Due artisti e un nuovo hotel d’artista. Giuseppe Stampone intervista Michelangelo Pistoletto
In occasione della mostra diffusa di Stampone nel nuovo Hotel Cittadellarte di Biella voluto da Pistoletto, i due artisti hanno parlato dei temi centrali del progetto tra accoglienza, resistenza e valore del tempo
Giuseppe Stampone: Michelangelo, tu e la curatrice Ilaria Bernardi avete voluto affidarmi una mostra personale sul tema dell’ospitalità all’interno dell’hotel di Fondazione Pistoletto Cittadellarte, quindi in un luogo molto diverso da uno spazio espositivo tradizionale. Quanto è centrale, per te e in questo caso specifico, il tema dell’ospitalità?
Michelangelo Pistoletto: Nella struttura organica di Cittadellarte il tema dell’accoglienza è fondamentale. Lo è ancor più per l’Hotel di Cittadellarte. Per questa ragione le tue opere non vengono semplicemente mostrate: abitano uno spazio in cui le persone vivono momenti di intimità. È una situazione completamente diversa rispetto alla mostra tradizionale. Le opere accompagnano le ore della notte, del riposo, della permanenza. Vivono il tempo reale delle persone, non soltanto il tempo rapido della visita.

È proprio questo che mi ha subito colpito della tua proposta. Una mostra pensata dentro un hotel rischiava facilmente di diventare decorativa, quasi un arredo. Invece il contesto – Cittadellarte –, il tema scelto – l’accoglienza –, il significato concettuale complessivo dell’operazione, rende la mostra un atto politico. È corretto?
In realtà non ho nulla contro la decorazione. Anche il simbolo del Terzo Paradiso nasce da motivi decorativi antichi: i mosaici, gli intrecci ornamentali… Il problema non è la decorazione in sé, ma il modo in cui viene utilizzata. A Cittadellarte non facciamo mostre come nei musei o nelle gallerie private. La presenza delle opere deve essere giustificata da una situazione particolare, da una relazione viva con tutto ciò che Cittadellarte rappresenta.
È per questo che Cittadellarte può essere definita la tua opera più grande in termini dimensionali: un meta-progetto partecipativo, condiviso, che contiene il tuo intero percorso…
Certamente: a Cittadellarte, arte, educazione, partecipazione e vita convivono nello stesso spazio. Non bisogna mai leggere le opere fuori dal contesto in cui si trovano. In questo caso il contesto è parte integrante dell’opera stessa.
Oggi mi sembra importante anche la possibilità di scelta da parte dello spettatore. Le stanze vengono vissute in modo personale, empirico. Non esiste una fruizione obbligata. È questo che desideravi ottenere con questo progetto?
Esatto. E poi c’è un altro aspetto importante: chi viene a dormire nell’hotel, molto spesso arriva qui per poi venire a visitare Cittadellarte. L’hotel, dunque, funge da introduzione alla visita. L’opera che il visitatore incontra nella stanza è la prima opera che vede entrando nel mondo di Cittadellarte. Arriva magari di sera, vive quell’esperienza intima e poi il giorno dopo attraversa gli altri spazi, incontra le persone, partecipa alle attività. È una sorta di preparazione mentale e sensibile al nostro spazio.
Infatti, parlando con la curatrice Ilaria Bernardi, ci siamo chiesti subito quale fosse la funzione dell’opera in questo progetto. Da opera autonoma diventava quasi un link, uno Stargate verso l’esperienza successiva dentro Cittadellarte. In questo senso, vedi una connessione con il tuo lavoro?
Nell’hotel le tue opere entrano nella dimensione della vita quotidiana, come ho sempre desiderato che il mio lavoro facesse, dai miei Quadri specchianti in avanti. Nei Quadri specchianti, infatti, creo una doppia prospettiva: lo spettatore si specchia nell’opera che però gli rimanda la sua stessa immagine e tutto ciò che gli sta alle spalle, il reale, il quotidiano, in continua trasformazione. L’atto di guardarsi in un Quadro specchiante implica già di per sé il concetto di partecipazione e di sovrapposizione dell’arte con la vita quotidiana.
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Quale aspetto ti ha maggiormente colpito del mio lavoro?
Il tuo lavoro non consiste semplicemente nel produrre immagini. Tu lavori sulle immagini esistenti. C’è un processo di attraversamento, di riappropriazione. Mi interessa molto il fatto che il tuo lavoro nasce dal fare, dal tempo fisico che impieghi nel costruire l’opera. Nasce da un procedimento: scegli immagini già esistenti, spesso prese dal web, dalla storia dell’arte o dall’attualità, e le “ricopi” manualmente, ma non si tratta di una copiatura meccanica; anzi, è il contrario della riproduzione meccanica. Viviamo in un periodo in cui realtà e dimensione digitale si sovrappongono: tu cerchi di riappropriarti dell’immagine attraverso il gesto umano, fisico. Questo è molto interessante perché storicamente il Rinascimento aveva trasformato lo spazio in una costruzione scientifica e matematica. Piero della Francesca aveva reso il vedere un fatto tecnico, prospettico, razionale. Da lì nasce un processo che porterà fino alla fotografia e poi alle tecnologie contemporanee. La fotografia, nel Novecento, ha messo in crisi l’artista: improvvisamente la mano non sembrava più necessaria. Oggi la preoccupazione è che la tecnologia possa sostituire l’umano stesso. E allora il tuo lavoro diventa interessante perché riporta dentro il processo tecnologico il tempo fisico dell’essere umano. Ogni segno che fai è un frammento della tua esistenza. Restituisci tempo a un’immagine che nasce invece nell’immediatezza tecnologica.
Per me è fondamentale. Quando prendo un file digitale e lo ricopio manualmente, mi riapproprio del mio tempo. Quel gesto diventa un atto fisico e politico insieme. La stratificazione dei segni è tempo accumulato. Il mio gesto nasce anche da qualcosa di molto personale: da ragazzo soffrivo di ansia e attacchi di panico; la notte scendevo in studio e disegnare mi aiutava a riequilibrarmi. Il segno mi stabilizzava fisicamente. Oggi capisco che quel gesto aveva già una dimensione politica: era un modo per riappropriarmi del mio tempo interiore.
Infatti il tuo non è un gesto narcisistico. È un’azione di resistenza.
Rimane però una questione importante: come rendere comprensibile tutto questo allo spettatore? Perché spesso il mio pubblico si sofferma sull’immagine senza comprendere il processo.
È il punto cruciale. Lo spettatore vede il soggetto: una figura, una stanza, una scena. Ma può non percepire il processo invisibile che sta dietro. E invece il vero lavoro è proprio lì, in quel tempo accumulato che non si vede immediatamente. Tu nascondi il processo invece di esibirlo. Per questo è importante che esista un racconto, una mediazione, qualcosa che renda comprensibile allo spettatore ciò che sta guardando. Ed è forse in questo senso che l’esperienza dell’hotel cambia la prospettiva perché chi incontra le opere non è un visitatore frettoloso; vive con loro il tempo della sera, del sonno, del risveglio. Non credi? Il sonno è un momento straordinario. Durante la notte le esperienze si ricompattano, si trasformano. In qualche modo il tuo lavoro assomiglia a questo processo: stratifica tempo, memoria, esperienza. Ed è forse proprio in quella dimensione intima che le opere riescono davvero a entrare nella vita di ciascuno di noi.
Giuseppe Stampone
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