Il Padiglione Ucraina alla Biennale 2026 accusa il fallimento della politica. Intervista alla curatrice
Il Padiglione Ucraina a Venezia non vuole offrire un’immagine rassicurante del paese, bensì interrogare l’Europa e il sistema dei padiglioni nazionali attraverso un oggetto evacuato dalla guerra. La curatrice Ksenia Malykh ci racconta il progetto
Alla Biennale ci sono padiglioni che occupano spazio, altri che producono immagini, altri ancora che sembrano limitarsi a rappresentare sé stessi. Quello ucraino, invece, accusa. Security Guarantees non si limita a presentare un’opera. Mette in scena il collasso di un’idea di sicurezza che per anni è stata raccontata attraverso accordi, memorandum e promesse diplomatiche rivelatesi fragili quanto carta. Al centro del progetto c’è The Origami Deer di Zhanna Kadyrova (Brovary, 1981), una scultura nata al posto di un jet sovietico capace di trasportare armi nucleari. Dopo l’evacuazione da Pokrovsk e il viaggio verso Venezia, il lavoro cambia natura: non appare più soltanto come un’opera d’arte, ma come una presenza che trasporta con sé il peso politico della propria sopravvivenza.
Il valore del progetto del Padiglione Ucraina
Il punto non riguarda solo l’Ucraina. Riguarda anche l’idea europea di protezione, stabilità e distanza. Il cervo piegato come un origami, sospeso nello spazio veneziano e accompagnato dalla documentazione del suo spostamento, non chiede pietà. Chiede allo spettatore di interrogarsi su cosa significhi oggi parlare di sicurezza mentre una guerra continua a ridisegnare geografie, corpi e memorie. In una Biennale dove i padiglioni nazionali continuano spesso a funzionare come rappresentazioni identitarie, Security Guarantees lavora invece dentro una frattura: tra pace e vulnerabilità, tra diplomazia e fallimento politico, tra estetica e realtà. Venezia qui smette quasi di essere una vetrina e diventa piuttosto un luogo di transito attraversato da un oggetto che non avrebbe mai dovuto arrivarci.
Intervista alla curatrice del Padiglione Ucraina Ksenia Malykh
Perché scegliere l’arte per colpire un fallimento politico invece di denunciarlo frontalmente?
La denuncia politica diretta parla il linguaggio delle dichiarazioni, che purtroppo è diventato fin troppo familiare alla comunità internazionale e spesso si trasforma nell’ennesimo “pezzo di carta”. L’arte contemporanea possiede invece strumenti completamente diversi. È capace di materializzare il vuoto e l’assurdo.Il nostro progetto non addolcisce la realtà, ma ne espone le contraddizioni. Partiamo da una storia concreta e tridimensionale iniziata con il disarmo nucleare dell’Ucraina e, attraverso la presenza fisica di un oggetto evacuato, mostriamo come le promesse della sicurezza globale si siano disintegrate in carta diplomatica straccia.Qui l’arte non è uno schermo né un abbellimento. Diventa il linguaggio capace di perforare la sordità dell’establishment politico.
The Origami Deer è ancora un’opera d’arte oppure è diventato qualcosa che supera l’arte e coinvolge direttamente il linguaggio della politica internazionale?
The Origami Deer resta un’opera d’arte contemporanea, ma il contesto della guerra le ha conferito una nuova, monumentale agency. Quando Zhanna Kadyrova lo ha creato nel 2019 a Pokrovsk era un gesto umanistico volto a ripensare lo spazio: il passaggio da un intercettore sovietico Su-15 a un simbolo di pace. Tuttavia, l’evacuazione nell’agosto 2024 e il successivo viaggio di 6.000 chilometri attraverso l’Europa ne hanno trasformato radicalmente la natura.All’apparenza resistente come il cemento, si è rivelato fragile quanto un foglio di carta, esattamente come il Memorandum di Budapest. Oggi il cervo ha superato i confini della pura estetica. È diventato una prova fisica e una domanda politica brutale rivolta direttamente all’architettura globale della sicurezza.
Portare a Venezia una scultura evacuata dalla linea del fronte significa rappresentare l’Ucraina o mettere sotto accusa l’Europa stessa?
Questo progetto non cerca certo di offrire una rappresentazione rassicurante o confortevole dell’Ucraina. Abbiamo portato a Venezia non semplicemente un’immagine artistica, ma un frammento traumatizzato e sfollato del nostro spazio pubblico. Per questo sì, il nostro padiglione accusa. Colpisce l’illusione stessa di sicurezza nella quale il mondo occidentale si è abituato a vivere, fingendo che garanzie scritte su carta possano proteggere qualcuno. L’arte evacuata da Pokrovsk costringe lo spettatore europeo a uscire dal ruolo di osservatore distante e a confrontarsi con una promessa tradita. Diventa uno specchio per l’Europa, riflettendo la crisi profonda delle sue stesse istituzioni politiche.
