Grandi installazioni e piccoli lavori. Le nuove ricerche dell’artista americana Nancy Lupo sono in mostra a Milano
“Paraselene” è il titolo della mostra di Nancy Lupo che, allo Spazio Veda, con un testo critico di Alan Longino, indaga il confine tra percezione, funzione e sospensione del significato, trasformando lo spazio espositivo in un campo di attrito tra apparizione e uso
Sin dal titolo della mostra in corso allo Spazio Veda di Milano Nancy Lupo (Flagstaff, AZ, 1983) dichiara la propria postura teorica. La Paraselene, raro fenomeno atmosferico appartenente alla famiglia degli aloni, produce l’illusione di una luna moltiplicata: non una semplice anomalia ottica, ma una condizione di slittamento percettivo in cui l’evidenza del reale viene incrinata dalla comparsa di un doppio, o meglio di un eccesso. È da questa figura dell’apparizione instabile che la mostra prende avvio – con opere tra cui spinners, grandi sfere/crateri lunari, una video installazione e (porta) saponette (cimeli di famiglia) – come conferma anche il testo di Alan Longino che l’accompagna; costruito per frammenti biografici, episodi e annotazioni in cui il lavoro dell’artista è messo costantemente alla prova dalla difficoltà di fissarne un significato univoco.

L’ermeneutica dell’esperienza nella pratica di Nancy Lupo allo Spazio Veda di Milano
Il passaggio decisivo del progetto risiede nel fatto che Paraselene non chiede di essere decifrata, ma attraversata. Nel testo di riferimento, Lupo insiste più volte sull’idea che ciò che conta non sia tanto ciò che l’opera “vuole dire”, quanto ciò che l’opera “può fare”. È una distinzione cruciale, perché sposta l’attenzione dall’ermeneutica all’esperienza, dall’interpretazione alla capacità di un oggetto di attivare relazioni, tensioni, resistenze. Anche il richiamo al gioco Magic — dove lanciare Paraselene significa dissolvere gli incantesimi e lasciar cadere gli effetti in corso — suggerisce la necessità di interrompere le credenze automatiche, di sospendere l’adesione alle convenzioni cognitive con cui normalmente organizziamo il mondo. In questa direzione si comprende meglio anche il testo del curatore Alan Longino, costruito come una sequenza di avvicinamenti successivi: il lavoro di Lupo vi appare come qualcosa che ritorna, che si lascia riconsiderare nel tempo, che non si concede in un’unica epifania ma si forma attraverso intervalli di apprendimento e distacco. Più che offrire un contenuto da estrarre, l’opera mette in moto una dinamica di attenzione intermittente, quasi una verità intravista dentro una falsità, o dentro un dispositivo deliberatamente incline all’inganno.
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Le opere di Nancy Lupo a Milano
Secondo le informazioni diffuse per la mostra, il percorso mette in relazione grandi sculture sferiche che evocano corpi celesti, elementi cinetici sospesi, video e oggetti d’uso quotidiano trasfigurati. In questo lessico formale, Lupo conferma una ricerca che non monumentalizza il materiale, ma lo espone a una continua oscillazione fra familiarità e straniamento. Gli oggetti non diventano simboli stabili; restano piuttosto dispositivi di perturbazione lieve, presenze che modificano la qualità dello spazio e la postura dello sguardo. Il testo di Longino aiuta ad approfondire questa grammatica visiva quando insiste sulla centralità di lettere, fori, allitterazioni e risonanze fonetiche: il cognome dell’artista, la parola loophole, la ricorrenza della “O” come figura insieme verbale e plastica. Ne emerge un immaginario di aperture, passaggi e circolarità che trova un evidente corrispettivo nelle forme del lavoro, spesso attraversate da cavità, snodi e vuoti. La mostra, in tal senso, lavora per sottrazione di certezze: non costruisce una narrativa, ma un ambiente in cui ogni elemento sembra sul punto di deviare dalla propria funzione senza tuttavia abbandonarla del tutto.
A Spazio Veda la mostra “Paraselene” rappresenta una soglia tra uso e apparenza
In questa prospettiva acquistano particolare rilievo gli episodi evocati nel testo: le conversazioni sul “vuoto di significato”, l’aneddoto del visitatore che aggredisce un elemento dell’installazione a Hiroshima, il sentimento di una serendipità che insegue l’opera con la precisione di un destino. Non sono digressioni narrative, ma veri e propri modelli di lettura. Longino propone di pensare il lavoro di Lupo come un ponte intermedio — analogo a quella sequenza alfabetica da J a O che, nella sua lettura, collega fluidità e tensione — e questa immagine risulta particolarmente efficace anche per la mostra milanese. Paraselene occupa infatti una soglia: tra uso e apparenza, tra leggibilità e scarto, tra la promessa di un senso e la sua continua dislocazione. Le forme circolari, i fori che mettono in comunicazione altri fori, la stessa idea di “scappatoia” contenuta in loophole definiscono un campo in cui l’opera non è mai pienamente chiusa, ma sempre attraversabile, esposta al caso, all’equivoco, perfino all’urto fisico con il pubblico. L’opera non è allora un oggetto autosufficiente, bensì una soglia vulnerabile dove percezione, comportamento e linguaggio si contaminano reciprocamente.
La ricerca di Nancy Lupo in mostra a Milano
È qui che Paraselene trova la propria misura più convincente. La personale milanese non impone una tesi, né si rifugia nell’indeterminatezza come alibi; al contrario, costruisce con rigore una condizione di instabilità percettiva e concettuale che obbliga chi guarda a rinunciare alle scorciatoie interpretative. Nancy Lupo lavora sul punto in cui il significato si rarefà senza svanire del tutto, lasciando emergere la funzione attiva delle cose, la loro capacità di insistere nello spazio e nella memoria. Fino al 4 luglio, allo Spazio Veda, la mostra si offre così come un esercizio di disincanto: un invito a lasciar cadere gli incantesimi, per misurarsi con ciò che resta quando l’illusione non scompare, ma cambia forma.
Ilaria Artemisia Introzzi
Milano // Fino al 4 luglio 2026
Paraselene. Nancy Lupo
SPAZIO VEDA,
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