L’adolescenza è una condizione culturale e l’arte lo dimostra. Intervista alla curatrice Julia Marchand
Il nuovo libro realizzato dalla curatrice e ricercatrice francese Julia Marchand è un lavoro corale che indaga gli intrecci tra l’arte contemporanea e l’adolescenza, tra violenza e nostalgia. Ne abbiamo parlato con lei
Campo Santa Margherita, Venezia. Io e Julia Marchand cerchiamo riparo dal sole e lo troviamo in un tavolo all’ombra; per lei un bicchiere di acqua e menta, per me un caffè shakerato. Ci siamo incontrati per parlare del libro da lei curato, pubblicato di recente da Lenz Press (per ora solo in versione inglese) e intitolato I Am The F****** Subject: Art and Adolescence. Già il titolo richiede attenzione, come farebbe un adolescente in cerca di indipendenza. Il progetto grafico di Lorenzo Mason Studio, poi, è dominato dal viola e da stelline di varie dimensioni, che attraversano tutto il libro. Dopo 8 anni di servizio come curatrice alla Fondation Vincent van Gogh di Arles (2015-2023), Julia Marchand ha scelto di stabilirsi a Venezia, entrando immediatamente nel tessuto artistico della città. Per la 60esima Biennale di Venezia del 2024 ha curato la partecipazione nazionale georgiana con una mostra dedicata a Iliazd, mentre dal 2016 porta avanti Extramentale, un suo personale progetto di ricerca dedicato alle estetiche dell’adolescenza nell’arte contemporanea: non una categoria anagrafica, quanto una condizione culturale e una postura artistica, l’adolescenza diventa così una dimensione capace di perdurare ben oltre i confini che tradizionalmente le affibbiamo. Il libro in questione è la restituzione di questi 10 anni di lavoro, che si avviano ora ad un punto di svolta. Oltre al suo contributo, la pubblicazione si avvale di saggi e interviste firmati da ricercatrici come Julie Ackermann, che indaga la dimensione di transizione e di instabilità adolescenziale, Giulia Mariachiara Galiano, che si concentra la figura della “girl online”, attraversando diverse pratiche artistiche contemporanee, o Anya Harrison, che mette in discussione i limiti dell’ambiguità morale propria dell’adolescenza. Il volume include anche una serie di interviste agli artisti che hanno partecipato ad Extramentale, condotte da Julia Marchand, Cecilia Larese e Vittoria Morpurgo. Le prossime presentazioni del libro a Milano il 24 giugno (da Ordet, una conversazione tra Julia Marchand e Arianna Caserta) e a Venezia il 25 giugno (presso Studio Venezia, con la partecipazione di Giulia Mariachiara Galiano, Alexandra Deem, Luca Frati, Julia Marchand). Nel frattempo, potete leggere l’intervista che segue.

Intervista a Julia Marchand
Il tuo libro nasce da un progetto di ricerca lungo dieci anni. Da dove parte tutto questo lavoro sull’adolescenza?
Il punto di partenza risale al 2015-2016. In quel periodo ho iniziato a interessarmi all’adolescenza non come fase biografica, ma come condizione culturale. In parallelo, c’era un contesto storico molto preciso: in Europa il clima del terrorismo, e negli Stati Uniti la problematica ancora attuale dei mass shooting nelle scuole. Mi colpiva il modo in cui l’adolescenza veniva associata a forme di estremismo, come se fosse una fase in cui la costruzione dell’identità potesse facilmente scivolare verso forme radicali di espressione. Ma la domanda iniziale era quella di comprendere le ramificazioni di questa violenza: una riflessione condotta insieme all’artista e regista Soeb Kim Boninsegni, che ha partecipato alla mostra inaugurale del 2017, in particolare con un disegno dal titolo Non è un problema di terrorismo, è un problema di realtà contro finzione.
In effetti, l’adolescenza sembra a volte catalizzare individualmente una violenza diffusa…
Esatto, non è tanto un giudizio sul singolo individuo, ma qualcosa di più strutturale. C’era l’idea che certe forme di violenza non nascano dal nulla, ma da una violenza sociale, quasi invisibile, che attraversa il corpo collettivo.
Nel libro emerge anche una riflessione sulla temporalità dell’adolescenza. Oggi sembra non finire più.
Sì, è uno dei punti centrali. L’adolescenza oggi, e l’arte contemporanea lo mette ben in evidenza, non è più una fase chiusa. È diventata una sorta di stato mentale che può estendersi fino ai trent’anni o oltre. E questo cambia completamente i marker di passaggio all’età adulta. Non è più chiaro quando si “esce” dall’adolescenza, perché il mero dato anagrafico non è più sufficiente: a volte quella soglia si può attraversare solo quando la vita ti pone di fronte a qualcosa di inevitabile e irrimediabile, ad esempio la morte di un genitore.