In una Biennale che tende ad assorbire tutto dentro l’estetica, come si evita che un progetto del genere venga neutralizzato, ammirato e poi svuotato?
Il rischio che il sistema dell’arte tenti di “consumare” ed estetizzare la tragedia è sempre molto alto. È esattamente per questo che lavoriamo attraverso la frattura, attraverso una rottura radicale. Accanto a The Origami Deer presentiamo meticolosamente tutto il suo viaggio: la documentazione video dell’evacuazione, le immagini da Pokrovsk e la cronaca del suo transito attraverso le capitali europee sul pianale aperto di un camion. Lo spettatore non può limitarsi ad ammirare la forma del cemento, perché il contesto documentario colpisce direttamente il nucleo della questione. Priviamo il pubblico della possibilità di mantenere una distanza confortevole. Quando si vede che questo cervo di cemento si muove nel mondo soltanto perché la sua casa viene distrutta proprio in questo momento, l’ammirazione estetica collassa immediatamente, trasformandosi in solidarietà o in un profondo disagio.
Presentare un padiglione che denuncia il fallimento della politica internazionale dentro una Biennale che ospita anche rappresentazioni statali oggi gravate da conflitti e responsabilità: è un gesto di affermazione politica o un modo per mostrare quanto il formato stesso dei padiglioni nazionali sia diventato storicamente e moralmente insufficiente?
Entrambe le cose. Da un lato, per l’Ucraina questa è una potente affermazione politica della propria agency e del diritto di dire la verità nel principale forum culturale mondiale. Dall’altro, Security Guarantees dimostra chiaramente l’obsolescenza morale del formato tradizionale del padiglione nazionale. In tempi di trasformazioni tettoniche globali e guerre totali, le nazioni non possono continuare semplicemente a “mettere in scena” il proprio status o a esibire risultati artistici separati dalla realtà. Quando il sistema dei padiglioni nazionali si trasforma in un club esclusivo che ignora ciò che accade fuori dai Giardini, allora diventa storicamente e moralmente fallito. Il nostro padiglione rompe questa tranquillità convenzionale.

Le proteste di molti artisti contro alcuni padiglioni nazionali mostrano che il formato stesso della Biennale è oggi sotto pressione. Sentite che il vostro progetto lavori dentro questa frattura, mostrando che non basta più esporre ma che bisogna prendere posizione?
Assolutamente sì. L’epoca dell’arte decorativa o neutrale è finita, soprattutto quando si rappresentano Paesi in guerra o in una crisi profonda. Le proteste degli artisti in tutto il mondo dimostrano che la comunità creativa non è più disposta a servire come strumento di una diplomazia culturale che ripulisce fallimenti politici o crimini. Il nostro progetto esiste precisamente dentro questa frattura. Rifiutiamo deliberatamente di fornire un’“immagine attraente”. Security Guarantees non è soltanto una mostra, ma una presa di posizione senza compromessi. Affermiamo che se le istituzioni artistiche e i creatori non sono capaci di prendere una posizione chiara e alzare la voce contro lo smantellamento dell’ordine globale, allora la loro stessa presenza a Venezia perde significato.
Quando hai creato The Origami Deer, pensavi già a un’opera capace di destabilizzare un’intera idea di sicurezza oppure è stata la guerra a trasformarla in qualcosa di più duro rispetto alla tua intenzione iniziale?
Zhanna Kadyrova: Quando ho creato The Origami Deer nel 2019, non stavo pensando alle garanzie di sicurezza o alla geopolitica. Mi interessava sostituire un simbolo di potere militare con qualcosa di fragile e pacifico. L’opera era stata concepita come una scultura permanente per Pokrovsk e non avrei mai immaginato che avrebbe dovuto lasciare il suo luogo. La guerra ha cambiato tutto. Quando il cervo è stato evacuato da una città oggi quasi completamente distrutta, ha acquisito significati che non avrei potuto prevedere. Ciò che era stato pensato per restare è diventato sfollato. In questo senso la guerra ha trasformato la scultura in qualcosa di più duro e urgente rispetto alla mia intenzione originaria. Oggi parla non solo del luogo in cui è stata creata, ma anche dell’esperienza di milioni di ucraini costretti a lasciare le proprie case.
Antonino La Vela
Venezia // fino al 22 novembre 2026
Security Guarantees. Padiglione Ucraina
ARSENALE
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