Da non perdere l’inquieto immaginario di Francesca Woodman in mostra a Roma
Alla galleria Gagosian di Roma fino al 31 luglio, le fotografie di Francesca Woodman esplorano il confine tra visibile e inconscio attraverso i temi del corpo, dell’identità e del surrealismo
Disposte lungo le pareti della galleria Gagosian, le quarantotto stampe fotografiche di Francesca Woodman (Denver, 1958 – New York, 1981) sembrano piccole finestre che si aprono sulle stanze dell’inconscio e sull’indecifrabile. Per osservarle corre l’obbligo di avvicinarsi a ciascuna di esse, di spiare silenziosamente dietro i vetri, entrando in un dialogo intimo con le scene e perdendosi nella loro profondità immateriale, nel mistero.

Pochi intensissimi anni di vita. Francesca Woodman in mostra a Roma
Se c’è una cosa che non possiamo trascurare di Woodman è che poco tempo dopo aver realizzato queste fotografie, a soli ventidue anni, si toglie la vita gettandosi nel vuoto da un appartamento nella Lower East Side, a Manhattan. La tragicità del suo epilogo rende l’esistenza stessa di Francesca un enigma in cui la sua figura resta sospesa tra ricerca dell’identità e dispersione consapevole dell’Io.

Corpi fisici e corpi immaginari negli scatti di Francesca Woodman da Gagosian
Tra intonaci deteriorati e cadenti, pavimenti ingombri, vecchie finestre, porte vuote, muri scrostati, emergono figure che sembrano sempre sul punto di scomparire, così come sono appena misteriosamente affiorate. Il suo orizzonte immaginario è carnale, tattile. Corpi femminili, spesso nudi. Lei o i suoi modelli si confondono silenziosamente nella brutalità dei luoghi e tra oggetti – pesci, fiori, uova – che sembrano star lì a testimoniare l’abisso del tempo che trascorre. L’immaginario di Woodman smette di apparire come un’alternativa al mondo. Diventa invece un’impossibile declinazione del reale. Una coesistenza misteriosa tra concreto e illusorio, che appare inquietante proprio in quanto generata dal mezzo fotografico, che qui è sia uno specchio certificante, sia l’elemento incontrollabile di un’altra dimensione.

Il volto di Francesca Woodman
Nell’opera It Must Be Time for Lunch Now (c. 1976), ad esempio, compaiono al contempo elementi reali e i loro simulacri dipinti, mentre il volto dell’artista affiora dall’ombra laddove non dovrebbe essere, come farebbe dalle acque di un lago torbido sulla cui sponda il suo corpo si fosse insabbiato. Forse si può leggere su quel volto un destino. O forse a predire quella sorte imminente è la decadenza stessa dei luoghi che la sua fotografia abita. Come in altre opere, Woodman associa all’immagine il breve testo da cui è tratto il suo titolo, vergato a mano, come scaturente da un automatismo psichico puro, che potrebbe sembrare espressione del funzionamento del pensiero senza controllo razionale. Ma un tradimento è riservato all’osservatore: nessun automatismo è alla base di ciò che appare. Ogni immagine è preparata minuziosamente, ogni azione è progettata attraverso appunti e schizzi preliminari. Nulla è lasciato al caso, in quanto ogni elemento è metafora di una narrazione implicita.

Francesca Woodman tra mitologia e surrealismo
Nata in Colorado da una famiglia di artisti, Francesca trascorre diversi anni tra Italia e USA. Tra il 1975 e il 1978 studia fotografia alla Rhode Island School of Design, a Providence, ma intorno al 1977 è per un intero anno a Roma, dove si appassiona anche all’arte e all’architettura classica. La sua breve e intensissima esistenza è tutta all’insegna di una creatività e una curiosità prorompente che spazia tra surrealismo, mitologia, letteratura, arte classica, estetiche gotiche e vittoriane. Se le immagini in mostra fossero davvero finestre, non si aprirebbero semplicemente su un altrove, ma là dove la realtà si sfalda. Non è solo il mistero a imporsi, ma una forma di resistenza dell’immagine stessa alla comprensione. Nello scarto tra ciò che appare e ciò che si sottrae prende forma la forza inquietante del suo corpo offerto all’obiettivo. Le opere di Woodman non chiedono di essere decifrate, ma abitate: chiedono allo sguardo di sostare, di accettare l’ambiguità, di rinunciare a una lettura definitiva. Così, ciò che resta non è una risposta, ma una tensione persistente, un’eco che continua a vibrare, oltre l’immagine, nel tempo che ci separa da loro.
Alessandro Iazeolla
Roma // fino al 31 luglio 2026
Francesca Woodman – Lately I Find a Sliver of Mirror Is Simply to Slice an Eyelid
GAGOSIAN – Via Francesco Crispi, 16
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