Musei universitari (questi sconosciuti!)
C’è una categoria di musei che più di tutte viene bistrattata: i musei universitari, poco considerati ma particolarmente preziosi e distribuiti capillarmente sul territorio nazionale. Ecco perché meritano di essere scoperti
Quando pensiamo ai musei più importanti, pensiamo solitamente ai grandi musei statali, alle raccolte civiche, o a quelle ecclesiastiche, tesori delle cattedrali o musei diocesani che siano. Non pensiamo, in genere, a una categoria di musei che custodiscono raccolte importantissime, ma beneficiano spesso di una visibilità assai limitata: i musei universitari. La sigla che li identifica non è così attraente: SMA fa pensare a un supermercato o, peggio, a una malattia. Invece i Sistemi Museali di Ateneo nascondono tesori: innanzitutto strumenti scientifici, piante e animali (variamente essiccati/imbalsamati/scheletriti), ma non solo. Raccolte etnografiche e anche collezioni archeologiche e artistiche. Pezzi in larga misura risalenti agli ultimi due/tre secoli, ma in alcuni casi molto più antichi. Insiemi di oggetti radunati in relazione alle attività didattiche e di ricerca, oppure provenienti da donazioni. Nel nostro Paese la distribuzione dei musei universitari è capillare: non vi è quasi ateneo che ne sia privo.
I musei universitari di Bologna, Firenze e Pisa
Il sistema museale più illustre è probabilmente quello dell’Alma Mater Studiorum bolognese: tra i musei che lo compongono spicca quello di Palazzo Poggi, recentemente rinnovato, nelle cui variegate collezioni rientrano gli straordinari materiali raccolti dal grande naturalista del Cinquecento Ulisse Aldrovandi. Proprio in occasione delle celebrazioni per i cinquecento anni dalla nascita di Aldrovandi, nel 2022, lo SMA felsineo ha dato prova di notevole vitalità, mettendo in campo un ampio ventaglio di iniziative, che comprendevano la digitalizzazione di reperti e manoscritti e l’allestimento della mostra L’altro Rinascimento, di cui è poi stato realizzato un innovativo digital twin. Al di qua dell’Appennino, i musei dell’Università di Firenze trovano nel Museo della Specola il loro gioiello più prezioso, stupefacente per la raccolta di cere anatomiche, ma anche a livello museografico, per quelle parti che ancora conservano intatto l’allestimento settecentesco. Di grande interesse anche il Museo di Antropologia e Etnologia, con raccolte di viaggiatori dell’Ottocento, ma anche pezzi già appartenuti ai Medici, o al celebre navigatore James Cook; oppure Villa La Quiete, che dietro un nome da casa di riposo cela capolavori di artisti come Sandro Botticelli o Ridolfo del Ghirlandaio. Seguendo il corso dell’Arno, giungiamo a Pisa: in seno allo studio pisano fu fondato nel 1543 da Luca Ghini, uno degli orti botanici più antichi del mondo, ancora esistente e visitabile; dalle raccolte annesse al giardino ha avuto origine il Museo di Storia Naturale, le cui ricchissime collezioni possono essere ammirate nella monumentale Certosa di Calci, a pochi chilometri dalla città.
Musei universitari: buone pratiche…
Diversi musei di ateneo hanno recentemente promosso iniziative tese a rendere più note e accessibili le loro collezioni; si è trattato di progetti legati all’applicazione delle nuove tecnologie nel campo dei beni culturali, finanziati con i fondi PNRR. Penso alla postazione interattiva Tattoo 3D al Museo Lombroso di Torino, che consente ai visitatori di scoprire l’immenso patrimonio di tatuaggi censiti da Cesare Lombroso; o alle molteplici iniziative promosse al Centro Studi e Archivio della Comunicazione (CSAC) di Parma, gigantesco archivio dell’arte italiana del Novecento, che sul sito Visionaria presenta al pubblico un tour virtuale alla scoperta delle proprie raccolte.
… ma poca considerazione
Nonostante iniziative lodevoli come queste, tuttavia, i musei di ateneo restano realtà in genere poco conosciuti. All’esterno dell’università certo, ma forse anche all’interno (ho l’impressione, ad esempio, che gli studenti delle facoltà umanistiche e in particolare di storia dell’arte siano portati poco o per nulla a scoprire i musei delle loro università, come se museologia scientifica e museologia artistica fossero universi del tutto distinti). In certi casi i musei sono difficilmente accessibili, perché lontani dal centro, o perché sono chiusi al pubblico, sia per mancanza di personale, che per problemi strutturali degli edifici che li ospitano. Pesa, inoltre, sulla scarsa conoscenza di questi tesori, la diffusa diffidenza verso le collezioni naturalistiche e scientifiche. Che, seppur preponderanti, non esauriscono il panorama di queste raccolte, come già si è detto; pensiamo solo alle collezioni etnografiche e alle meravigliose iniziative che si potrebbero mettere in atto per coinvolgere nella loro riscoperta e divulgazione le comunità e gli studenti originari dei Paesi da cui giungono i reperti. Nell’ottica di assicurare ai musei universitari una maggiore accessibilità e visibilità sarebbe probabilmente opportuno il coinvolgimento di altri soggetti e istituzioni nella loro gestione: in enti giganteschi e afflitti da molteplici problemi, quali sono le università, i musei rischiano di divenire, e spesso divengono, l’ultimo dei pensieri. Si possono ipotizzare sinergie con istituzioni pubbliche e associazioni, ma anche con privati (che chiaramente è ben altra cosa dal privatizzare l’istruzione universitaria…): la collaborazione di più realtà virtuose può portare a un maggiore radicamento dei musei di ateneo sul territorio e a far sì che almeno i più importanti intercettino una porzione crescente del turismo culturale che affluisce nelle nostre città.
Fabrizio Federici
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