“La responsabilità del futuro è nelle mani di tutti”. Il mercato dell’arte secondo il gallerista Massimo De Carlo

Gallerie che chiudono, collezionisti molto prudenti, fiere sempre più onerose quanto imprescindibili. È delicato l’equilibrio del mercato dell’arte contemporanea. Può la crisi far nascere nuove spinte e nuovi modelli? Lo chiediamo al grande gallerista italiano Massimo De Carlo

Gli equilibri del sistema, le sue crisi, le sue opportunità. Ma anche i progetti della fondazione a suo nome di prossima apertura e quelli della sua storica e internazionale galleria. A Massimo De Carlo abbiamo chiesto tutto questo e molto altro in una chiacchierata lunga ma quantomai urgente, vista la situazione in cui versa il mercato dell’arte: proprio settimana scorsa, la mega-galleria Pace ha annunciato il taglio di 50 artisti e 50 dipendenti. Un segnale che dimostra come anche i grandi player stanno cercando nuove strategie di sostenibilità di fronte all’imprevedibilità del mercato. Insomma, c’è molto di cui parlare.

MASSIMODECARLO, Milano
MASSIMODECARLO, Milano

Intervista a Massimo De Carlo

Una volta hai detto: “Il gallerista è un sismografo: registra e sintetizza lo spirito del tempo attraverso la voce degli artisti“. Tu cosa registri oggi?
Sono tuttora convinto che una parte del nostro mestiere risieda nell’interpretare un contesto, il suo umore, le tensioni che lo attraversano e gli eventi visivi che lo definiscono. Il gallerista non può sottrarsi a questo compito, che considero quasi un obbligo. È necessario per capire prima di tutto cos’è la creatività in quel momento. Oggi, quello che registro nel mondo dell’arte è un’insofferenza diffusa verso le gerarchie e le regole che hanno strutturato – e in parte irrigidito – il nostro lavoro negli ultimi trent’anni.

Tutto questo, per aiutare la creatività.
Si, il fine è sempre quello. Avere dei sensori che ti indichino di cosa c’è bisogno, insieme a una conoscenza, è molto importante per il lavoro di un artista. È un modo per collegarlo al contesto di quel momento.

Non è solo registrare a questo punto, ma è anche un indicare la strada.
Il registrare può anche essere inteso in termini musicali. Un artista suona, lo registri e poi, una volta che hai il nastro, decidi cosa e come pubblicarlo, in che occasione, e che cosa farne. Ho sempre avuto, in questo senso, una visione del gallerista anche come produttore. Chi registra le scosse e gli spostamenti della falda è uno scienziato, che poi deve interpretare quei dati per costruire una previsione.

Registrare e interpretare, quindi. E fornire strumenti per un obiettivo.
Sì, nel caso dell’arte l’obiettivo è rendere il lavoro di un artista partecipe di un dibattito più ampio. Che si tratti di un artista giovane o di una generazione passata, il tema è sempre lo stesso: ascoltare, prendere nota e restituire al mondo queste voci. Renderle più visibili, più luminose.

Ma qual è per te lo spirito di questo tempo e del mercato dell’arte?
Credo che siamo tutti partecipi di questo momento, quello di verificare se il modo in cui abbiamo operato fino ad oggi sia ancora attuale. I modelli tradizionali mostrano i loro limiti e, allo stesso tempo, emerge una difficoltà reale nell’immaginare alternative credibili. È una condizione che riguarda tutti – artisti, galleristi, collezionisti, istituzioni. Ci troviamo in una fase di sospensione e di messa in discussione, in cui le regole esistenti non convincono più, mentre le nuove non sono ancora state definite.

In un sistema in cui tutte le attività e le direzioni sono collegate.
Qualunque scelta o percorso si intraprenda, è difficile che non abbia implicazioni sul mercato. Anche la comunicazione, persino quella più sofisticata, può essere letta – a seconda di come la si osserva – come una funzione del mercato: una condizione che, se vogliamo, rappresenta anche una novità. E dice molto di come il sistema abbia finito per inglobare anche ciò che un tempo gli stava ai margini.

È un accento nuovo.
Una nuova visione d’insieme, un nuovo approccio, in cui la comunicazione è di certo un elemento molto importante.

