A Venezia arriva “Serpenti”, il film sul paradosso di un omicida che nessuno vuole condannare

Roberto De Paolis Maino trasforma la confessione di un femminicida in un grottesco labirinto kafkiano, dove burocrazia, patriarcato e rimozione finiscono per assolvere persino chi chiede di essere punito. Presentato in Venezia Spotlight, arriva al cinema dal 10 settembre


Cosa succede se a trovarsi in una situazione kafkiana è un omicida, più precisamente un femminicida che ha ucciso sua moglie? Un uomo che si è macchiato del peggiore dei crimini? No, scusate, in effetti non è proprio così, perché il femminicidio, per la giustizia, non è sempre il peggiore dei crimini, e a detta di qualcuno neppure un reato di genere perché in fondo il patriarcato “non esiste”. Serpenti di Roberto De Paolis Maino (Princess, Cuori puri), scritto insieme ai fratelli D’Innocenzo (Favolacce, Dostoevskij) e presentato alla 83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, racconta proprio questo. E lo fa quasi interamente dentro un commissariato, nell’arco di una giornata, tra poliziotti, avvocati, cartomanti, ottusità, cavilli, luoghi comuni, credenze, convinzioni, storture, disillusioni, pentimenti. E il regista condensa tutti questi elementi nel film, che così diventa metafora grottesca di un tema ostico, drammatico e respingente, soprattutto se il protagonista è l’omicida.

La confessione del femminicida al centro del film “Serpenti”

Paolo Marra, interpretato da uno straordinario Leonardo Lidi, decide infatti di confessare l’omicidio della propria moglie e il film inizia proprio così, con lui che entra nel commissariato da uomo pentito, dilaniato dai sensi di colpa, che decide di costituirsi, vuole confessare, vuole scontare la pena, vuole andare in prigione. Ma qui comincia il paradosso, la circostanza assurda, dove un labirinto di strani personaggi si oppone alla sua instancabile volontà di redenzione.

Prima c’è il poliziotto che fa aspettare Marra in sala d’attesa, come se l’ammissione dell’uxoricidio fosse un nonnulla. E lui costernato, interdetto, allucinato, aspetta compilando documenti da reo confesso, pur non capacitandosi della situazione, e lo spettatore con lui. Ma di certo non si empatizza con lui, è pur sempre un carnefice, neppure simpatico, ed è malinconico, remissivo. Il contrario di quello che ci si aspetterebbe da un uomo che ha ammazzato la moglie, ma le persone sono questo, sono piccole e mediocri, tanto più sono cattive e infide. Ma almeno vuole costituirsi, vuole ammettere le proprie colpe. E finalmente viene portato dal poliziotto che si occuperà del caso, un eccelso Alessandro Borghi che si muove con disinvoltura tra serio e faceto. Borghi veste i panni del burocrate che non vuole perdere tempo, e che arriva a chiedere al reo confesso di andare a comprare delle etichette per le chiavi, per sapere qual è quella esatta per entrare in casa sua, senza fare così troppa fatica, e trovare il cadavere della moglie. La moglie, unica entità mai personificata e che, come nella realtà, rimane sullo sfondo, una vittima privata della sua storia, un “di cui”, un’appendice per parlare del mostro, dell’omuncolo ottuso innalzato a protagonista di tutte queste vicende.

Leonardo Lidi e Valeria Golino, Serpenti ©Paolo Modugno
Leonardo Lidi e Valeria Golino, Serpenti ©Paolo Modugno

Il ribaltamento della giustizia: il femminicidio “non conta”

Ma la situazione kafkiana raggiunge il suo apice con l’avvocato, un odioso Pietro Castellitto, che ribalta la situazione, giustificando il gesto dell’omicida, come fosse un paladino del Vannacci pensiero. Una allegoria esacerbata, estremizzata dalle parole stesse del difensore d’ufficio che si fa paladino del patriarcato, giustificando la sua azione, per poi cercare di convincere Marra che in fondo è innocente. E tutto è reso ancora più grottesco dalla conversazione, che avviene dentro la stanza di un bar di periferia, usata dal commissariato come sala riunioni. Perché i luoghi, nel film, non sono mai secondari, sono parte integrante della storia, sottolineati da una scenografia (Elisabetta Zanini) sempre realistica e narrativa. Come accade dentro il commissariato, nella stanza dove Marra incontra la cartomante, una inaspettata Valeria Golino che fa un discorso quasi filosofico sul senso di colpa, sulla causa scatenante, arrivando alla conclusione che un femminicidio non conta nulla. E allora, sarebbe meglio uccidere un uomo, magari quello che l’ha bullizzato, bistrattato, ed è così che nella storia entra prepotentemente la società, la sua rabbia, la sua incapacità di vedere il male, di reagire al male, di prevenire il male, di espiare il male, di guarire dal male. E allora “società” vai e uccidi ancora, uccidi meglio, uccidi il tuo vissuto, uccidi del tutto la tua anima. Perché, in fondo, questo stiamo facendo, stiamo uccidendo l’anima della società, estirpando il femminile, usandolo come capro espiatorio, tentando di rinchiuderlo, negarlo, schiacciarlo, compiendo così un vero e proprio “suicidio di genere”.

Un commentario filosofico e sociale

Non era facile raccontare tutto questo in un film, ma Roberto De Paolis Maino e i fratelli D’Innocenzo ci sono riusciti, grazie a una costruzione narrativa deliberatamente refrattaria a ogni linearità, che procede per accumulo, deviazioni e slittamenti di senso. Laddove i personaggi non si limitano ad abitare il racconto, lo eccedono, si fanno figure concettuali, nuclei tematici, fino a trasformare la materia narrativa in una più ampia interrogazione filosofica, sociale ed esistenziale. E forse, ma proprio per questo, i protagonisti sono sempre respingenti, il contesto è distaccato e i dialoghi sono un coacervo di trappole linguistiche, etiche e morali da cui vorremmo solo scappare. E infatti scappiamo, scappiamo dalla verità, scappiamo dalle atrocità, scappiamo dalla diversità, scappiamo da tutto ciò che non capiamo e non vogliamo capire e Serpenti ce lo sbatte davanti come uno specchio senza storture, ma proprio per questo ci fa ancora più paura, come solo i serpenti sanno fare.

Barbara Frigerio

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Barbara Frigerio

Barbara Frigerio

Connettere tutte le forme d’arte è la sua ossessione. È un’autrice, story editor, script doctor, executive producer, critica e giornalista. Ha collaborato con il Mereghetti Dizionario dei Film e con numerose riviste tra cui Rolling Stone, Vogue, GQ, occupandosi di…

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