Provincia Cosmica. A Foggia per scoprire la fotografia sociologica di Maria Palmieri
La rubrica “Provincia Cosmica” si sposta verso sud. Maria Palmieri vive a Foggia, e attraverso la fotografia ha deciso di raccontare gli aspetti meno piacevoli di questa città. Con un’attenzione particolare a quelle fasce di popolazione spesso trascurate e dimenticate
La fotografia è intesa come strumento di osservazione, comprensione e miglioramento, nella pratica di Maria Palmieri (Foggia, 1986). Impegnata da anni a documentare le fragilità della sua terra, l’artista passa dal reportage alla fotografia vernacolare, con un obiettivo sempre ben preciso: fare emergere la verità dall’“orrore rumoroso” a cui siamo quotidianamente esposti.
Intervista a Maria Palmieri
Dopo un percorso di studi a carattere giuridico ti sei avvicinata al mondo delle arti visive. Un salto tra sponde piuttosto lontane tra loro…
In realtà è stato sempre un continuo intrecciarsi. All’inizio la fotografia era una finestra di evasione dalle strutture mentali e sociali, infatti è stato un periodo in cui ho sperimentato molto, con la pellicola e le situazioni che mi trovavo a documentare. Poi si impara dalle esperienze, si tirano tanti fili creando la trama unica della propria identità. Ci vuole esercizio, volontà, anni di cringe, errori, pazienza. Ma nell’attimo in cui avviene la presa di consapevolezza della propria condizione, si sente l’urgenza di decifrare il proprio ruolo nel mondo e di accettarlo. È difficilissimo accettare di voler fare arte nonostante tutto il resto, ma è anche impossibile rinunciarvi. E a dirla tutta, la praticità, la concretezza, l’esercizio della logica che mi ha dato lo studio del diritto, i meccanismi strutturati di analisi delle scienze sociali, il materialismo dialettico, sono le mie skill preferite nel lavoro artistico: mi permettono di accedere in ogni contesto e analizzarlo in maniera approfondita.

Anche nelle tematiche che affronti, questi due mondi sono spesso messi in dialogo. Più che documentaristica, la tua è una fotografia sociologica.
Mi piace questa definizione! È stato proprio lo studio della sociologia (dell’antropologia visuale e della filosofia) a far incontrare questi due mondi apparentemente agli antipodi, creando un dialogo evidente, che mi permette di sviluppare strati di senso che vanno oltre il mero rappresentato, facendo nascere domande nella mente di chi osserva. Siamo cresciuti nel garbuglio del contemporaneo che solo ora si sta dipanando, grazie alla presa di consapevolezza globale sui veri temi fondanti dell’essere umano; è il momento in cui l’artista deve essere una voce chiarificatrice, nell’orrore rumoroso della post-verità cui siamo continuamente esposti.
Cosa ti interessa comunicare?
Mi interessa lasciar comunicare chi o cosa incontro. Nella fotografia adotto un approccio interrelazionale di studio sul campo, di interscambio e creazione di connessioni basate su rispetto, lealtà, comunicazione, amicizia, intercultura. Cosa desidero è ottenere il disvelamento del pattern generale che ricorre in tutte le cose, provare a capirci qualcosa di questo mondo apparentemente assurdo.
Maria Palmieri e il rapporto con la Puglia
Dopo gli studi tra Napoli e Riga, dove hai affinato le tue competenze artistiche, hai deciso di tornare a Foggia. Che realtà hai ritrovato da adulta? Che sentimenti nutri oggi verso questa città?
Conosco i suoi problemi e sono reali, profondi, storici. Ma più si osserva la provincia con quotidiana consapevolezza, più se ne comprende la complessità, che oggi è urgente analizzare e restituire diversamente dal cliché marginalizzante. Cerco infatti di lavorare sull’aggiornamento e sull’arricchimento dell’immagine della mia città e di chi la vive, non tagliando via nessuno, non cercando di ripulirla o edulcorarla. In uno scenario globalizzato in cui le strutture di oppressione sono state fatte emergere con chiarezza, non possiamo ignorarle neanche qui, perché le abbiamo addosso e nel dna. In questo territorio c’è il ghetto di migranti più grande d’Europa anche perché si pensava che qui sarebbe passato inosservato. Per questo ho scelto da anni di documentarlo, parlarne, lavorarci anche su altri piani, perché mi riguarda. In quanto voce situata e attiva di questo luogo, non voglio accettare la maschera che ci affida la propaganda, col rischio di abbrutirci in essa.