Voi come galleria ci lavorate tanto?
Sì, sapendo anche che è un ambito nel quale bisognerebbe essere più innovativi, ma anche un po’ più disincantati. La comunicazione attuale mi sembra molto impacchettata, conformista. E non è ciò di cui il mondo dell’arte avrebbe bisogno in questo momento.

Regole del mercato, che ora arrivano a un momento di verifica, dicevi. A me sembra spesso che nulla o quasi funzioni più, rispetto a quello che accadeva in passato.
Non è che le modalità del passato non funzionino più, semplicemente non sono più sufficienti. Non si riesce ad essere in linea con le aspettative di artisti, collezionisti e istituzioni, né a costruire una visione comune compatibile con le esigenze di sostenibilità di una galleria. Ci vuole qualcosa in più.

E in effetti, nel 2025 e in questo 2026, abbiamo aggiornato un bollettino continuo delle chiusure delle gallerie nel mondo. Hai visto i numeri? Ce ne sono di nuove ogni settimana.
Sì, le seguo.

L’anno scorso c’è stata High Art a Parigi, prima Sperone Westwater, prima ancora GB Agency e Clearing, che a me hanno fatto particolare effetto per una questione anche personale, generazionale. Per non parlare quest’anno di Air de Paris e Pace che, pur senza chiudere, ha tagliato un centinaio tra artisti e personale…
Ogni galleria ha una sua storia e le ragioni che ne determinano le chiusure sono molto diverse. Ma il loro modello di lavoro era simile. È lì che si dovrà intervenire.

C’è un fraintendimento, secondo te, o un errore di interpretazione da parte delle gallerie, che non riescono a far fronte al contesto, alle sfide, ai costi?
Il fraintendimento più grande è pensare che le gallerie debbano assumersi da sole l’intera responsabilità: è una lettura sbagliata. Quello dell’arte è un sistema molto più articolato, in cui ciascun attore può contribuire, nel bene e nel male – artisti, collezionisti, curatori, direttori di museo. La responsabilità del futuro è nelle mani di tutti. Il gallerista è sicuramente una delle figure più visibili del sistema. In ogni caso non dovremo mai dimenticare che l’elemento più determinante del mercato dell’arte resta l’Opera d’Arte.

Giusto.
La produzione/creazione dell’opera d’arte è nelle mani dell’artista, in tutti i sensi. Personalmente, non credo ci sia nulla di più motivante per un collezionista di un’opera straordinaria. Un’opera che sappia dire qualcosa di nuovo, anche in modo disagevole; che riesca ad affermare valori importanti, senza compromessi.

MASSIMODECARLO, Milano
MASSIMODECARLO, Milano

E che stia aggiungendo qualcosa…
Noi, come galleria, ci proviamo ogni giorno. Annotiamo, interpretiamo e restituiamo in modo onesto e pragmatico. Però in questo momento, senza una partecipazione forte, senza una visione condivisa con tutti gli attori che sono sul palco dell’arte contemporanea, diventa molto complicato.

Cosa aiuterebbe a tenersi in piedi?
Uno dei possibili rimedi sarebbe riuscire a creare la più ampia convergenza possibile sui valori e sulle modalità di applicazione e comunicazione, ognuno nel suo ambito, con i suoi artisti. E portarli avanti in un modo razionale e non schizofrenico.

In questo, una parte rilevante spetta però anche alla presenza di un sostegno istituzionale.
Certo, questo vale anche per i musei, ma in generale per tutti.

Tutto contribuisce a dare delle traiettorie.
Certe scelte inevitabilmente portano in una direzione piuttosto che in un’altra. Ed è molto importante che, nella costruzione di una storia, gli elementi non siano conflittuali tra loro. Qualunque scelta ci porti a rivitalizzare l’idea di mercato o ci aiuti a crearne uno sostenibile, deve avere il contributo di tutti, non solo di una parte del sistema. Adesso si tende a concentrare la responsabilità sul gallerista, anche perché in parte quel sistema lo ha costruito e ne ha beneficiato. L’idea che una galleria che guadagna non abbia bisogno di rinnovarsi è rassicurante, ma parziale. Il successo non mette al riparo dal cambiamento, semmai rende più delicata la responsabilità di interrogarsi sul futuro.

