Succede spesso così nella piazza digitale: qualcuno lancia il sassolino (non importa quanto grande o in grado di generare riflessioni) e qualcun altro si infervora. A quel punto la discussione prende il largo, alimentata da like entusiastici, commenti al vetriolo, condivisioni e prese di posizione. Un’onda di confronto illusorio alla quale molti sentono il bisogno di prendere parte, finendo però per perdere di vista il punto della questione. Com’era la storia del dito che indica la luna? Ci si accapiglia sul dito e, nel frattempo, si finisce per dimenticare la luna.
Il botta e risposta tra Christian Raimo e Franco Arminio
È un po’ quanto sta accadendo in questi giorni con la querelle tra Christian Raimo e Franco Arminio che, a partire da due visioni contrapposte, ci raccontano (ciascuno dal punto di vista del proprio ombelico) come sono fatte le realtà interne d’Italia. Ma è davvero questo il modo di cui abbiamo bisogno perché il dibattito su un tema serio, oltre che caldo, possa finalmente prendere piede? Perché il rischio è che, ancora una volta, si finisca per discutere delle posizioni degli interlocutori anziché della questione che quelle posizioni, almeno in teoria, dovrebbero contribuire a illuminare.
Quello che i due scrittori dimenticano è che il 70% di questo Paese è fatto di territori “minori”. Significa che molti italiani (si stima un quarto della popolazione) conoscono questo tema per esperienza diretta, ci vivono dentro, lo affrontano ogni giorno; vivono quelle contraddizioni, difficoltà e opportunità molto più concretamente di quanto possano raccontare una polemica o un post sui social. E allora a chi conviene davvero questa contrapposizione digitale, fatta di schieramenti e contro-schieramenti? A cosa serve trasformare una questione complessa in un altro episodio della consueta partita social tra chi attacca e chi difende le realtà interne?
I piccoli paesi oltre il dibattito mediatico
Di aree marginali su Artribune ce ne occupiamo da tempo, preferendo piuttosto seguire gli esempi e gli studi di figure che nel corso dei decenni hanno davvero affrontato l’argomento, offrendo una bibliografia che spesso consultiamo nel momento in cui scegliamo di andare a fondo su questioni simili: Contro i borghi di Filippo Barbera, Domenico Cersosimo e Antonio De Rossi (quest’ultimo protagonista di una densa intervista qualche settimana fa); Manifesto per riabitare l’Italia; Poveri e abbandonati di Paul Collier; I paesi invisibili di Anna Rizzo e molti altri. Si tratta di docenti universitari, antropologi, sociologi ed economisti che nell’ultimo decennio hanno offerto visioni molto concrete in merito al dibattito contemporaneo sui paesi, che con metodo (e in anticipo rispetto all’hype del momento) hanno provato a restituire alle aree interne quella complessità che il confronto pubblico tende continuamente a semplificare.
Il video di Corrado Guzzanti sul folklore locale
La verità è che Christian Raimo e Franco Arminio su questi temi sono indietro da un po’. Il primo perché denuncia l’arretratezza dell’Italia interna senza viverla davvero, preferendo piuttosto un approccio da voyeur borghese che attraverso incursioni di una mezza giornata pretende di avere un quadro completo di quel piccolo mondo antico; l’altro perché con la sua demagogia nostalgica e zuccherosa continua a perpetrare un’idea di paese-simbolo (magari da vivere come rifugio idilliaco dopo una settimana spesa in città). In mezzo c’è il mondo, con le sue complessità che nessun post e nessun festival estivo potranno mai davvero racchiudere e restituire. Corrado Guzzanti, anche in questo, aveva capito tutto già ventiquattro anni fa.
Alex Urso
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