Cannes 2026. Alla Croisette le donne attrici e registe dominano: ecco chi sono
È evidente che alla Croisette ci sono già moltissime attrici a contendersi il premio per la migliore interpretazione. Ecco chi sono
Non c’era bisogno che ce lo dicesse Stellan Skarsgård, giurato, maschio, del concorso di Cannes, c’eravamo arrivati anche da soli, ma è evidente che ci sono già moltissime attrici a contendersi il premio per la migliore interpretazione, mentre tra i maschi sono al massimo uno-due.
Le attrici a Cannes
Anche i registi maschi vogliono fare i film con donne protagoniste. È così. Solo Lèa Seydoux ha ben due film da protagonista, il primo, Le vie d’une femme, diretto da una donna, Charline Bourgeois-Tacquet, il secondo, L’inconnue, diretto da un uomo, Arthur Harari, che ha scritto però uno dei film fondamentali della svolta femminile al cinema, Anatomia di una caduta di Justine Triet. Ma ci sono fior di attrici, da Isabelle Huppert a Adele Exarchopoulos, da Virginie Efira a Renate Reinsve alle protagoniste di Nagi Notes. In questi ultimi giorni, fortunatamente, qualche film maschile al concorso si è visto, come Moulin di László Nemes con Gilles Lellouche, ma in generale le donne sono dominanti, sia qui che a Venezia. Il massimo si è visto proprio ne L’inconnue, dove il protagonista maschile entra nel corpo di Léa Seydoux. Se usciamo dal concorso, poi, la cosa si moltiplica. Anche perché sono decine o film diretti e interpretati da donne, spesso molto giovani, spesso all’opera prima e secondo. Stiamo davvero vedendo un festival all’80% al femminile. Alla regia di film che un tempo sarebbero stati prettamente maschili. Pensiamo al meta slasher queer, tutto “flesh and fluid”, iperintelletuale, più comedy che horror, e con grande immancabile scena lesbo tra le due protagoniste, Teenage Love and Death at Camp Miasma, opera terza dell’emergente Jane Schoenbrunn, regista trans, lei-loro, poliamorosa dichiarata, interpreta da Hannah Einbinder (“Hacks”) e da Gillian Armstrong.
Il mondo queer raccontato a Cannes
Nel film tutto ruota attorno a un giovane regista queer di successo, Kristen, poliamorosa, lei-loro, costruita sul modello della stessa regista, che deve mettere in piedi l’ennesimo reboot di un celebre slasher, Camp Miasma, dove un ragazzetto trans con una specie di box in testa e una tuta bianca, uccide giovani campeggiatori con un’alabarda, muore e torna nei sequel infiniti. Per farlo Kris va a trovare la prima attrice del film, Billy Presley, la Armstrong, che non solo non ha più girato nulla da anni, ma che abita nel primo campo Miasma della serie. Un posto isolato in mezzo alla neve nel nord ovest del paese. Lei è una sorta di Norma Desmond in Viale del tramonto, solo che il ruolo di William Holden lo ha Hanna Einbinder, che nel finale, in mutande sporca di sangue, visivamente, ha il ruolo delle protagoniste degli slasher anni ’70. Di altro genere è Siempre soy tu animal materno, diretto dalla trentenne Valentina Maurel, raro film girato in Costa Rica (avete mai visto un film girato in Costa Rica?), su due sorelle borghesi, la prima che studia all’estero, più seria, anche se non si fa scrupoli di far sesso col primo che gli capita, la seconda, che è rimasta in costa Rica, sconvoltona. Ha riempito la casa che le avevano dato i genitori di strafattoni, cani e rapper sovrappeso.

Il film di Valentina Maurel
I genitori si sono separati. Il padre ha una ragazza più giovane e vorrebbe farla conoscere alle figlie, che non vogliono per nulla conoscerla. La madre si è rimessa a scrivere e ha appena ristampato un vecchio libro di poesie. Potrebbe essere girato in un quartiere di Roma, come Prati, o di Milano, solo che la ragazza più sconvolta pensa di essere una santera, mette il sale per terra per fare entrare i fantasmi, gli Yurube. Il succo però, è quello della storia borghese con ragazze che non sanno cosa fare della loro vita. Nel più strano di tutti, All the Lovers in the Night della giapponese Yukiko Sode, che si è presentata elegantissima, ha detto solo “mi fa molto piacere stare qui” e non ha aggiunto altro sul palco, tratto da un romanzo molto noto in Giappone di Mieko Kawakami, la delicata Yukino Kishii ha il ruolo di Fuyuko, una giovane correttrice di bozze freelance, chiusa in casa tutto il giorno a lavorare e quasi incapace di fare conversazione col mondo.
Il cinema femminile a Cannes
Scopre però il piacere della bottiglia. E contemporaneamente frequenta un bel professore di fisica cinquantenne, il mitico Tadanobu Asano di Shogun, col quale va al bar ogni settimana. Poi lui la riaccompagna a casa. Che ci sia un amore fra di loro è decifrabile solo dai minimi spostamenti di lei. Ma Fuyuko parla pochissimo, non mostra nessun segno di contentezza o dolore, è realmente un personaggio letterario che ha ridotto tutto al minimo. A parte la bottiglia. In Everytime della tedesca Sandra Wollner due sorelle e la madre, Carla Huttemann, Lotte Shirin Kelling e Birgit Minichmayr, vivono assieme. E la più grande, Jessie, ha un fidanzato, Lux, interpretato da Tristan Lopez. Quando, durante una notte di sballo Jessie e Lux finiscono a vedere l’alba all’ultimo piano di un palazzone berlinese, Jessie ha la terribile idea di buttarsi di sotto. La regista ha costruito la scena benissimo, piano lontanissimo sui due sul tetto, spostamento di camera verso il basso e il corpo della ragazza che scende lasciando solo la scia del colore degli abiti. Rimaste sole, la madre e la sorellina accolgono Lux col solito affetto. E lo porteranno in una specie di vacanza in Spagna dove in maniera alquanto complessa dovranno superare la morte della ragazza. Lo faranno bloccando il sole che stava calando, facendolo diventare quadrato, riportando in vita (?) una Jessie bambina e ristabilendo un meccanismo di amore tra sorelle. I padri? I fratelli? No. Non esistono quasi.
Marco Giusti
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