“Lo scambio interdisciplinare tra arte e tecnologia è essenziale”. Intervista a una media artist
Anna Frants è la co-fondatrice di CYLAND Media Art Lab, una realtà fondata sul valore dell’interdisciplinarità tra arte, tecnologia e scienza. In questa intervista ci ha raccontato le specificità della media art e come creatività, tecnologia e impresa possono dialogare
Nel panorama internazionale della media art, pochi progetti possono vantare la continuità, la rete globale e la capacità di connettere arte, tecnologia e ricerca sviluppate da Anna Frants (San Pietroburgo, 1965). Artista multimediale, curatrice e cofondatrice di CYLAND Media Art Lab, Frants è anche tra le ideatrici di CYFEST, uno dei festival internazionali dedicati alla media art più longevi e riconosciuti a livello globale. Nato nel 2007 e giunto alla sua 17° edizione, CYFEST riunisce artisti, curatori, ingegneri, programmatori, ricercatori e attivisti provenienti da tutto il mondo, promuovendo un dialogo costante tra linguaggi artistici, innovazione tecnologica e riflessione critica sui cambiamenti della contemporaneità. In questa conversazione abbiamo approfondito temi che attraversano l’intera visione di CYLAND: il valore della contaminazione interdisciplinare, il rapporto tra esseri umani, natura e paesaggio, il ruolo dell’arte come principio attivo nella società contemporanea e le prospettive future della media art in un mondo sempre più segnato dall’interazione tra creatività, scienza e tecnologia.

Intervista ad Anna Frants
Quanto è importante oggi la contaminazione interdisciplinare, anche tra ambiti che possono apparire molto lontani tra loro?
Non esistono confini rigidi tra le discipline artistiche. Pittura, video, suono, performance e tecnologie digitali fanno tutte parte dello stesso continuum artistico. La media art prospera grazie all’interazione tra queste forme, rendendo lo scambio interdisciplinare essenziale. Come artista e curatrice, ho visto come la collaborazione – in particolare con gli ingegneri – sia un motore di innovazione. Gli artisti portano spesso prospettive non convenzionali, mentre gli ingegneri contribuiscono con competenze tecniche. Insieme possono sviluppare soluzioni che nessuna delle due parti riuscirebbe a concepire da sola.
Ci dica di più…
Si tratta di un processo altamente iterativo. Un’opera evolve attraverso la sperimentazione, con decisioni tecniche e artistiche che si influenzano continuamente a vicenda. Che gli ingegneri debbano comprendere a fondo la dimensione concettuale di un progetto dipende dalla persona. Alcuni sono profondamente coinvolti nelle idee che stanno alla base dell’opera, mentre altri si concentrano principalmente sulla risoluzione delle sfide tecniche. È interessante notare che, all’interno del team CYLAND, alcuni ingegneri sono gradualmente diventati essi stessi artisti. Questo dimostra come il pensiero artistico possa svilupparsi parallelamente alle competenze tecniche, sfumando ulteriormente i confini tra le discipline.
Una delle vostre idee di base è quella per cui l’arte è un “principio attivo”: che cosa significa per lei, oggi, questa idea?
L’arte non si limita a rappresentare il mondo: contribuisce a plasmare il modo in cui lo comprendiamo. Nel corso del Novecento, gli artisti hanno risposto ai cambiamenti sociali, politici e tecnologici sviluppando nuove forme espressive e mettendo in discussione i modi di pensare consolidati. La media art prosegue questa tradizione. Essa si sviluppa attraverso l’interazione tra arte, scienza e tecnologia ed è in costante evoluzione, man mano che emergono nuovi strumenti e nuove scoperte. Più che essere definita da un unico medium o da uno stile specifico, la media art è guidata dalla sperimentazione e dalla ricerca di nuovi modi di confrontarsi con la realtà contemporanea. In questo senso l’arte è attiva perché crea nuove esperienze, nuove forme di interazione e nuovi modi di vedere il mondo che ci circonda.
Durante l’ultima edizione di CYFEST, è stato presentato il volume “Afterwards. Art in the Time of Change” a cura di Valentino Catricalà. La pubblicazione esplora il ruolo dell’arte, della scienza e della tecnologia nel nostro tempo attraverso saggi e interviste ad artisti e pensatori internazionali. Da queste riflessioni sono emerse visioni condivise? Esiste un denominatore comune?
