Il gioiello non decora soltanto: cambia il corpo che lo indossa (la mostra in Grecia, e poi a Milano)

Fino al 23 agosto sull’isola di Patmos le opere indossabili di cinquanta creativi impegnati in ambiti diversi dalla gioielleria raccontano le ossessioni del nostro tempo, dall’estetica alla ricerca di senso

Usati da uomini e donne fin dagli albori della civiltà, i gioielli non sono mai stati semplici ornamenti. A seconda delle epoche e dei contesti, si sono caricati di funzioni diverse diventando di volta in volta amuleti capaci di allontanare il male o aprire ai defunti le porte dell’aldilà, simboli visibili di status e di ricchezza, pegni d’amore e molto altro ancora. Un dialogo ambiguo e stratificato che prende forma in Jewellery Was Never Innocent, progetto che dopo l’appuntamento di Patmos, in Grecia, proseguirà a Milano nel mese di settembre e approderà infine ad Atene a novembre, all’Ilias Lalaounis Jewelry Museum, in occasione di Art Athina.

Il gioiello visto da “Fuori”, cioè da chi disegna e progetta soprattutto altro

Per un designer o un artista, il gioiello può essere un terreno sul quale sperimentare a una scala inconsueta o con materiali nuovi, oppure un’occasione per ribadire in maniera intima e metaforica alcuni elementi chiave della propria visione progettuale. A questo esercizio si sono prestati i circa cinquanta creativi chiamati a raccolta da Joy Herro per la mostra Jewellery Was Never Innocent, che va in scena proprio in questi giorni (dal 19 al 23 agosto) sull’isola greca di Patmos, e che a settembre farà tappa a Milano negli spazi della sua galleria The Great Design Disaster. Alcuni sono emergenti, altri già affermati e noti al pubblico, ma sono accomunati dal fatto che la loro pratica si svolge per lo più fuori dal recinto della gioielleria contemporanea, nel design di prodotto o da collezione, nell’architettura, nella moda o ancora nella fotografia.

Joy Herro, ritratto ©Bianca Cedrone
Joy Herro, ritratto ©Bianca Cedrone

Cinquanta creativi impegnati in ambiti diversi dalla gioielleria raccontano il nostro tempo

Coinvolgere persone che non lavorano abitualmente con il gioiello è stata una scelta precisa”, spiega la gallerista di origine libanese. “Non volevo fare una mostra rivolta solo agli addetti ai lavori ma usare il gioiello come uno strumento per riflettere su temi più ampi. Chi viene da altri ambiti guarda questo tema con occhi diversi. Non parte dalle regole o dalle tradizioni della disciplina, ma si chiede che cosa rappresenti oggi e quale ruolo abbia nella società. Da questo nascono domande interessanti: non tanto su che cos’è un gioiello, ma su cosa fa. Come crea valore? Perché attribuiamo importanza e certi materiali? Che rapporto ha con il corpo, con l’identità, con il potere e con la memoria?”.

JEWELLERY WAS NEVER INNOCENT OSLO made in heaven ©Bianca Cedrone
JEWELLERY WAS NEVER INNOCENT OSLO made in heaven ©Bianca Cedrone

Monili sui generis per ragionare su diversi aspetti della cultura contemporanea

Nelle interpretazioni dei creativi, tra i quali troviamo per esempio i designer Philippe Malouin, Andrea Mancuso, David/Nicolas, Jacopo Foggini, Marcin Rusak e Sophie Dries, le fotografe Asli Turker e Bianca Cedrone e gli specialisti dell’uniforme da lavoro dello studio Older, il monile si fa progetto e, nello stesso tempo, pretesto per parlare di identità, politica, relazioni e memoria. I gioielli immaginati da Studio Vedèt e Linalou sono in realtà delle “poesie portatili” ispirate alla semiosi illimitata di Charles Sanders Peirce, un concetto ripreso anche da Umberto Eco secondo cui ogni segno può essere interpretato come qualcosa che rimanda a qualcos’altro e, quindi, come un anello in una catena potenzialmente infinita di nuovi significati. Nel lavoro del progettista tedesco Tino Seubert, delle cerniere a ragno usate comunemente in edilizia combinate con gusci d’ostrica e fogli di lattice vanno a comporre una sorta di collana-corsetto che riunisce texture diverse stimolando la riflessione su temi come il controllo del corpo e la vulnerabilità.

Ho voluto includere anche alcuni autori che lavorano da sempre nel campo del gioiello, proprio per creare un contrasto con gli altri partecipanti”, chiarisce ancora Joy Herro. “Ad esempio, Vasiliki Studio (un marchio di Atene che trae ispirazione dalla mitologia e dalla letteratura ma anche dal mondo organico, n.d.r.) rappresenta un’idea di gioiello più vicina a quella che tutti riconosciamo, un oggetto da indossare, nato all’interno della pratica della gioielleria. All’estremo opposto c’è il lavoro di Marlon Rüberg. Il suo intervento (dei copriunghia dalle proporzioni esagerate che terminano con delle piccole mani, creati immaginando un futuro in cui le mani non serviranno più agli esseri umani per fare cose ma saranno invece un puro strumento di rappresentazione, n.d.r.) si allontana dall’idea tradizionale di gioiello e si avvicina invece alla scultura. È un’opera che mette in discussione i confini stessi del gioiello, invitandoci a riflettere su quando un oggetto smette di essere un ornamento e diventa un’opera d’arte. Anche questo contrasto era importante per la mostra, perchéracconta quanto il concetto di gioiello possa essere ampio e aperto a letture diverse”.

Giulia Marani

Jewellery Was Never Innocent
Patmos (Grecia), Patmion Cultural Center, dal 19 al 23 agosto
Milano, The Great design Disaster, Via della Moscova 15, dal 22 settembre
A cura di Joy Herro

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Giulia Marani

Giulia Marani

Giornalista pubblicista, vive a Milano. Scrive per riviste italiane e straniere e si occupa della promozione di progetti editoriali e culturali. Dopo la laurea in Comunicazione alla Statale di Milano si specializza in editoria a Paris X-Nanterre. La passione per…

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