Nei sotterranei del Real Alcázar di Siviglia c’è una mostra esplosiva. L’artista ce la racconta

È concepita per lo spazio che, fino al 19 giugno, la ospita “Ecos de un Imperio” mostra di Alejandro Vico, in cui l’artista ha costruito un universo di apparizioni attraverso una ricerca che integra memoria e materia. Per approfondire lo abbiamo intervistato...

L’odore della combustione, il tessuto perforato, la traccia lasciata dalla materia, il residuo che sopravvive all’immagine. In Ecos de un Imperio l’artista spagnolo Alejandro Vico (Granada, 1983) costruisce un universo fatto di apparizioni, presenze instabili e figure che sembrano emergere dalla perdita. Le opere non restituiscono immagini compiute: mostrano piuttosto ciò che resta, ciò che riaffiora dopo l’erosione della materia.

Cosa accade allora quando un’immagine nata per celebrare il potere smette di funzionare come monumento e diventa soltanto una traccia o un frammento? È questa la domanda che attraversa il progetto ospitato negli spazi seminterrati del Real Alcázar di Siviglia.

La mostra prende come punto di partenza le immagini legate a Carlo V e Isabella del Portogallo, figure centrali della costruzione simbolica dell’impero asburgico e protagoniste del quinto centenario del loro matrimonio, celebrato proprio al Real Alcázar di Siviglia. La scelta, come conferma l’artista, non è casuale ma nasce direttamente dal contesto storico e dal luogo che ospita il progetto.

Ecos de un Imperio. Alejandro Vico. Ph: Nicola Violano
Ecos de un Imperio. Alejandro Vico. Ph: Nicola Violano

La mostra di Alejandro Vico negli ambienti seminterrati del Real Alcázar di Siviglia

Il riferimento a Tiziano è inevitabile, infatti la sua ritrattistica (ricordiamo il dipinto di Carlo V a cavallo del 1548) contribuì a definire una delle più potenti immagini politiche del Rinascimento europeo; il ritratto non come semplice rappresentazione, ma come strumento di legittimazione, continuità dinastica e costruzione della memoria. Ecos de un Imperio non si limita però a riattivare questa iconografia. Piuttosto, la attraversa. L’immagine imperiale non viene restaurata né celebrate ma viene sottoposta a trasformazione.

È qui che Ecos de un Imperio trova uno dei suoi aspetti più interessanti. Storicamente il ritratto imperiale nasce per fissare identità, autorità e influenza. L’artista stesso individua invece nella memoria, nell’interruzione, nell’instabilità e nella perdita alcuni nuclei centrali della propria ricerca. A questi si aggiunge il ruolo dello spettatore: ogni opera si completa soltanto nello sguardo di chi osserva, rendendo l’esperienza inevitabilmente parziale e soggettiva.

“Ecos de un Imperio” il progetto di Alejandro Vico nato per lo spazio che lo ospita a Siviglia

Anche il rapporto con il Real Alcázar risulta decisivo. Ecos de un Imperio non è un progetto adattato successivamente al luogo, ma nasce direttamente dal dialogo con l’istituzione e prende forma a partire dall’agosto dello scorso anno (2025). Lo spazio entra quindi nella costruzione stessa del lavoro.

L´antico palazzo reale è uno dei luoghi più stratificati della storia Iberica, con le sue architetture islamiche, interventi mudéjar, trasformazioni cristiane e memorie imperiali convivono nello stesso organismo monumentale. La sua immagine pubblica è quella della magnificenza e della continuità storica.

La mostra è collocata nel seminterrato del Palazzo di Pedro I, una zona marginale rispetto agli ambienti più rappresentativi del complesso. È una scelta significativa, poiché lo sguardo viene spostato dalle sale ufficiali agli spazi nascosti, dalla celebrazione alla sedimentazione, dalla superficie visibile alla materia che resta. Il seminterrato diventa così uno spazio archeologico della memoria.

Più che proporre una critica diretta dell’impero o una sua decostruzione simbolica, il progetto sembra interessato a riattivare queste immagini, interrogandone nuove possibilità di lettura. Lo suggerisce anche Vico, che riconosce in questo uno degli elementi chiave della mostra e considera il lavoro potenzialmente trasferibile in altri contesti, pur mantenendo una forte relazione con il Real Alcázar e con la memoria storica che lo abita.

Ciò che rimane allora non è l’immagine intesa come documento né il ritratto come forma stabile di rappresentazione. Il lavoro di Vico si colloca in una zona intermedia, dove la memoria non è un archivio immobile ma un processo aperto, capace di generare nuove possibilità attraverso perdita, trasformazione e riemersione della materia.

