Le Pussy Riot e le FEMEN in protesta al Padiglione russo alla Biennale di Venezia. “Il sangue è il vero linguaggio della Russia”
Il collettivo dissidente guidato da Nadya Tolokonnikova ha detto di aver cercato un confronto con Pietrangelo Buttafuoco per chiedere l’esclusione della Russia dalla Biennale, senza però ricevere risposta
Alle 10.30 del mattino di mercoledì 6 maggio, lontano dai flussi ufficiali delle preview della 61. Biennale Arte di Venezia, un piccolo gruppo di giornalisti e attivisti si è riunito davanti al Padiglione della Russia per un incontro organizzato dalle Pussy Riot, il collettivo di attiviste, artiste e performer femministe russe. L’atmosfera era tesa, quasi clandestina. Nessun comunicato distribuito negli spazi istituzionali della Biennale, nessuna conferenza stampa ufficiale, nessun filtro curatoriale.

Le Pussy Riot contro la partecipazione russa in Biennale
A guidare il briefing è stata Nadya Tolokonnikova, figura simbolo dell’opposizione artistica al regime di Vladimir Putin. La sua posizione è stata immediatamente durissima: la presenza della Russia alla Biennale, secondo l’artista e attivista russa, non rappresenterebbe un gesto di apertura culturale, ma il sintomo dell’incapacità europea di distinguere tra dialogo culturale e normalizzazione politica.
“Gli artisti incarcerati per le loro posizioni contro la guerra sono il vero volto della Russia contemporanea, non i propagandisti accolti nei padiglioni europei”, ha affermato Tolokonnikova, che ha dichiarato che da tempo le Pussy Riot avrebbe cercato un confronto diretto con Pietrangelo Buttafuoco, con Luca Zaia e con Luigi Brugnaro per chiedere l’esclusione della Russia dalla Biennale, senza però ricevere alcuna risposta.

L’azione delle Pussy Riot e di FEMEN alla Biennale Arte 2026
Alle 11 in punto il briefing si è trasformato in azione diretta. Davanti al Padiglione Russia, le Pussy Riot e FEMEN, movimento femminista transnazionale fondato in Ucraina nel 2008, hanno dato vita a una delle proteste più dure e politicamente esplosive viste finora ai Giardini. È la prima volta che i due gruppi realizzano un’azione congiunta. Con i celebri passamontagna rosa di Pussy Riot, segnati da grandi “X” nere sul volto, le attiviste hanno occupato lo spazio antistante il padiglione trasformando uno dei luoghi simbolici della diplomazia culturale internazionale in un teatro di conflitto politico aperto.
La sicurezza della Biennale si è trovata completamente impreparata. Nei primi minuti dell’azione non erano presenti forze dell’ordine davanti al padiglione, mentre visitatori, giornalisti e addetti ai lavori iniziavano lentamente a capire cosa stesse accadendo. La tensione è cresciuta rapidamente man mano che la folla si accumulava attorno alla protesta. Secondo quanto emerso durante l’azione, all’interno del padiglione si trovava anche l’ambasciatore russo, elemento che ha ulteriormente aumentato la pressione simbolica e politica della protesta.

Il significato del gesto di protesta di Pusy Riot e FEMEN
Non una performance costruita per il sistema dell’arte, ma un’irruzione dentro le sue contraddizioni. Le attiviste hanno denunciato apertamente il ruolo della cultura come possibile strumento di normalizzazione geopolitica, accusando la Biennale di offrire una forma di legittimazione simbolica a figure legate all’apparato propagandistico russo mentre la guerra in Ucraina continua. “Russia kills, Biennale exhibits. Blood is Russia’s art”, ha urlato Inna Shevchenko, guida di FEMEN, durante la protesta.
Lo slogan è stato poi trasformato in un coro collettivo, ripetuto più volte insieme ai versi di DISOBEY, il brano-manifesto di Pussy Riot contro fascismo, guerra e passività politica. Tra le urla delle attiviste risuonava continuamente la frase: “Blood is the only Russian art”, mentre il pubblico attorno al padiglione oscillava tra shock, silenzio e riprese con gli smartphone.
La messa in discussione dell’intera Biennale
Secondo FEMEN, ogni opera presentata dalla Russia oggi in Europa sarebbe inevitabilmente attraversata dalla violenza della guerra. “Potete aprire questo padiglione con lo champagne mentre l’Ucraina apre fosse comuni con le pale”, ha dichiarato Shevchenko.
La Biennale, improvvisamente, ha perso la propria distanza di sicurezza. E forse è proprio questo il punto centrale dell’azione: la protesta non chiedeva semplicemente di “prendere posizione” contro Putin. Metteva in discussione l’intero dispositivo attraverso cui il sistema dell’arte internazionale continua a presentarsi come neutrale mentre seleziona chi può essere rappresentato, accolto, celebrato o invisibilizzato. Perché la domanda lanciata davanti al Padiglione Russia resta inevitabile: può davvero esistere una diplomazia culturale innocente durante una guerra?
Antonino La Vela
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