francesco Montanari, la bestia non è mai il contrario dell’uomo: è una delle sue possibilità. Il festival apre quest’anno dall’11 al 13 settembre, e negli stessi giorni Sacco presenta la tournée europea de L’uomo più crudele del mondo, da lui scritto e diretto, che dal 26 settembre toccherà cinque città europee.
Da una parte c’è un festival sempre più aperto, oltre la prosa, all’arte contemporanea e alla performance; dall’altra uno spettacolo sul potere che vede in scena Lino Guanciale e lo stesso Montanari.
L’intervista a Davide Sacco
“Umanità” è ancora una parola positiva?
Positivissima – risponde Sacco – soprattutto se la leghiamo al festival. Tengo sempre come bussola una frase di Pirandello: l’uomo è una bestia, ma può anche scrivere la Divina Commedia. È un motore della mia scrittura e della mia regia: cercare le contraddizioni dell’uomo. È nella sua fragilità che vive la poesia e questo mi interessa indagare e narrare.
Sei un fondamentalista della parola. Narni accoglie anche arte contemporanea e performance. Il direttore artistico sta mettendo in discussione il fondamentalista della parola?
No. Ma il compito di un festival è riuscire a raccontare sia il tema che si sceglie sia la bellezza, con tutte le armi che si hanno. E tutte queste armi appartengono a un’unica arma: l’umanità. Come diceva Brecht, tutte le arti tentano di replicarne una più complessa e difficile: l’arte del vivere.

Il festival secondo Davide Sacco
Narni Città Teatro è un festival ricco di proposte. Cos’è per te un festival?
Sono un fondamentalista dell’attore. L’attore per me è centrale e lo rendo partecipe del processo creativo. Sarà lui a vivere e raccontare le emozioni: non può esserci una dittatura registica o autoriale su un essere umano. Lo stesso approccio liberale che ho con lo spettatore. Non devo creare un festival selettivo nel quale detto la linea guida. Ci sono il tema che abbiamo scelto, la mia poetica, la mia visione culturale, politica, globale, ma il mio compito è darti la possibilità di crearti il tuo festival.
Cosa vorresti ottenere?
Vorrei togliere l’intellettualismo culturale e arrivare a un pragmatismo dei sentimenti. La forza sta anche nel non poter vedere tutto: scegliere cosa mi emoziona di più, in questo momento storico, è già una scelta di libertà. Scegliere il proprio festival dentro il festival è un atto di responsabilità, perché sarai tu la linea narrativa di te stesso. La bellezza è un atto di democrazia e la democrazia nasce quando le persone possono scegliere.
E dallo spettatore?
Che dedicasse tre giorni a togliersi le sovrastrutture e a lasciarsi emozionare. Anche il passaggio tra uno spettacolo e l’altro è festival: è festival anche dire ‘non voglio vedere altro, ho visto uno spettacolo, sono emozionato, voglio farlo decantare’. Bisogna distinguere una rassegna da un festival: una rassegna è un susseguirsi di spettacoli, un festival è la costruzione di una città d’arte.

“L’uomo più crudele del mondo” a teatro
Tu adatti il testo agli interpreti. L’uomo più crudele del mondo, che ora andrà in tournée in Europa, nasce con Saurino e Lamanna e poi diventa Guanciale-Montanari. Quanto del testo originale esiste ancora?
Oggi è Guanciale-Montanari. È stato ricostruito su di loro e sono orgoglioso che sia uno degli spettacoli più riusciti come ensemble. Cerco un lavoro in cui gli attori mettano qualcosa di loro stessi: non la tecnica, non la bravura, ma un quid che nessun altro potrebbe dare. Lino e Francesco hanno avuto la generosità di mettere tantissimo di loro e questo materiale umano è superiore al testo: è il protagonista del teatro.
Debuttò poco prima dell’invasione dell’Ucraina. Che cosa significa per te portarlo oggi nell’Europa del riarmo?
L’Europa è nata anche grazie ai comici dell’arte che si spostavano di corte in corte, costruendo un fil rouge culturale: le culture non hanno frontiere, sono l’anima dell’Europa. Portare oggi questo spettacolo in Paesi diversi significa ricordare proprio quel legame. Lo spettacolo avrà pubblici culturalmente diversi ma un’unica emozione, perché non esistono i popoli, esistono gli esseri umani.
C’è una regia dalla quale hai imparato perché ti è venuta male e che oggi rifaresti diversamente?
Io ho un problema: non so fare il mio mestiere, perché ogni volta è un mestiere nuovo. Ho persone nuove e quindi ogni volta riparto da zero. Quando rivedo gli spettacoli fatti anche solo un anno prima, li guardo in maniera critica, perché sono cambiato io e il mondo intorno a me. Non c’è uno spettacolo che rinneghi, perché nessuno spettacolo è quello definitivo. Uno spartiacque è stato Amleto, con Branciaroli e Montanari, perché lì avevo ancora più paura. E a me piace avere paura quando lavoro, mi piace non sapere. Non nel senso di “viva l’ignoranza”, ma perché ogni volta sei ignorante rispetto all’essere umano che hai davanti e rispetto a chi sei tu in quel momento della vita.
L’uomo più crudele del mondo ha avuto un grande successo di pubblico e replicherà a Barcellona, Aix-en-Provence, Bruxelles, Parigi e Londra. Ma non ha mai ricevuto né premi né candidature…
No, mai. È successo con tutti i miei spettacoli. Replicano in grandi teatri per alcuni anni, fanno grandi numeri e fanno lavorare tante persone, perché dietro uno spettacolo ci sono economie, famiglie, maestranze, teatri. Spettacoli che hanno fatto tornare gli spettatori anche più volte. Significa che lo spettacolo ha costruito uno spettatore e quello spettatore andrà a vedere anche altro. Mi è capitato di sentire che il mio teatro è troppo popolare per poter arrivare ai premi. Per me è una contraddizione in termini.

Il concetto di spettacolo popolare
I tuoi spettacoli richiedono una capacità di analisi che non è “popolare”, eppure vengono visti da molte persone. Che cosa intendi per popolare?
Sono spettacoli intellegibili: al primo livello narrativo li può seguire chiunque; chi ha gli strumenti può scendere quanto vuole. Se non fai entrare prima il pubblico in un codice, se non lo inchiodi in platea, come fa a capire gli altri livelli? E torno ai premi: chi sta vedendo il teatro premiato?
Prima Lunga Vita Festival, poi Narni Città Teatro e infine il Manini. In questi anni le istituzioni hanno imparato la grammatica del tuo teatro o sei stato tu a imparare quella delle istituzioni?
Dirigere un teatro e dirigere un festival sono due cose diverse. Quella del teatro è la responsabilità del genitore che ti dà delle regole, degli orari. Il festival invece lo immagino come uno zio o un nonno che viene ogni tanto e rompe tutte le dinamiche che il genitore aveva costruito. Con LVF a Roma abbiamo avuto tantissime complessità, non lo nascondo; anche di natura istituzionale. Ma Roma è stato un passaggio importante che ci ha insegnato come volevamo costruire un festival. Il principio resta lo stesso: partire dal cittadino, non dal ruolo. A me sono sempre interessati la città, la democrazia, il cittadino, l’arrivare a tutti. E allora ha senso essere passato prima per i festival e poi per il teatro al chiuso. C’è una cosa molto bella che dicono qui a Narni. Prima si diceva: “Ci vediamo in piazza davanti al bar”. Da quando abbiamo il teatro si dice: “Ci vediamo in piazza davanti al teatro”.
Alessia de Antoniis
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