Quella parte però ha creato la percezione sovradimensionata, dopando le aspettative di molti e rendendo difficilissimo comunicare cosa si stia facendo.
Il limite di quasi tutti i protagonisti del sistema dell’arte è stato quello di avere accettato una narrazione semplicistica basata su elementi economici e finanziari. È come un viaggio lungo un’autostrada che ti fa arrivare più in fretta a destinazione, ma perdi tutte le realtà geografiche fra il punto di partenza e quello di arrivo. Alla fine, hai l’impressione di essere in una dimensione…

Fuori scala…
Sì, ma soprattutto che non è tua. D’altra parte, l’interrogarsi su quale sia la scala sostenibile di un’attività culturale è uno dei temi forti di questo momento, in tutte le aree culturali. Vale per le case editrici, per il cinema, per il teatro, per i musei…

C’è per la moda anche.
La moda, secondo me, è stata brava a impossessarsi dell’idea di autorialità, inglobando un’industria diversa dalla propria. Ma di fatto quell’autorialità non esiste. È il contrario di una galleria, la quale ha un’autorialità ma non riesce a farla percepire.

Prevale sempre l’autorialità dell’artista.
Il compromesso giusto è dato, restando nel campo letterario, da certe case editrici che riescono a mantenere un’identità forte all’interno della valorizzazione dei loro autori. Una casa editrice riesce ad avere un’identità culturale molto più forte e al contempo equilibrata.

Mentre invece nelle gallerie…
Nel mondo della comunicazione dell’arte esiste ancora una forte centralità dell’artista. C’è questo soggetto, questo eroe, che è l’artista, ed è anche giusto che sia così.

Perché è il creatore di qualcosa, l’artefice.
È lui che crea qualcosa che prima non c’era, ed è questo che continua a sorprendere. In questo senso è normale che l’attenzione si concentri soprattutto lì. In altri settori, come l’editoria, la dinamica è un po’ diversa: l’autore tende a convivere più visibilmente con la struttura che lo accompagna e lo sostiene.

Tornando alle tue traiettorie, come procede il progetto della Fondazione Massimo De Carlo? A che punto siamo?
La Fondazione va avanti, ma ritarda, e quindi dovrà poi confrontarsi anche con le dinamiche del futuro in cui arriverà. È un progetto che non è abbandonato e andiamo avanti, pure in mezzo a complicazioni, diciamo così, tecniche, poco interessanti per questa sede.

Ecco, veniamo al dibattito in corso sui costi delle fiere, che gravano su economie a volte fragili delle gallerie. Come si affronterà questo scenario secondo te?
È un’organizzazione che si fa sempre più impegnativa e complicata, perché i costi, appunto, crescono. Tutti noi dovremo ricalibrarci.

È solo un problema di costi o anche del fatto che si compri meno?
I collezionisti hanno visitato moltissime fiere, e continuano a visitarne ancora oggi. È stata un’esperienza importante, ma dopo trentacinque anni il concetto stesso di fiera ha bisogno di rinnovarsi, di nuove idee, possibilmente condivise. Ad Art Basel stanno facendo un buon lavoro. Detto questo, per quante idee si possano avere – come manager di una fiera o come galleria – non basteranno mai a compensare la qualità degli stand o il grado di novità di ciò che viene prodotto negli studi degli artisti.

Quante fiere fai tu adesso?
Dieci in un anno, direi.

Quali elementi vanno valutati nelle scelte strategiche delle partecipazioni?
Dipende da come si interpreta una fiera: se come un luogo di promozione o come un momento commercialmente importante. Il secondo momento, attualmente, prevale quasi sempre sul primo.

La riduzione di cui dicevi varrà anche per il numero di mostre realizzate?
Ci sarà probabilmente un rallentamento del numero delle esposizioni per le gallerie, perché l’exhibition flow richiede sempre più attenzione e scelte più meditate, che potrebbero anche pesare in termini di idee, di un minor spazio per le novità.

Rispetto al passato, il tuo approccio è cambiato, il tuo lavoro all’interno della galleria è cambiato?
Molto. Una volta ero molto più operativo in poche aree specifiche, adesso sono più una sorta di orchestratore, e questo mi pare molto interessante per il futuro.

Questo avvicendamento riguarda anche la scelta di artisti nuovi?
Noi cerchiamo continuamente le voci più vive e più interessanti in qualunque ambito, anche per contribuire a rafforzare la nostra immagine. Non siamo per la novità tout court. Ci interessa la voce nuova quando contribuisce a un dibattito interno nella galleria, quando in qualche modo la galleria si arricchisce e quando questa voce contribuisce a un arricchimento del dibattito in generale.

