100 anni tra arte e poesia per annullare i confini. Intervista a Lamberto Pignotti
Classe 1926, è stato tra i fondatori della poesia visiva e in occasione delle mostre che celebrano i suoi 100 anni a Rovereto e Roma ci siamo fatti raccontare la sua vita, tra la formazione e la Neoavanguardia
L’incontro con Lamberto Pignotti (Firenze, 1926), artista e poeta tra i più importanti esponenti della poesia visiva, avviene nella sua abitazione a Roma, in occasione delle mostre che celebrano i suoi 100 anni:Pignotti 100. Pop-esie visive al Mart di Rovereto, in collaborazione con il Collegio Cairoli di Pavia, e la doppia personale Identikit di Pignotti e Hogre, curata da Marco Giovenale alla galleria Bianco Contemporaneo di Roma. Con Eugenio Miccini, Pignotti ha fondato a Firenze nel 1963 il Gruppo ’70, movimento che riunisce autori provenienti da vari ambiti disciplinari (Lucia Marcucci, Ketty La Rocca, Luciano Ori, Antonio Bueno, Roberto Malquori, Michele Perfetti e i musicisti Giuseppe Chiari e Sylvano Bussotti) e più tardi il Gruppo ‘63.

Tutte le identità di Lamberto Pignotti
“L’idea della mostra nasce dal dialogo tra i due artisti sul concetto di identità”, afferma la gallerista Rossella Alessandrucci. “Se Hogre ha sempre operato nell’anonimato, Pignotti (oggi centenario) ha risposto mostrandogli un archivio conservato per oltre cinquant’anni che, al contrario, rivela le sue molteplici identità. Si tratta di un corpus di buste indirizzate a lui con titoli più disparati – architetto, artista, scrittore, poeta, professore, pittore – e altrettante lettere in cui il suo nome viene cambiato in Alberto, Lorenzo, nonché in Mario e Giuseppe. Da questo archivio, suddiviso meticolosamente per ‘errori’ e ‘qualifiche’, emerge il punto di contatto tra i due: la frammentazione dell’identità di Pignotti si specchia nell’assenza di identità di Hogre”.
Intervista a Lamberto Pignotti
Qual è il concetto di identità da cui è nata la mostra Identikit di Pignotti e Hogre?
Rossella Alessandrucci si è incuriosita di una mia mania che sorge da questo fatto: quando mi domandano che cosa faccio o quale sia il mio mestiere, sono sempre abbastanza indeciso, specialmente negli ultimi decenni. Qualche volta dico che faccio lo scrittore, ma mi interesso di cose figurative, oppure insegno, perché effettivamente ho insegnato alla facoltà di Architettura di Firenze e anche allaFacoltà di Lettere di Bologna. Peraltro, questo tipo di varietà identitaria si è rispecchiato fin dall’inizio nella corrispondenza che mi arrivava, alcune volte intestata al poeta Pignotti, altre al pittore Pignotti o all’architetto Pignotti. Certe volte anche il mio nome o il cognome erano modificati. Ho messo da parte quelle buste che sono diventate parte della mia collezione. Infatti, sono un collezionista di “collezioni che mi riguardano”. Fra le tante ho anche quelle dei Santini, dei libri particolari e dei 78 giri.
E le collezioni, come si legano alla mostra?
Questa collezione di buste, con tanto di francobolli e timbri, era riposta in un piano alto di una libreria, però parlandone con Rossella e Hogre, un amico pittore, è venuta fuori l’idea di questa mostra. Ma insomma, cos’è questa identità? Almeno nel mio caso non esiste. Guardando anche retrospettivamente nel campo dell’arte, spesso non è esistita. Lo stesso Leonardo è un pittore, un teorico, uno scienziato e così via. Nel Rinascimento non ci si definiva artista, piuttosto si era artigiani. La classificazione si è radicata solo verso la fine del Settecento e con l’Ottocento. L’idea di Identikit di Pignotti e Hogre, quindi, è quella di una mostra che variamente mette in discussione quella dell’identità, la ricerca di un identikit, una serie di avvicinamenti a un personaggio.
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Parlando di collezionismo, queste raccolte accumulate nel tempo hanno dialogato con i suoi diversi aspetti creativi?
Sì, in qualche modo hanno dialogato tra loro. Queste collezioni, come del resto il mio interesse verso la cosiddetta “arte”, viene fuori fondamentalmente dal fatto che sono un pigro che si annoia, cercando di combattere la noia divertendosi a scrivere o a disegnare. Benché a scuola sia sempre stato molto disattento, ero inventivo e fantasioso, ma mi bastava qualche accenno per poi ripensarci quando ero a casa. Mio padre – Ugo Pignotti – era un pittore abbastanza noto a Firenze e fin dalla tenera età sono stato agevolato nel campo della figurazione, così come nel campo della scrittura. Ma come dicevo, la componente creativa non nasce dal fatto che volessi fare il pittore o il poeta, ma da quella che definisco ricreazione. Nella scuola la ricreazione è l’intervallo tra le lezioni. Questa pausa di divertimento e svago, per me è diventata quella che si chiama arte. Io l’ho scoperto in me ma forse in ogni artista, letterato, disegnatore o pittore nasce contro la noia. Certo, ho fatto arte per divertirmi, scrivendo o disegnando sulle foto di giornale per svagarmi, ma poi ho anche realizzato i miei Chewing Poem – La poesia da masticare in luoghi come le gallerie d’arte e questi lavori sono diventati un genere, l’Eat Poetry.
Qual è stata l’influenza di suo padre nella sua formazione?
