Da guida a documento di regime. Ecco com’è cambiato negli il catalogo della mostra più importante del mondo
In Minor Keys, la mostra centrale alla Biennale Arte di Venezia, è accompagnato da un esteso catalogo che ricorda e fa vivere il lavoro di Koyo Kouoh. La pubblicazione è il pretesto perfetto per ripercorrere la storia dei volumi editi dalla Biennale a partire dal 1895
Ogni due anni, in concomitanza con una nuova edizione della Biennale di Venezia, viene prodotto un catalogo generale che accompagna la mostra centrale. All’inaugurazione della manifestazione, presso i bookshop principali della Biennale – all’ingresso del Padiglione Centrale ai Giardini e all’entrata dell’Arsenale –, è possibile trovare grandi muraglie di volumi impilati uno sull’altro, che vanno via via scomparendo nel corso dei mesi di apertura. Nonostante ciò, le riviste che seguono la Biennale raramente vi prestano la stessa attenzione riservata alla mostra. Dal 1895, anno della prima edizione, la funzione di questa pubblicazione è cambiata profondamente, da oggetto utile nel corso della visita a dispositivo teorico. Nel 1997 la Biennale affiancò al catalogo una guida per i visitatori, più leggera ed economica, pensata per accompagnare la visita. Un gesto che sanciva una separazione, orientando il catalogo verso un pubblico diverso, quello degli addetti ai lavori e di chi può permettersi un souvenir costoso. Raccontare la storia di questi cataloghi, a partire da quello dell’edizione in corso significa ripercorrere, ancora una volta, la storia della Biennale stessa.

Il catalogo di “In Minor Keys”, per 61a Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia
Il catalogo della 61a Esposizione Internazionale d’Arte si presenta in due volumi: il più voluminoso, dedicato alla mostra principale, contenente un approfondimento teorico sui temi trattati e tutti gli artisti esposti, e unsecondo, più breve, nel quale sono ordinate le partecipazioni nazionali con una breve descrizione di ogni mostra. Ironia della sorte, il primo volume si apre con i membri della giuria internazionale, selezionati per attribuire i Leoni d’oro di questa edizione, poi dimessi a seguito degli scandali che hanno coinvolto il Padiglione Russia e quello israeliano. Fra i testi, Koyo Kouoh è presente con la stessa “invocazione” a sintonizzarsi con le tonalità minori divulgata dopo la sua nomina a curatrice, prima della sua improvvisa scomparsa nel maggio 2025.
La prima sezione del catalogo della Biennale di Venezia 2026 dedicata a Koyo Kouoh
Nella prima sezione del catalogo vengono dedicata alla curatrice cinque Invocations: un poema, un ricordo, due favole e un testo sull’amicizia. Seguono gli Shrines, un’analisi approfondita del lavoro e della risonanza nell’arte contemporanea di Issa Samb e Beverly Buchanan. La sezione si chiude con i saggi teorici sulle Schools, una selezione di organizzazioni non istituzionali che hanno saputo contribuire alla produzione artistica al di fuori dei circuiti canonici del sistema dell’arte. Seguendo lo spirito collaborativo promosso da Kouoh, ciascun artista è stato invitato ad affidarsi a un autore o autrice che potesse descriverne il lavoro, raccogliendo nel catalogo una vasta polifonia di voci.

I cataloghi della Biennale di Venezia dal 1895 alla Seconda guerra mondiale
Il volume della prima Biennale del 1895, uscito dalle tipografie veneziane dei Fratelli Visentini, è un oggetto ibrido. Al suo interno conteneva la lista completa degli artisti e delle opere esposte, tavole in bianco e nero, seguite da una coda pubblicitaria e da un fascicoletto di indicazioni utili per i forestieri in visita a Venezia. Il catalogo era un oggetto documentario e una vetrina commerciale, concepito come listino per i collezionisti in visita alla Biennale, la quale disponeva di un proprio ufficio vendite. Nei decenni successivi la forma del catalogo si raffina: le copertine si fanno più curate, riprendendo il manifesto dell’edizione, e vengono organizzate diverse ristampe nel corso della stessa edizione. Con la trasformazione della Biennale in Ente Autonomo, indipendente dal Comune di Venezia, nel 1930, e il passaggio sotto il controllo dello Stato, la pubblicazione muta di statuto. I cataloghi degli Anni Trenta portano in copertina l’anno dell’era fascista accanto a quello civile – dal 1932 come anno X – facendosi documento istituzionale di un regime, oltre che repertorio espositivo, fino all’ultima edizione prebellica nel 1942.
L’avvento del catalogo scientifico della Biennale di Venezia dal 1948
Dopo lo stop dettato dalle atrocità della Seconda Guerra Mondiale la Biennale Arte riprende nel 1948, sotto la presidenza di Rodolfo Pallucchini, e con essa il catalogo cambia registro. Le grandi retrospettive di quegli anni, tra cui la prima presentazione veneziana di Picasso e la collezione di Peggy Guggenheim, richiedono un apparato diverso, saggistico e storicamente fondato. Per la prima volta il catalogo somiglia a quello di un museo, con testi critici, cronologie e documentazione scientifica. Nonostante ciò, la pubblicazione resta ancora estranea ad una funzione curatoriale in senso moderno, mancando un tema che unisse tutti i partecipanti della manifestazione.

