È su RaiPlay il film di Pappi Corsicato sul fotografo Claudio Abate che racconta il fermento artistico di Roma tra gli Anni ’60 e ‘90
Si può guardare gratuitamente su RaiPlay il nuovo docufilm “Claudio Abate. L’obiettivo nell’arte” che restituisce il ritratto del grande fotografo romano, scomparso nel 2017, capace di immortalare l’arte in movimento, testimone di azioni e performance seminali per l’evoluzione dei linguaggi contemporanei
C’è la storia di Claudio Abate, e il suo talento nel cogliere con la fotografia l’arte “in azione”, al centro del nuovo docufilm di Pappi Corsicato, ora disponibile per la visione gratuita su RaiPlay. Ma quella condensata in poco meno di un’ora di montaggio – tra interviste ai protagonisti, materiali d’archivio inediti e spezzoni video forniti dall’Istituto Luce – è anche la storia della Roma degli Anni Sessanta e Settanta, che tra performance, happening, installazioni e utopie visive teneva a battesimo il linguaggio dell’Arte Povera.

Il fermento artistico di Roma tra gli Anni ’60 e ‘70
Il fermento di Via Margutta e Via del Babuino, la galleria L’Attico di Fabio Sargentini, l’arte di Jannis Kounellis e Michelangelo Pistoletto, il teatro provocatorio di Carmelo Bene. E la grande mostra Contemporanea, allestita nel 1973 nel parcheggio sotterraneo di Villa Borghese. Qualche decennio più tardi, il focus si sposta sulla “scuola” del Pastificio Cerere, al quartiere San Lorenzo: trait d’union è ancora una volta Claudio Abate, che di artisti come Pizza Cannella, Dessì, Tirelli, Ceccobelli, Gallo, Di Stefano diventa sodale sul lavoro e nella vita di ogni giorno (il ritrovo conviviale è la trattoria Pommidoro).

Il docufilm di Pappi Corsicato su Claudio Abate
Claudio Abate, classe 1943, è scomparso nel 2017. E il film di Corsicato – Claudio Abate. L’obiettivo nell’arte (2026; l’opera è stata realizzata con il contributo del Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell’audiovisivo del Ministero della Cultura) – gli rende omaggio restituendo il fermento della scena artistica capitolina, in cui il fotografo romano si è mosso da protagonista e collante. Non mancano di ribadirlo, davanti alla macchina da presa, Sargentini – “Claudio sapeva fotografare l’evento” – Pistoletto – “Senza la fotografia l’azione d’arte non perdura. Abate seguiva le azioni con una partecipazione sua, molto personale” – Pizzi Cannella, con cui si instaurerà una particolare sintonia: “Claudio Abate somigliava molto al mio stato d’essere. Le sua foto sono sempre state indipendenti. Gli bastava fare ciò che amava fare”.
Corsicato ha il merito di costruirne un ritratto umano e artistico particolarmente coinvolgente: dalla Roma dei caffè culturali e delle gallerie pionieristiche fino alla sperimentazione visiva più estrema, Abate si rivela non solo testimone di un’epoca, ma suo interprete essenziale e co-autore silenzioso di un’estetica visiva che ha segnato l’arte contemporanea.

La fotografia di Claudio Abate testimone dell’arte in azione
Nel ’57, giovanissimo, Abate aveva aperto il suo primo studio fotografico, in via Margutta. Ad affascinarlo fu sempre l’arte in movimento. Intanto, nel ’59, aveva incontrato Carmelo Bene: a partire dal 1963 e per i successivi dieci anni ne documentò il teatro e il cinema, mentre collaborava con la rivista Sipario. Alla fine degli Anni Sessanta i suoi scatti testimoniano le sperimentazioni di Pino Pascali, Jannis Kounellis, Eliseo Mattiacci e Fabio Mauri: con questi e con molti altri autori e con il gallerista Fabio Sargentini, Abate avvierà sodalizi destinati a protrarsi negli anni. Le sue fotografie sono tutto ciò che restano di azioni seminali per l’evoluzione dell’arte contemporanea: i 12 cavalli di Kounellis, lo Zodiaco di De Dominicis, il punto di luce che corre a 180 chilometri all’ora di Mochetti. Alla fine degli Anni Ottanta trasferisce studio e abitazione a San Lorenzo, dove trova un nuovo terreno di condivisione con gli artisti.
Livia Montagnoli
Guarda qui il docufilm Claudio Abate. L’obiettivo nell’arte
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