“Documentare la realtà che mi circonda è il mio modo per conoscerla, raccontarla, capirla”, mi hai detto una volta. Cosa hai capito di Foggia in questi anni di ricerca?
Ho capito che vivo in una città fondamentalmente anarchica, in ogni senso. Nessuno ha mai meditato su quale sia davvero il senso, il focus, il vantaggio di una comunità come questa – impoverita e disgregata dalla politica, dalla povertà e dalle mafie. Quando nulla è organizzato, c’è spazio ed energia per creare nuove strutture di ricerca e di creazione del senso, iniziando da sotto il tappeto. E questa forza bisogna captarla; occorre veicolare liquidamente ogni possibile forma di espressione artistica che permetta la ricerca della verità, per darle linguaggio ed esporla. La fotografia è per me una pratica magica che genera rituali sociali capaci di dare un senso universale alle cose che accadono dove siamo situati. In questo processo credo che un ruolo fondamentale possa averlo il medium dell’archivio di comunità. Dare voce, volto, contesto, il giusto nome a chi non verrebbe altrimenti mai nominato dalla cronaca e dalla storia ufficiale. Bisogna proteggere la cultura, la gente, la memoria e contemporaneamente coltivare l’identità contemporanea delle nostre comunità in continuo mutamento, salvare tutti da questo loop di cancellazione cui siamo pericolosamente esposti.
Ed è quello che hai provato a fare con Boundary as a frame, un progetto del 2016 nel quale – con uno stile che rimanda alla fotografia “vernacolare” – hai documentato i ghetti della tua città. Raccontare gli emarginati è qualcosa che hai continuato anche dopo. Puntare l’obiettivo su di loro è un modo per puntarlo su di noi?
Quel lavoro è stato il punto di partenza di un personale processo di indagine e documentazione che continua da dieci anni. Lo presento spesso in mostre, seminari, pubblicazioni, con selezioni aggiornate e arricchite per parlarne; nel corso degli anni sto accumulando un discreto archivio di immagini che spero possano essere testimonianza dell’umanità che sta attraversando questi luoghi, spesso esposta a condizioni di vita fatte di sfruttamento e violazione dei diritti umani, ma anche desiderosa di vivere la propria vita, al di là delle categorie in cui sempre la identifichiamo dal nostro punto di vista bianco (migrante, bracciante, beneficiario, emarginato, ecc).
I riscontri che ha avuto quel primo lavoro sul tema delle migrazioni mi hanno fatto comprendere che la storia e la condizione di queste persone meritano di essere conosciute, e io sento la necessità di conoscerle senza superficialità, creare connessioni, decolonizzare lo sguardo, a partire dal mio.
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Il ruolo della cultura in contesti fragili
Sei spesso chiamata a condividere il tuo lavoro nelle scuole. Mostrare queste immagini a ragazze e ragazzi può avere un impatto su di loro; ma far vedere non basta, occorre prenderli per mano e stimolare una riflessione. Credi nel ruolo educativo dell’arte, tanto più in contesti di degrado e fragilità sociale? Che funzione può avere la cultura in una realtà come quella in cui vivi?
Nelle scuole l’attività più bella è costruire percorsi formativi di riflessione, pratica e condivisione. La fotografia permette di far avvicinare ragazze e ragazzi al contesto da comprendere, emotivamente e fisicamente. Il ritratto, ad esempio, necessita di prossimità, contatto, e gli stereotipi cadono facilmente quando ci si guarda davvero a vicenda negli occhi. La fotografia necessita del movimento, anche faticoso, dell’approccio all’altro, del tempo di osservazione, della concentrazione sul qui e ora, e sono tutti elementi che la rendono un potentissimo mezzo educativo. Questa comunità, come tutte (anche le immense periferie delle metropoli vivono la stessa marginalizzazione) è ad un bivio: riconoscere, ricostruire e comprendere la propria identità, cercando vicinanza, unione, commistione – e il modo migliore è farlo attraverso la cultura e la pratica artistica condivisa –, o disgregarsi, accartocciandosi su se stessa.
Alex Urso
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