Il libro è stato concepito originariamente durante la pandemia di COVID-19, un periodo in cui molti di noi sono stati costretti a riconsiderare il proprio rapporto con la tecnologia, la società e gli altri. Un denominatore comune è stato l’importanza di preservare uno spazio per la riflessione critica. Un altro tema ricorrente è stato quello dell’interconnessione. Le sfide che affrontiamo oggi non possono essere comprese attraverso una sola disciplina. Arte, scienza e tecnologia si sovrappongono sempre più spesso, e le innovazioni più significative nascono dal loro dialogo. La pubblicazione riflette questa convinzione: sebbene i contributori provengano da contesti e prospettive differenti, condividono la convinzione che creatività, curiosità e collaborazione siano essenziali per comprendere il presente e immaginare futuri possibili.
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Il rapporto tra arte e impresa oggi sta andando sempre più oltre la tradizionale logica della sponsorizzazione, assumendo forme più olistiche, progettuali e strategiche. Quale potenziale vede nel dialogo tra arte contemporanea, discipline umanistiche e brand?
Il rapporto tra arte e impresa sembra essere complesso, e la media art è difficile da vendere, perché richiede una manutenzione maggiore rispetto alla pittura, per esempio. Pertanto, dal punto di vista del collezionista – sia esso privato o aziendale – comporta investimenti aggiuntivi.
In questo scenario sempre più ibrido, anche la figura dell’artista è in continua evoluzione. Nel futuro, quale ruolo potrebbe assumere un artista all’interno di un consiglio di amministrazione aziendale?
Esclusivamente per aiutare la nuova generazione di artisti, se questo rappresenta un interesse dell’azienda. Per il resto, a mio avviso, i ruoli amministrativi interferiscono con l’essere artista.
Dal 2007 a oggi, CYLAND ha collaborato con numerose fondazioni, università, centri di ricerca e istituzioni internazionali. Quali partnership considera più significative nel vostro percorso e perché?
Consideriamo particolarmente speciale la partnership con l’Università Ca’ Foscari di Venezia e con la professoressa Silvia Burini. Dal 2011 collaboriamo a mostre, programmi di screening, pubblicazioni e iniziative di ricerca, costruendo un dialogo di lungo periodo tra media art e mondo accademico. Tra i momenti più significativi figurano numerosi progetti CYFEST presentati a Venezia, oltre a iniziative editoriali come Sostenibilart. Ambassadors of Sustainability (2022). Basata su una comune curiosità intellettuale, questa collaborazione rimane una delle più significative e produttive nello sviluppo di CYLAND.
CYLAND si definisce un “Media Art Lab”. Secondo lei, quale ruolo avranno la Media Art e i linguaggi artistici digitali nel mercato dell’arte e nella storia dell’arte dei prossimi anni?
Definiamo CYLAND un Media Art Lab perché la media art esiste negli spazi di intersezione tra i diversi media. Nasce laddove tecnologia, arte, scienza, suono, immagine, performance e comunicazione si incontrano. Il modello del laboratorio riflette il nostro impegno verso la sperimentazione, la collaborazione e l’esplorazione di forme nuove e tradizionali che emergono da queste intersezioni.
Quali qualità ricerca oggi negli artisti e nei progetti che considera davvero rilevanti nel panorama contemporaneo della Media Art?
L’arte viene prima di tutto, la tecnologia è un mezzo. Da una prospettiva artistica, credo che non esistano davvero nuovi temi nell’arte; piuttosto, si aggiungono nuovi materiali e strumenti digitali che offrono possibilità espressive inedite. L’idea centrale, o il “messaggio” che l’artista vuole comunicare, resta fondamentale. Il medium scelto serve questo scopo e aggiunge nuove possibilità espressive, mentre i dettagli tecnici dipendono spesso da ciò che è disponibile o accessibile. Spesso si tratta di “un’idea antica, un nuovo medium”. In definitiva, per me lo spettatore è sempre una parte integrante dell’opera. Un lavoro artistico dovrebbe entrare in risonanza con il pubblico, suscitare emozioni e associazioni, influenzare il visitatore sul piano mentale ed emotivo. Personalmente non sono una grande sostenitrice di lunghi testi esplicativi di accompagnamento, perché ritengo che l’impatto principale debba essere emotivo, pur riconoscendo che le preferenze del pubblico variano molto a seconda delle culture e degli individui.
Quali progetti e prospettive future immagina per CYLAND e CYFEST?
Vorremmo continuare a viaggiare nel mondo.
Enrico Dedin
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