Sarzana non è riuscita a diventare Capitale della Cultura 2028 ma rilancia: “Il dossier sarà realizzato ugualmente”
La candidatura della cittadina tra Liguria e Toscana è stata il risultato di un lavoro lungo un decennio, e proprio questa continuità permette oggi di evitare il destino più comune dei dossier: quello di non essere mai realizzati
Non tutte le candidature a Capitale Italiana della Cultura finiscono con un titolo. Alcune, infatti, si trasformano in veri e propri piani strategici a prescindere dalla nomina finale. È il caso di Sarzana, che all’indomani della selezione che ha premiato Ancona per il 2028 sceglie di non archiviare il dossier, ma di farne il proprio programma di governo culturale per i prossimi tre anni.
Il piano strategico culturale di Sarzana per il 2026-2028
“L’Impavida” – il progetto con cui la città ligure era arrivata tra le finaliste – diventa così una piattaforma di politiche pubbliche in cui la cultura agisce come principio ordinatore: urbanistica, turismo, welfare, sviluppo economico. Una scelta che intercetta una tendenza ormai evidente nelle città medie italiane, dove la dimensione culturale torna al centro. La candidatura è stata il risultato di un lavoro lungo un decennio, e proprio questa continuità permette oggi di evitare il destino più comune dei dossier: quello di non essere mai realizzati.

Sarzana mette in pratica il proprio dossier per Capitale Italiana della Cultura 2028 anche se non ha vinto
Il passaggio più interessante è semantico prima ancora che operativo: la cultura viene definita “infrastruttura permanente”. Non più, dunque, programmazione episodica, ma sistema capace di connettere luoghi, persone e saperi. Una visione che prova a tenere insieme tre livelli. Il primo è quello del patrimonio, inteso come dispositivo attivo. Il paesaggio urbano e quello delle valli circostanti diventano spazi di progettazione, dove la dimensione ambientale entra nel discorso culturale senza ridursi a cornice. Il secondo è quello comunitario: l’accesso si allarga, almeno nelle intenzioni, e la partecipazione diventa un criterio progettuale a lungo termine. E il fatto che il piano nasca da processi di co-progettazione con associazioni e cittadini indica un tentativo concreto di redistribuire la produzione culturale. Il terzo livello, infine, è quello della conoscenza. Sarzana si immagina come sistema diffuso in cui formazione, innovazione e produzione culturale si intrecciano. Un modello che guarda più alle reti che ai singoli poli, e che prova a superare la dicotomia tra centro e periferia.
Economia, turismo e Made in Italy nel piano culturale di Sarzana
Dentro questo impianto, la cultura diventa anche leva economica. Il riferimento esplicito al Made in Italy è il tentativo di legare filiere produttive e identità territoriale: artigianato, piccola impresa, saperi locali. E anche il turismo viene ripensato in chiave “lenta”, in contrapposizione ai modelli estrattivi. L’obiettivo dichiarato è costruire esperienze più che attrazioni, con una permanenza più lunga e un impatto più equilibrato sul territorio. Un tema cruciale per una città di crocevia, storicamente attraversata più che abitata. In questa direzione si inserisce anche il rafforzamento delle reti territoriali, come l’Area Ligure Apuana o l’asse con Pietrasanta, già laboratorio consolidato di produzione artistica. L’idea è quella di una città che non compete isolatamente, ma si propone come parte di un ecosistema. Parallelamente, la comunicazione viene riorganizzata per livelli (istituzionale, turistico, culturale) con l’obiettivo di costruire una narrazione coerente tra spazio fisico e digitale.
A garantire la tenuta del progetto è la struttura di governance ereditata dalla candidatura. Il Comitato Scientifico resta attivo, trasformandosi da organo consultivo a dispositivo permanente di indirizzo. Inoltre, il percorso si inserisce nel programma nazionale “Cantiere Città”, promosso dal Ministero della Cultura insieme alla Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali, che accompagna le città finaliste nella traduzione operativa dei dossier. Un passaggio tecnico, ma decisivo per evitare che la progettualità resti sulla carta.
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