Mio padre era pittore, ma anche la famiglia – nonno Narciso e nonna Adele – aveva interessi vagamente e variamente artistici. Mio nonno paterno ufficialmente faceva il tappezziere, ma sostanzialmente era un arredatore di Firenze che lavorava con i nobili, che allora erano molto esigenti. Essendo un uomo curioso aveva girato l’Italia da cima a fondo. Conservo ancora le sue guide, anche quelle di Roma. Lui non mi raccontava le favole, ma l’Amleto. Mia nonna studiava l’arte, forse era anche ricamatrice. Io mi chiamo Lamberto, un nome classico, a Firenze infatti c’è proprio Via dei Lamberti. I miei nonni conservavano i disegni che facevo in seconda elementare e che ho tuttora. È vero che ho visto dipingere mio padre, ma forse la mia pigrizia mi ha fatto rifiutare il fatto di fare il pittore, perché era troppo impegnativo avere lo studio, comprarsi le tele, spedirle. Ancora oggi ho il magone se devo andare all’ufficio postale. Comunque, a parte quei disegnini delle elementari, ho cominciato presto a disegnare.
Quando? Come?
All’inizio alla maniera di mio padre che era un post-impressionista. Avevo 17 anni quando mi feci fare da un mio professore il permesso per andare alla Biblioteca Marucelliana, che era quasi deserta perché nel ‘43 a Firenze c’erano i bombardamenti. Mi ritrovai, quindi, a leggere, all’inizio casualmente, testi di filosofia, letterari, di sociologia e poi di storia dell’arte classica e contemporanea. Uno dei libri che avevo trovato in biblioteca è Histoire De l’Art Contemporain di Christian Zervos che era stato pubblicato nel 1938. Non è che capissi l’arte contemporanea, ma mi interessava. Ancora oggi dico che l’arte va fraintesa.
La città stessa di Firenze è stata di grande ispirazione, ma poi ha deciso di andare via e dal ’68 vive a Roma…
In maniera molto precoce, invece della “gita a Chiasso” come aveva suggerito Alberto Arbasino negli Anni Sessanta, la mia evasione culturale era andare quotidianamente in biblioteca, sotto le bombe, dove trovavo tutto quello che c’era da sapere. D’estate, poi, pigro e insofferente, sa dove andavo a prendere il fresco? Agli Uffizi! Percorrevo e ripercorrevo tutti i corridoi, fino a farmi venire quasi a noia le opere di Giotto, Botticelli… Andavo anche a Forte dei Marmi, dove da parte di mia madre avevo la favolosa zia Ada che era proprietaria del famoso Hotel Regina, dove tra l’altro Thomas Mann ha scritto il racconto Mario e il mago, quindi passavo l’estate da ricco. La zia Ada ha anche finanziato i miei studi. È grazie a lei che ho un diploma di ragioniere e sono laureato in scienze economiche e commerciali.

Nel maggio 1963, insieme a Eugenio Miccini, è tra i fondatori del collettivo d’avanguardia Gruppo ’70. Quali erano le sue caratteristiche?
Quelle idee, quelle prospettive, che forse allora sembravano utopistiche o non venivano considerate, sono invece ancora attuali. Mi riferisco alla multimedialità, multisensorialità o anche allo scambio di identità. Ad esempio, facevo dei lavori con pittori o musicisti e l’opera diventava di più autori. Un’idea che, purtroppo, è anche troppo attuale. Nel senso che quando c’è troppa esposizione e si parla troppo di qualcosa, questa diventa inflazionata. Personalmente se faccio una cosa è per svagarmi, ricrearmi – ecco che torna il termine ricreazione –, ma devo fare qualcosa che piace a me. Il dover essere tutto sperimentale, sempre nuovo, per me è naturale. Oggi, invece, è una ricetta e tutti cercano di farne di più. Piuttosto, si tratta di lavorare sul presente avendo in qualche modo saturato il passato.
C’era anche un’idea di contestazione?
Indubbiamente sì. C’era l’idea di contestazione e il fatto di uscire, specialmente in una città come Firenze, che è tendenzialmente conservatrice e ritrosa all’avventura dove si è saturi di bellezza, perché girando per le strade si attraversa la storia dell’arte. Io sono sempre stato un po’ insofferente nei confronti di quel Battistero perfetto, del geometrismo dell’Alberti. Sono sempre stato un po’ disordinato, quindi Firenze in qualche modo mi andava un po’ stretta. Comunque, cronologicamente, l’idea di poesia visiva riprende tante cose, a partire dal rapporto parola-immagine di “Ut pictura poesis” e ancora alla fine dell’Ottocento e con le Avanguardie. Quello che c’è andato più vicino è Marinetti che non ha mai definito le tavole “parolibere”, ma ha sempre parlato di parole in libertà, perché viene dalla letteratura, come noi. Infatti, io, Miccini, la Marcucci e altri proveniamo principalmente dalla parola. Per questo si chiama poesia-visiva. Però, l’idea inversa, cioè la voglia del poeta di essere pittore, o del pittore di essere scrittore, è sempre esistita.
Ci dica di più…
Foscolo e Alfieri si fanno gli autoritratti in poesia. Questa voglia di uscire dal proprio mondo specifico – naturalmente anche per chi fa figurazione la tentazione è di andare verso la parola – è abbastanza contigua e viceversa. Però l’idea della poesia visiva, cioè parola e immagine, è di qualcosa che diventa multimediale allargandosi ad altre forme, come la musica o la gastronomia, come nel Rinascimento o con la cucina futurista di Marinetti. L’idea è di superare i codici!
Manuela De Leonardis
Rovereto // fino al 18 ottobre 2026
Pignotti 100. Pop-esie visive
MART – Corso Bettini, 43
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Roma // dal 9 maggio al 6 giugno 2026
Identikit di Pignotti e Hogre
GALLERIA BIANCO CONTEMPORANEO – Via Reno, 18/a
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