In questo senso Ecos de un Imperio evita sia la celebrazione nostalgica sia la semplice citazione storica. L’immagine sopravvive non perché immutabile, ma perché reinterpretata, acquisendo nuove possibilità di lettura. Ed è forse proprio qui che il progetto trova la sua dimensione più contemporanea, non nel tentativo di conservare il passato prendendone distanza, ma nella volontà di osservarlo da vicino, lasciando che la materia trasformata ne ridefinisca il significato. Per approfondire alcuni dei temi emersi in Ecos de un Imperio – dalla ricerca sulla materia al rapporto con la ritrattistica storica – abbiamo intervistato l’artista.

Intervista ad Alejandro Vico

Da quanto tempo lavori con la polvere da sparo e come è entrata nella tua pratica?
Ho iniziato parecchio tempo fa, anche se più che “lavorare con lei” direi che si tratta di “fare ricerca”. Sì, c’è stato un momento preciso. Un giorno ero alla Facoltà di Belle Arti di Granada, negli spazi esterni dedicati alla scultura, e trovai una striscia di zolfo sul pavimento. Non so bene perché, ma mi venne spontaneo accenderla con un accendino. La traccia che lasciò dopo la combustione mi sembrò subito molto interessante, molto espressiva. Lì è iniziato tutto.

Esiste un riferimento artistico che consideri fondamentale per comprendere il tuo lavoro?
Sì, Cai Guo-Qiang. Ma più che per comprendere il mio lavoro, direi per comprendere il materiale e la tecnica. Ho dedicato molto tempo alla ricerca sulla materia: ai suoi componenti, alla funzione che ognuno svolge nella miscela, al comportamento della polvere da sparo sulle diverse superfici, a come le condizioni atmosferiche influenzano il materiale e così via, fino ad arrivare a conclusioni e soluzioni molto specifiche. Una di queste, per esempio, è stata la creazione di un mio materiale, una mia polvere da sparo, che modifico per ottenere tonalità differenti.

Esiste un artista con cui senti di essere in dialogo, anche indirettamente?
Indirettamente… hmm… molti! Ultimamente sto guardando molto Marlene Dumas, Maggi Hambling, Anselm Kiefer e gli acquerelli di Miquel Barceló.

Nel progetto l’immagine storica viene frammentata e resa instabile. Ti interessa mettere in discussione il potere di queste immagini oppure lavorare sulla loro sopravvivenza nel presente?
Credo entrambe le cose, e questo dipende in gran parte proprio dal materiale utilizzato: la polvere da sparo. Non è soltanto il mezzo, ma anche il messaggio. La polvere da sparo è stata un elemento fondamentale nell’espansione imperiale e qui appare come metafora di creazione e distruzione, di potere e fragilità. È proprio in questo punto che collegherei il concetto di reinterpretazione per arrivare a una lettura più contemporanea.

Oppure si potrebbe parlare più di una riflessione sulla ritrattistica?
Potrebbe sembrare così? Forse sì. Ma credo che sarebbe una lettura riduttiva e, naturalmente, non è questa la mia intenzione.

Carlo V è stato rappresentato da artisti come Tiziano, Leone Leoni, Alonso Sánchez Coello e Juan Pantoja de la Cruz, contribuendo alla costruzione di una precisa immagine politica e dinastica del potere. Pensi che il tuo lavoro si inserisca in continuità con questa iconografia o che segua un’altra strada?
Senza dubbio segue una strada alternativa. Come dicevo prima, la chiave della mostra è la reinterpretazione.

C’è un dettaglio delle opere che vorresti il pubblico osservasse con più attenzione?
L´odore, la traccia, il tessuto bruciato, il residuo.

Cosa vorresti che rimanesse al visitatore uscendo dalla mostra?
Vorrei che non si fermasse soltanto all’immagine. Che si avvicinasse, osservasse, indagasse, sentisse l’odore. Mi piacerebbe che uscisse con la sensazione che ci sia qualcosa di più: qualcosa di distinto, diverso, nuovo.

C’è un progetto, una serie o una direzione che stai sviluppando in questo momento e che consideri il passo successivo del tuo percorso?
In questo momento sto approfondendo l’astrazione, per rendermi ancora più libero.

Nicola Violano

Siviglia // fino al 19 giugno 2026
Ecos de un Imperio. Alejandro Vico
REAL ALCÁZAR DI SIVIGLIA, CASCO ANTIGUO
Scopri di più

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Nicola Violano

Nicola Violano

Nicola Violano (1989) è un architetto e critico italiano. Vive a Berlino ed è specializzato in tecnologie e processi digitali per l'architettura, operando dalla scala delle infrastrutture fino al prodotto di design, tra ricerca progettuale e produzione. La sua ricerca teorica…

Scopri di più