Questo ha a che fare anche con il contesto digitale?
Molto. Intorno al 2010-2016 Internet stava cambiando radicalmente. Eravamo già fuori dalla fase “utopica” del web partecipativo. Prima c’era l’idea di una rete come spazio di creazione spontanea. Poi è diventata sempre più una piattaforma di contenuti verticali, controllati, calati dall’alto. Questa trasformazione ha generato una sorta di disillusione, ma anche un nuovo tipo di consapevolezza: siamo dentro un sistema che ci struttura, ma da cui non possiamo uscire. Ma ho l’impressione che molti degli artisti dei primi tempi di Extramentale fossero in modalità AFK.
E in molti questo cambio di passo ha generato una sorta di “nostalgia” per quell’internet primordiale, che diventa anemoia quando colpisce anche chi non l’ha mai vissuto.
Esatto, per molte persone della generazione più giovane, è una memoria indiretta, costruita. E questo rende la nostalgia ancora più interessante: non è ricordo, ma immaginazione di un’origine. Stranamente, io, in quanto “millennial”, non provo questa nostalgia, poiché considero Internet come il prolungamento di uno stato di distacco che provo fin dall’infanzia. A proposito di nostalgia, proprio in questi mesi abbiamo visto sui social una romanticizzazione del 2016: quel periodo viene visto oggi come un momento felice se confrontato con le crisi pandemiche, economiche e belliche successive, ma dimentichiamo quel clima di violenza diffusa di cui parlavamo prima, e che ha avuto anche allora picchi rilevanti. Nel testo di Julie Ackermann presente nel mio libro, lei parla del rapporto tra nostalgia e spazio liminale nella musica di Oklou: mentre alcuni musicisti imprigionavano il presente in un loop vuoto e ripetitivo (la nostalgia come lutto congelato), Oklou usa il loop come un “incantesimo magico” per aprire un varco verso un altrove — la nostalgia diventa una soglia verso “l’uscita dall’adolescenza”.

In che modo la tua pratica curatoriale ha attraversato questi temi?
Ad esempio attraverso i videogiochi. In Francia ho co-fondato un festival dedicato al videogioco sperimentale (Octobre Numérique – Faire Monde). Il videogioco, per me, è una forma culturale profondamente legata all’adolescenza: sia come produzione estetica, sia come modo di elaborare contenuti emotivi e psicologici. Con alcune artiste, come Saradibiza, abbiamo lavorato proprio su questo: dare una piattaforma a linguaggi che emergono da una dimensione più inconscia, o repressa o anche, più recentemente, con Anhar Salem, di cui espongo le opere nella mostra conclusiva che si sta svolgendo proprio in questi giorni alla Galleria Nazionale di Varsavia (Zacheta): l’adolescenza come condizione per l’espressione di sé in una situazione definita “di debolezza” (in questo caso, un episodio maniacale).
Quindi il videogioco diventa anche uno strumento di emersione del rimosso?
Sì, anche se non voglio appropriarmi di termini tecnici della psicologia, non essendone un’esperta. In molti casi quello che emerge non è immediatamente leggibile, ma ha una forza espressiva molto forte. Il videogioco permette una forma di ambiguità: tra sogno e veglia, tra controllo e perdita di controllo, il che sembra sorprendente vista la tecnologia che comporta! Ma sono convinta che il gioco, nella sua capacità di costruire il “proprio mondo”, sia il formato più vicino alla camera di un adolescente: vi si riversano le passioni, si crea un collage. E questo lo rende molto vicino a certe dinamiche di Extramentale.

Nel libro c’è anche un aspetto collettivo: non è un saggio isolato ma un lavoro corale.
Era fondamentale per me. Il libro include saggi di altre ricercatrici e artiste. Non volevo che fosse un discorso singolare, ma una piattaforma di confronto. E devo dire che proprio questi contributi, e in particolare quello di Julie Ackermann, hanno cambiato anche la mia lettura del progetto. Non posso che ringraziare ancora una volta tutte le persone che hanno partecipato.
Com’è cambiato Extramentale da quando sei venuta a vivere a Venezia?
Mi sono trasferita qua anche perché volevo “ammazzare” Extramentale. Born in Arles, Dead in Venice.
Addirittura?
Avevo bisogno di fermarmi, raccogliere, mettere un punto. E con questo libro spero di averlo fatto. Adesso sento il bisogno di cambiare direzione: lavorare ancora con giovani artisti, ma in un modo diverso, più diretto, più situato, non solo come oggetto di ricerca curatoriale. Prendere l’adolescenza davvero di petto.
Alberto Villa
I Am The F****** Subject: Art and Adolescence
a cura di Julia Marchand
Lenz Press, 2026, pagg. 160, 15 euro
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