Nick Cave è alla Biennale 2026. Sette opere tra perdita, memoria e protesta 

L’artista americano presenta a Venezia un’installazione composta da sette opere, sei in bronzo e un assemblage a parete, pensata come un unico corpo. Un lavoro che attraversa il dolore della perdita senza chiudersi nel trauma, ma aprendosi a una possibilità di presenza condivisa

Ci sono artisti che alla Biennale portano un’opera. E ci sono artisti che portano un passaggio. Nick Cave (Fulton, 1959), a Venezia, sembra arrivare proprio in questo secondo modo. La sua presenza in In Minor Keys non interessa solo per il peso del nome o per la centralità che la sua ricerca ha assunto negli ultimi decenni. Interessa soprattutto perché Two Points in Time at Once, il progetto che presenta alla Biennale Arte 2026, segna un momento preciso del suo percorso: non una rottura, ma un cambio di materia, di scala e di intensità. Chi associa Cave soprattutto ai celebri Soundsuits ritroverà anche qui il nucleo etico della sua pratica. Questa volta, però, quel nucleo prende corpo nel bronzo. Non c’è più il tessuto che vibra, il movimento che attiva la forma, la pelle dell’opera che si accende nella performance. C’è una presenza più grave, più ferma, più esposta. Eppure non meno viva. Le opere di Two Points in Time at Once nascono dentro questa tensione: trattenere la memoria del corpo, della vulnerabilità e del trauma, e darle una forma pubblica, capace di stare nello spazio senza perdere fragilità. 

Credits Nick Cave
Credits Nick Cave

Le opere di Nick Cave alla Biennale di Venezia 2026 

L’installazione si distribuisce attraverso sette luoghi differenti, come una presenza frammentata che attraversa Venezia. Al centro si dispiega la serie Amalgam, composta da Amalgam (Seated), Amalgam (Origin), Amalgam (Plot), Amalgam (Resuscitation) e Amalgam (Meditation), a cui si affiancano Grapht Siren. In alcune opere questa tensione emerge con particolare evidenza: in Amalgam (Seated) la figura sembra portare il peso di un mondo accumulato sul corpo; in Amalgam (Origin) la forma si tende verso l’alto, quasi in una verticalità rituale; in Amalgam (Plot) il lavoro si fa più raccolto e perturbante, come se perdita e memoria si depositassero nella materia. Grapht, con il suo linguaggio di assemblaggio e stratificazione, apre invece un altro registro, più frammentario e mentale. L’insieme non descrive il dolore: ne costruisce lo spazio. È qui che il passaggio al bronzo diventa decisivo. Non è una semplice variazione tecnica, e nemmeno un episodio isolato dentro una pratica già consolidata. È il modo con cui Cave rimette alla prova alcune domande che attraversano il suo lavoro da anni: come si protegge il corpo, come si espone una ferita senza trasformarla in spettacolo, come si costruisce una presenza che sia insieme vulnerabile e politica. In questo senso, Venezia non è soltanto una vetrina internazionale, ma il luogo in cui questa nuova soglia del suo lavoro si mostra con maggiore evidenza. 

Credits Nick Cave
Credits Nick Cave

L’intervista a Nick Cave 

Soundsuits sono diventati uno dei nuclei più riconoscibili della tua pratica. Alla Biennale, però, presenti qualcosa che lavora in un’altra materia e in un’altra scala. Da dove nasce questo passaggio? 
Nasce dal punto in cui mi trovo oggi. In questo momento sto lavorando nel bronzo, quindi per me aveva senso che proprio questa piattaforma diventasse il luogo in cui presentare un nuovo corpo di lavoro. Le sento come un’estensione dei Soundsuits, ma in un altro linguaggio materiale. 

Il titolo è Two Points in Time at Once. Come va letto questo progetto? 
Lo considero un’unica installazione articolata in sette stazioni, come un solo corpo che si apre nello spazio attraverso momenti diversi ma profondamente connessi. Ogni stazione richiama uno dei sette stadi del dolore per la perdita, ma non in modo illustrativo. Mi interessa la perdita come esperienza umana e collettiva, come qualcosa che tocca il corpo, la memoria, la percezione del tempo. Il lavoro parla della perdita, ma anche di quello che la perdita produce: vulnerabilità, resistenza, memoria, possibilità di trasformazione. Riguarda le nostre connessioni, ma anche le nostre divisioni. È radicato nella protesta e nella consapevolezza del trauma, ma vuole aprire anche uno spazio di riflessione, di ascolto e di solidarietà. 

Quindi il cuore del lavoro non è soltanto formale. 
No, non lo è mai. Anche quando il lavoro può apparire festivo, rituale, quasi celebrativo, per me resta sempre un modo di affrontare il mondo. I Soundsuits sono nati dopo il pestaggio di Rodney King e portano con sé quella radice politica. Fin dall’inizio c’era un rapporto con la violenza e con il modo in cui il corpo nero viene guardato, esposto, minacciato. Per questo continuo a pensare al mio lavoro come a una forma di coscienza.

In che modo questi bronzi portano ancora con sé quella tensione? 
Continuo a interrogarmi sulla protezione. Su come si protegge lo spirito. Su come si mette al riparo l’esistenza senza rinunciare alla presenza. Anche in questi bronzi c’è questa energia. La materia cambia, ma non cambia quella domanda di fondo. 

Credits Nick Cave
Credits Nick Cave

Che cosa ti ha dato il bronzo che il tessuto non poteva darti? 
Il bronzo chiede un altro tempo e un altro tipo di ascolto. Non ha la mobilità del tessuto né il suo rapporto diretto con la performance. Bisogna capirne il peso, la sensibilità, il modo in cui trattiene il significato. Ma proprio per questo mi interessava. Sarà diverso, sì, ma resterà riconoscibile. 

Quanto conta che questo passaggio avvenga proprio alla Biennale di Venezia? 
Conta molto. La Biennale è una piattaforma internazionale e costringe a pensare in modo molto chiaro a come il lavoro si presenta al mondo. In questo senso è una soglia critica. E comporta rischio. Ma il rischio fa parte del mio lavoro. 

In questa Biennale c’è anche la presenza, fortissima, di Koyo Kouoh. Che cosa ha significato per te il suo invito? 
Moltissimo. Quando Koyo Kouoh è venuta nel mio studio, ciò che mi ha colpito subito è stata la qualità del suo sguardo, ma anche il modo in cui stava nell’incontro. C’era ascolto, attenzione, leggerezza. Abbiamo parlato, abbiamo riso, ed è stato un momento che porto con me con molto affetto. Quando mi ha detto che voleva invitarmi alla Biennale, ne sono stato profondamente toccato. 
Ripensare a quell’incontro, sapendo che era avvenuto poco prima della sua scomparsa, lo ha reso ancora più toccante. Dopo la sua morte, ho pensato soprattutto alla perdita enorme che il mondo dell’arte aveva subito. Per questo ho trovato molto importante che la Biennale abbia scelto di portare avanti la sua visione e la sua selezione. Essere parte di questa mostra, per me, significa entrare con gratitudine e responsabilità dentro un progetto che porta ancora la sua sensibilità e il suo pensiero. 

Se dovesse lasciare tre parole per entrare in questo lavoro, quali sceglierebbe? 
Community. Human dimension. Belief. 

Antonino La Vela 

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