Oceania e il dilemma Disney: i film live action hanno ancora un senso?

L'arrivo del live action di Oceania riaccende il dibattito su una formula che continua a dividere pubblico e critica. Ma la vera domanda non è se questi film siano belli o brutti. È capire perché Disney continui a rifare storie che, forse, non avevano bisogno di essere rifatte

Non è il primo live action Disney e probabilmente non sarà l’ultimo. Con Oceania, in arrivo nelle sale italiane dal 19 agosto 2026, la casa di Topolino continua una strategia iniziata oltre quindici anni fa e diventata uno dei pilastri della sua produzione cinematografica. Ma proprio perché i live action sono ormai una consuetudine, forse è arrivato il momento di smettere di giudicarli uno per uno e chiedersi se questo modello abbia ancora un reale valore creativo.

“Oceania” riaccende il dibattito sulla formula dei live action

La questione va oltre il singolo film. Ridurre il dibattito a un semplice “mi piace” o “non mi piace” significa ignorare il cambiamento che ha attraversato il cinema d’animazione negli ultimi vent’anni. Se negli Anni Novanta il live action poteva apparire come un’evoluzione tecnologica, oggi l’animazione non è più un linguaggio da superare. È un linguaggio maturo, capace di costruire mondi, emozioni e immagini che non hanno alcun bisogno di essere tradotti nel realismo per acquisire valore. Ed è qui che nasce il vero paradosso. Disney continua a presentare questi film come un passaggio dall’animazione alla realtà, ma la realtà è che di “live” è rimasto ben poco. Creature mitologiche, ambientazioni, effetti atmosferici e persino elementi naturali vengono ricreati digitalmente. Non assistiamo al passaggio dal disegno al mondo reale, bensì da un tipo di animazione a un altro: più fotorealistico, ma non per questo più coinvolgente.

Disney continua a rifare storie che, forse, non avevano bisogno di essere rifatte

Oceania rappresenta forse il caso più emblematico. Il film d’animazione del 2016 è ancora straordinariamente moderno, sia dal punto di vista tecnico sia sotto il profilo narrativo. Il mare che accompagna Vaiana è un personaggio vero e proprio, Maui cambia forma con una libertà che appartiene al linguaggio dell’animazione e l’intero immaginario polinesiano vive grazie a una stilizzazione che rende credibile l’impossibile. Portare tutto questo verso il fotorealismo significa inevitabilmente rinunciare a una parte di quella libertà espressiva. Ma il punto forse più interessante riguarda il modo in cui è cambiata la strategia della stessa Disney. Per decenni i grandi classici venivano riproposti periodicamente nelle sale cinematografiche, permettendo a ogni nuova generazione di scoprirli sul grande schermo. Con l’arrivo dello streaming quel modello è scomparso: oggi Oceania è sempre disponibile, a qualsiasi ora e per qualsiasi spettatore. Il live action finisce così per sostituire le vecchie riedizioni, trasformando un film già esistente in un nuovo evento cinematografico.

I live action come strumento per rilanciare un marchio

Da questo punto di vista, i remake non sono tanto un sintomo di mancanza di idee quanto una diversa strategia commerciale. Disney non vende soltanto un nuovo film: rilancia un marchio, riporta l’attenzione su personaggi amatissimi e prolunga il ciclo vitale di una proprietà intellettuale che continua a generare valore tra cinema, streaming, parchi a tema e merchandising. È una logica perfettamente comprensibile sul piano industriale. Più difficile è giustificarla sul piano creativo. Perché un remake trova davvero la propria ragion d’essere quando rilegge un’opera, ne cambia il punto di vista o offre una nuova interpretazione. Quando invece si limita a riprodurre quasi fedelmente ciò che il pubblico conosce già, il confronto con l’originale diventa inevitabile.

Forse, allora, la domanda non è se i live action Disney abbiano ancora un futuro. Probabilmente continueranno a esistere finché il pubblico dimostrerà di volerli vedere. La vera sfida è un’altra: smettere di considerarli semplici esercizi di fedeltà e tornare a usarli come strumenti di reinterpretazione. Perché il cinema non si evolve quando rende tutto più realistico. Evolve quando riesce a guardare una storia da un punto di vista diverso. E se un live action o un remake non aggiungono uno sguardo nuovo, si rischia di ottenere l’effetto opposto: ricordarci, ancora una volta, quanto fosse già completa la magia dell’originale.

Margherita Bordino

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Margherita Bordino

Margherita Bordino

Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in…

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