A Milano c’è la prima mostra omaggio all’artista Giovanni Campus dopo la morte
A pochi mesi dalla morte avvenuta a fine 2025, BUILDING Gallery inaugura un’ampia mostra che raccoglie e rievoca i suoi tentativi assurdi e paradossali di “misurazione dello spazio”, realizzati tra le rocce della Sardegna e il centro di Milano
Neppure cinque mesi sono passati da quando, quasi centenario, il maestro Giovanni Campus (Olbia, 1929 – Milano, 2025) ci ha lasciati. In poco meno di un secolo di storia egli ha saputo lasciare il segno nel mondo dell’arte, portando avanti una pratica coerente, ininterrotta, caratterizzata da una chiara visione di pensiero. Dalla sua terra d’origine, la Sardegna verace e rocciosa, fino alla scena metropolitana di Milano, città a lui sempre cara, ha dato vita a opere e atti performativi che – nella loro intrinseca assurdità – dimostrano un pensiero brillante e coeso.
BUILDING Gallery si è assunta questo arduo compito: raccontare il mito di Giovanni Campus al pubblico senza più poter contare sulla sua voce narrante di sottofondo. Nella cornice della città che più di tutte ha fatto da teatro alle sue performance paradossali, Milano, la galleria offre oggi a tutti i cittadini questo ricordo espositivo ricco di opere, quanto di testimonianze video del suo lavoro.

L’omaggio a Giovanni Campus di BUILDING Gallery
Metabolizzando la mancanza dell’artista che ci ha lasciati il 28 novembre scorso, la galleria milanese, con il supporto del curatore Marco Meneguzzo, ha voluto mettere in piedi un approfondito evento in suo ricordo con un percorso distribuito su due piani. Il titolo della mostra, Tempo e passione, cita indirettamente e al contempo va oltre il titolo che Campus era solito dare a molte delle sue opere: Tempo e processo. Tempo, in quanto condizione fondamentale che caratterizza il vissuto di ciascun uomo; processo quale rimando alla consistenza ineffabile della nostra stessa esistenza: uno scorrere, un mutare continuo che non conosce sosta. Ora, con l’introduzione del nuovo termine “passione” si vuole segnare il trapasso, la fine di un periodo e l’inizio di uno nuovo in cui il maestro e le sue opere possono solo vivere nel ricordo del pubblico che lo ammira. Tutto questo sotto il segno del forte amore per l’arte che egli nutriva, malgrado il nero che imperava spesso nei suoi lavori.

La mostra di Giovanni Campus a Milano da BUILDING Gallery
L’incipit al pianterreno è un’ampia rievocazione della pratica di Giovanni Campus legata alla misurazione dello spazio. Ogni mezzo diventava un buon candidato per assolvere questo compito, a partire dal prediletto – il più assurdo e paradossale – ossia la molla. Materiale per eccellenza elastico, instabile e dalla lunghezza imprecisa, eppure eletto a protagonista delle sue performance che videro spesso Milano tra i teatri pronti ad accoglierle.
Nell’osservare le cordicelle tese nello spazio o stese sulle pareti, occorre coglierne la “temporalità” insita in ciascuna: l’artista concepiva infatti ogni opera come qualcosa di non completamente definito, ma piuttosto come qualcosa di relativo, ancora in fieri… una relazione irrisolta tra uomo e materia che non cessa di rinnovarsi e proseguire sulla sua strada. Molto importante, poi, era anche il concetto di lavoro collettivo alla base: non è il singolo a creare l’atto artistico, bensì un gruppo di persone che vi stanno dietro e contribuiscono al suo processo, dalla genesi all’installazione.
Con questi capisaldi in mente ci si può avvicinare alla complessità polimaterica del lascito di Campus, intriso di materiali industriali che conquistano un’anima speciale, carica di pensiero e filosofia. Attraverso alcuni video alle pareti, le immagini d’epoca sui suoi interventi in Piazzetta di Palazzo Reale e in Sardegna completano gli oggetti fisici.

Le rocce della Gallura di Giovanni Campus a Milano
Al primo piano, la narrazione prosegue, portandoci nel cuore della Sardegna degli Anni Ottanta. È proprio lì, dalle rocce della Gallura – sua terra d’origine a cui rimase molto legato anche dal punto di vista artistico – che prese spunto per la sua serie dei cementi qui esposti. Lastre monolitiche che richiamano da vicino gli strati di costa a nord dell’isola percossi e modellati dal vento. Testimoni, proprio in quegli anni di numerose performance ambientale dell’artista. A questi lavori si accostano particolarissime tele poliedriche in cui l’occhio si confonde, nel vano tentativo di seguire la logica-non logica degli inserti di ferro che le spezzano e le sostengono. Un labirinto di forme che non cessa di incuriosire e affascinare per il pensiero che c’è dietro.
Emma Sedini
Milano // fino al 23 maggio
GIOVANNI CAMPUS Tempo e passione. Un omaggio all’artista (1929-2025)
BUILDING GALLERY – Via Monte di Pietà, 23
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