In concorso a Cannes c’è “Paper Tiger”, un thriller familiare (che però annoia)

Il sogno americano secondo James Gray: uomini fragili, debiti morali e mafia russa. In Concorso al Festival di Cannes 79, è l’unico titolo hollywoodiano

Al principio, in Paper Tiger sembra poter andare per il verso giusto. Un lavoro facile, soldi rapidi, la promessa di una stabilità economica finalmente raggiungibile. Ma è l’illusione classica del sogno americano quella che ci mostra il regista James Gray: uomini comuni convinti di poter controllare il caos, salvo poi scoprire di esserne già stati inghiottiti. Presentato in concorso al Festival di Cannes 2026, il nono lungometraggio del regista americano torna nei territori a lui più cari — il Queens operaio, la famiglia, la colpa, il peso della mascolinità — ma lo fa senza la forza tragica dei suoi lavori migliori.

“Paper Tiger”: un thriller nella New York degli Anni Ottanta

Thriller familiare dalle tinte mafiose ambientato nella New York degli Anni Ottanta, Paper Tiger racconta la storia di due fratelli molto diversi tra loro che finiscono coinvolti in un affare con la mafia russa. Quella che inizialmente appare come un’occasione irripetibile per migliorare la propria condizione economica si trasforma presto in una spirale di menzogne, ricatti e paranoia. Gray apre il film con una citazione di Eschilo, chiarendo immediatamente le proprie intenzioni: costruire una tragedia moderna sulla lealtà fraterna, sul tradimento e sulla paura maschile di apparire deboli, incapaci di proteggere chi si ama.

I personaggi di “Paper Tiger”

Il protagonista è Irwin Pearl, interpretato da Miles Teller, ingegnere del Queens e padre di famiglia schiacciato dall’ansia economica. Lavora onestamente, ma teme di non riuscire a garantire un futuro ai figli adolescenti. Accanto a lui c’è Hester, moglie pragmatica e severa interpretata da Scarlett Johansson, quasi irriconoscibile dietro capelli crespi, occhiali spessi e un look dimesso che richiama le sitcom americane Anni Ottanta. Johansson lavora per sottrazione, cercando di dare dignità a un personaggio scritto più come simbolo morale che come vera presenza drammatica.

A sconvolgere gli equilibri della famiglia arriva Gary, fratello di Irwin ed ex poliziotto interpretato da Adam Driver. Affascinante, ambiguo e manipolatore, Gary è il classico personaggio grayano: un uomo che confonde l’ambizione con la sopravvivenza. Attraverso alcuni contatti con imprenditori russi legati alla criminalità organizzata, propone al fratello un incarico apparentemente innocuo: firmare una valutazione tecnica per un’operazione di bonifica nel canale Gowanus, a Brooklyn. Diecimila dollari per una semplice consulenza. Ma naturalmente nulla è davvero semplice.

Perché “Paper Tiger” non funziona

Il problema principale del film è che Gray sembra ripetere se stesso senza trovare nuove sfumature. Paper Tiger richiama Little Odessa, soprattutto nella costruzione del conflitto familiare e nella rappresentazione di una New York sporca, malinconica e moralmente esausta. Ma dove il film del 1994 possedeva una disperazione autentica, qui tutto appare programmatico, quasi schematico. I personaggi parlano molto di colpa, onore e responsabilità, ma raramente riescono a trasmettere emozioni reali. Persino la tensione mafiosa rimane trattenuta, incapace di esplodere davvero. Gray costruisce un cinema denso di ombre e silenzi, ma questa volta il controllo formale soffoca il coinvolgimento emotivo. Non si empatizza con i “buoni”, ma nemmeno con i “cattivi”: tutti sembrano intrappolati in una tragedia già scritta, senza però possedere la grandezza tragica necessaria a renderla memorabile.

Paper Tiger è un film che arriva a Cannes con il peso del grande cinema americano d’autore, ma che finisce per sembrare un esercizio manierista, incapace di mordere davvero. Gray continua a interrogarsi sugli uomini, sulle famiglie e sulle colpe che si tramandano di generazione in generazione. Stavolta, però, le domande restano più interessanti delle risposte.

Margherita Bordino

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Margherita Bordino

Margherita Bordino

Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in…

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