Cosa pensi dell’apertura delle gallerie e mega-gallerie internazionali in Italia e a Milano in particolare?
Per me è un bene, direi, più si è, meglio è. Mi pare che sia in generale un buon segnale e mi fa pensare anche che il mondo è sempre più piccolo e quindi è sempre più facile interagire in qualunque contesto.

Questi nuovi attori contribuiscono a una maggiore offerta e a un maggiore scambio di idee?
Sì, perché spesso le idee nascono anche soltanto dalla compresenza. Il nostro lavoro è fatto di mostre, di eventi, di presenze, di notizie, e il confrontarsi in tempo reale e direttamente è già utile, soprattutto per le gallerie più giovani.

Ma da un punto di vista strategico e concreto anche, secondo te conviene davvero aprire una sede in Italia?
Aprire in Italia è ancora poco costoso, tutto sommato, rispetto ad altre aree del mondo. Per cui potrebbe essere molto conveniente in termini di costi e benefici. Anche se le spese non mancano ovviamente, dovendo magari doppiare funzioni e servizi che hai già attivi in altri luoghi. È comunque importante poter offrire uno spazio nuovo e un’esperienza nuova agli artisti con cui si lavora. E quello conta.

Sempre a proposito di Italia, non posso non chiederti un commento anche sull’IVA ridotta in Italia al 5%. È una buona notizia, no?
Un’ottima notizia, senza dubbio.

Ora credo si debba passare a rivedere tutte le previsioni sulla circolazione e ci sono segnali di apertura anche su quel fronte.
Importazione, esportazione, soglie di tempo, soglie di valore. Ma c’è già molto. Si è già molto avanti.

Quanto influiscono oggi le aste nel lavoro che fai tu come galleria?
Oggi l’impatto delle aste si riflette soprattutto sul modo in cui i prezzi vengono percepiti. Le quotazioni basse sono un segnale, per chi le osserva, e indubbiamente una quotazione alta crea eccitazione, mentre una bassa crea depressione.

Sì, e questo rischia anche di creare sfiducia nei regimi di prezzo praticati dalle gallerie, che possono sembrare pretestuosi.
Un’opera che esce dallo studio – che rappresenta l’espressione migliore di un artista in un determinato momento e viene presentata nel contesto più valorizzante possibile, se ha un prezzo alto ma coerente con la storia dell’artista, continua a trovare interesse. Detto questo, per quanto il lavoro di un artista sia solido e attendibile, oggi ci muoviamo dentro un contesto politico ed economico delicato, che non sempre tiene conto di questi elementi.

Forse anche perché abbiamo raccontato fino all’ossessione e in modo piuttosto piatto che l’arte era un’ottima asset class, come altri prodotti finanziari. Una narrazione rischiosa, quanto fallace.
C’è stato un momento in cui l’equazione: “Se paghi di più vale di più” era accettata da tutti. Capitani d’industria e professionisti della finanza erano convinti che pagare un’opera dieci, venti volte il suo valore determinasse in modo certo e oggettivo il valore permanente di quell’opera, indipendentemente dal contesto.

Abbiamo scambiato la contingenza per una proprietà immanente.
Così come non era in parte vero quello, non è neanche vero il contrario adesso.

Ci sono stati però diversi vantaggi anche per voi galleristi da una corsa agli investimenti in arte, no?
Ne hanno beneficiato tutti, artisti, collezionisti, curatori. Nel nostro caso, una parte significativa dei guadagni è stata restituita e rimessa a disposizione degli artisti, nella stragrande maggioranza dei casi.In che modo?
Investendo nelle produzioni, nei cataloghi e nei libri, e creando contesti espositivi che sostengano e rafforzino il lavoro degli artisti. Supportando le produzioni delle opere, anche quando sono destinate a progetti museali. È un lavoro che resta dietro le quinte, ma che definisce il ruolo di una galleria.

Cristina Masturzo

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Cristina Masturzo

Cristina Masturzo

Cristina Masturzo è storica e critica d’arte, esperta di mercato dell’arte contemporanea, art writer e docente. Dal 2017 insegna "Economia e Mercato dell'Arte" e "Comunicazione e Valorizzazione delle Collezioni" al Master Accademico in Contemporary Art Markets di NABA, Nuova Accademia…

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