La struttura tematica del catalogo della Biennale dal 1972 a oggi
La Biennale del 1972 è la prima ad arricchirsi di una struttura tematica, dopo i movimentati anni delle contestazioni all’istituzione, inaugurando un modello in cui il catalogo non è più un semplice registro ma un luogo di argomentazione. Il passaggio più radicale avviene nel 1976, quando la mostra si articola in sezioni autonome, ciascuna dotata di propria curatela, e alcune di esse producono cataloghi indipendenti, oltre ad essere indicizzate nel volume generale. Ambiente/Arte di Germano Celant e L’ambiente come sociale di Enrico Crispolti producono pubblicazioni indipendenti, oggetti editoriali che spingono la ricerca curatoriale fino alle sue conseguenze teoriche più profonde. Negli anni successivi il modello del catalogo si ricompatta. Il catalogo del 1978, che raccoglie in un unico volume la mostra tematica, le partecipazioni nazionali e le sezioni satellite, mostra già una tendenza opposta, quella del libro-contenitore che ingloba tutti gli eventi legati alla Biennale. Con l’affermarsi del direttore unico e delle grandi mostre autoriali negli Anni Novanta il catalogo diventa lo specchio del potere curatoriale, crescendo di conseguenza. L’apice viene raggiunto nel 1993, con la curatela di Achille Bonito Oliva per Punti cardinali dell’arte, occasione in cui il volume supera le mille pagine.
La storia editoriale dei cataloghi della Biennale
Parallelamente al racconto dei contenuti e della struttura del catalogo della Biennale Arte, ne viaggia un altro: quello di coloro lo hanno pubblicato. Dalla sua nascita fino alla metà degli Anni Settanta, la Biennale è editrice di sé stessa, affidando le stampe a tipografie veneziane come lo Stabilimento tipo-litografico Carlo Ferrari e, nel dopoguerra, a editori d’arte come Alfieri e Lombroso. Il passaggio agli editori commerciali avviene già nel 1978, quando il catalogo curato da Ziva Kraus viene pubblicato da Electa, che continuerà a stampare le edizioni fino al 1986, prima di cedere il passo a Fabbri Editore per il 1988 e il 1990. Marsilio subentra nel 1993 con Achille Bonito Oliva e nel 1995 con Jean Clair. Electa torna nel 1997 con Celant e nel 2001 con Harald Szeemann, mentre il 1999 – sempre di Szeemann –, ritorna a Marsilio. Da quel momento Marsilio continua a pubblicare il catalogo, dal 2003 di Francesco Bonami fino al 2015 di Okwui Enwezor. Nel 2017, con Viva Arte Viva di Christine Macel, la Biennale ritorna a pubblicare autonomamente i propri cataloghi.

Il catalogo della Biennale oggi: non solo un souvenir ma una testimonianza dei tempi
Nel 2026, il modello descritto per il catalogo generale dedicato a In Minor Keys risulta consolidato: due volumi, nei quali viene separata la mostra principale dalle partecipazioni nazionali. Quale sia la funzione di una pubblicazione dedicata a una mostra mastodontica come la Biennale Arte è difficile da decifrare. Quella di un souvenir, o più semplicemente di un documento da archivio, nel quale indicizzare ogni artista, ogni opera e ogni Padiglione presente? Il catalogo dell’edizione in corso dimostra che questa pubblicazione può essere di più: il memoriale a una curatrice scomparsa e un luogo ideale coerente ai valori che essa cercava di trasmettere, ricco di riferimenti rilevanti nel panorama teorico su cui la mostra si affaccia.
Mattia Caggiano
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