Mario Schifano al Palazzo Esposizioni di Roma. Una grande mostra che ci insegna a guardare
Quella dedicata da Palazzo Esposizioni a Schifano fino al 12 luglio a Roma non è solo un’antologica, ma un dispositivo critico sulla percezione. Non si limita a ricostruire cronologicamente la vicenda dell’artista, ma ragiona sulle immagini e sulla loro sopravvivenza, dialogando con l’altra mostra in corso
La nuova stagione espositiva di Palazzo Esposizioni, che accosta Mario Schifano (Homs, 1934 – Roma, 1998) alla personale di Marco Tirelli Anni Luce, potrebbe apparire, a un primo sguardo, costruita per contrasti. In realtà, le due mostre risultano profondamente interconnesse attraverso diverse opere. I due percorsi sono intrecciati grazie a una serie di rimandi teorici e visivi, tra cui emerge con particolare evidenza la presenza ricorrente di Kazimir Malevič. Il riferimento all’artista russo non agisce come semplice citazione storica, ma come riattivazione di una vera genealogia dello sguardo che continua a interrogare il presente.

Malevič tra Schifano e Tirelli
Con il Quadrato nero del 1915, Malevič inaugura uno dei momenti più radicali della modernità artistica, definendo il Suprematismo come “supremazia della sensibilità pura”. Quel quadrato irregolare, lontano dalla perfezione geometrica assoluta e costruito attraverso stratificazioni cromatiche più che tramite un nero puro, non rappresentava un semplice monocromo, ma una sospensione dell’ordine rappresentativo occidentale. Malevič scriveva: “Mi sono trasformato nello zero delle forme e sono riemerso dallo zero verso la creazione”. Una dichiarazione che non coincide con un annullamento nichilistico dell’immagine, ma con un grado zero generativo, un punto di rifondazione percettiva. Quel nero non chiudeva la pittura: la riapriva.
I monocromi di Schifano in mostra a Roma
È proprio questa tensione che riemerge nel dialogo tra Schifano e Tirelli. Nel catalogo della mostra, la curatrice Daniela Lancioni definisce il lavoro di Schifano come una continua “rigenerazione della pittura”: formula estremamente precisa per comprendere la funzione dei monocromi del 1960. In quelle superfici smaltate, apparentemente uniformi, la pittura non viene negata ma portata a una condizione liminale. Nella mostra, i monocromi appaiono come superfici vive, stratificate, vulnerabili. Lancioni sottolinea come la materia conservi pieghe, abrasioni, tracce dell’esistente che impediscono qualsiasi idea di purezza assoluta. Non c’è mai una vera cancellazione del mondo: il mondo resta impresso nella superficie pittorica come memoria, ferita, residuo. Se il pittore russo cercava un superamento della realtà fenomenica verso una dimensione assoluta della sensibilità, Schifano riporta continuamente la pittura dentro il flusso instabile del mondo contemporaneo. In questo senso l’opera Chiamato K. Malewič (1965) assume un valore teorico centrale: Schifano non richiama Malevič per riaffermare il progetto suprematista, quanto piuttosto per verificarne la tenuta storica nell’epoca della riproducibilità tecnica e dell’esplosione mediatica. La sparizione per capire cosa possa ancora diventare immagine. Le sue superfici non rappresentano qualcosa: diventano esse stesse campo percettivo, tensione visiva, spazio di attesa.
Dare valore al Mario Schifano pre-1960
La mostra di Mario Schifano ha inoltre il merito di riportare attenzione su una fase a lungo marginalizzata della vicenda dell’artista: quella precedente al 1960. Nella prima sala, dedicata alla ricostruzione della biografia umana e creativa del pittore, compaiono infatti i Paesaggi del 1956, gli Studi e le Pitture di matrice informale del 1959, opere appartenenti a un periodo complesso e controverso, analizzato in catalogo da Manuel Barrese. Si tratta di una scelta curatoriale particolarmente significativa se si considera che il recentissimo catalogo generale dell’opera di Schifano, curato da Monica De Bei Schifano e Marco Meneguzzo, recepisce la volontà dell’artista di far coincidere l’inizio della propria parabola creativa con il 1960, escludendo di fatto le prove giovanili considerate non ancora pienamente rappresentative della propria ricerca. La decisione della curatrice di reintegrare queste opere nel percorso espositivo produce, invece, un importante slittamento critico: consente di leggere la nascita dei monocromi non come un’apparizione improvvisa e isolata, ma come l’esito di una lenta sedimentazione linguistica già presente nelle opere informali della fine degli Anni Cinquanta.
Schifano in dialogo con l’arte del Novecento
È proprio in queste prime sale che emerge con chiarezza il dialogo di Schifano con le avanguardie storiche e, parallelamente, il rapporto di prossimità con la ricerca di Giuseppe Uncini. Lancioni sottolinea come Schifano condividesse con Uncini la sperimentazione sul cemento e sulle possibilità strutturali della materia pittorica. Non si tratta soltanto di una vicinanza tecnica, ma di una riflessione comune sul quadro come oggetto fisico, come superficie attraversata da tensioni spaziali e costruttive. Nelle opere del 1959, come quelle provenienti dalla collezione di Ovidio Jacorossi, la materia appare ancora in fieri: il gesto pittorico conserva una forte dimensione corporea e processuale, mentre la superficie sembra oscillare tra costruzione e dissoluzione dell’immagine. Le stratificazioni, gli ispessimenti materici e le incisioni fanno emergere una pittura ancora profondamente legata alla fisicità del gesto, ma già orientata verso quella riduzione formale che culminerà nei monocromi del 1960.

Schifano e Tirelli si incrociano al Palazzo Esposizioni
Queste prime sale risultano, quindi, decisive perché rendono visibile il filo conduttore che attraversa l’intera mostra: la tensione continua tra immagine e azzeramento, tra costruzione della visione e sua sospensione. Ed è proprio questa linea di ricerca che crea un ponte diretto con la personale di Marco Tirelli. Se Tirelli lavora su immagini che emergono lentamente dal buio come presenze mentali, Schifano mostra invece il momento in cui la pittura tenta ancora di liberarsi dalla materia per diventare campo percettivo puro. In entrambi i casi, ciò che viene interrogato non è semplicemente l’immagine, ma la sua condizione di possibilità. Ed è proprio qui che si apre il dialogo con la mostra di Marco Tirelli, che sembra iniziare da un gesto quasi originario: un quadro nero. Una superficie che appare muta, ma che in realtà agisce come soglia. Non una fine dell’immagine, bensì il suo punto di condensazione assoluta. Tirelli sembra raccogliere proprio questa eredità. Il suo nero non è mai semplice monocromia, ma spazio mentale, luogo di apparizione lenta dell’immagine. Una visione che emerge dal buio, come se la forma fosse costretta a nascere davanti agli occhi dello spettatore. Una soglia che lo prepara non tanto a guardare delle opere, quanto a interrogare il proprio modo di guardare. L’opera Chiamato K. Malewič, simbolicamente collocata come una cerniera tra i due percorsi, assume il ruolo di punto di congiunzione tra due differenti modalità di pensare il visibile. Non un semplice collegamento curatoriale, ma un dispositivo concettuale che mette in relazione due differenti momenti storici dell’immagine: la riflessione di Schifano sull’iconosfera contemporanea e la dimensione percettiva sospesa di Tirelli.
Schifano e Tirelli tra analogie e differenze
Due modalità opposte e complementari di interrogare la visione. Da una parte il silenzio. Dall’altra il sovraccarico. Ma entrambi sembrano porre la stessa domanda: cosa significa davvero vedere? In questo senso il quadro nero iniziale di Tirelli assume un valore quasi rituale. È una sospensione del rumore visivo contemporaneo. Uno spazio di concentrazione percettiva. E allora anche Schifano appare sotto una luce diversa. Non soltanto come interprete della cultura visiva del secondo Novecento, ma come artista che ha compreso prima di molti altri che l’immagine contemporanea non è più stabile, definitiva, conclusa. È qualcosa che continuamente appare e scompare: una visione dentro la visione.
Benedetta Carpi De Resmini
Roma // fino al 12 luglio 2026
Mario Schifano
PALAZZO ESPOSIZIONI – Via Nazionale, 194
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