Quest’estate un festival musicale trasformerà Siena in una geografia musicale diffusa. Intervista al direttore della Chigiana 

Dal 7 luglio al 1° settembre 2026 il Chigiana International Festival & Summer Academy trasforma Siena e il suo territorio in una geografia musicale diffusa: oltre 100 appuntamenti, più di 40 prime esecuzioni, un grande omaggio a Hans Werner Henze e un modello culturale che tiene insieme formazione, produzione e visione

C’è una parola che, più di altre, restituisce l’ambizione del Chigiana International Festival & Summer Academy 2026: arcipelago. Il titolo scelto per la dodicesima edizione, Isole, non è soltanto un tema curatoriale, ma un dispositivo di lettura. 
Ogni concerto, ogni nuova commissione, ogni progetto formativo viene concepito come un territorio autonomo e insieme relazionale, capace di reggersi da solo e, nello stesso tempo, di dialogare con gli altri. È una metafora efficace per raccontare un festival di scala ormai rara nel panorama italiano, che dal 7 luglio al 1° settembre 2026 dissemina oltre cento appuntamenti tra Siena e le terre senesi, confermando la Chigiana come uno dei pochi luoghi nei quali l’alta formazione convive organicamente con una programmazione pubblica di respiro internazionale. 
La cifra della manifestazione, diretta da Nicola Sani, sta precisamente qui: non nella somma degli eventi, ma in un’idea sistemica della cultura, dove repertorio, creazione contemporanea, tecnologia, pensiero e dimensione educativa si tengono insieme. I numeri aiutano a misurarne la portata: sette percorsi tematici, sette formazioni in residenza, oltre ottocento interpreti coinvolti, trentadue corsi di alto perfezionamento e più di quaranta prime esecuzioni, di cui tredici assolute. 

Accademia Musicale Chigiana. Foto di Roberto Testi
Accademia Musicale Chigiana. Foto di Roberto Testi

Il festival tra Henze, nuove creazioni e alta formazione 

Ma più delle cifre conta l’impianto: la volontà di costruire non una vetrina, bensì un ecosistema. Un luogo in cui i giovani musicisti non vengono semplicemente formati, ma entrano nei processi reali della produzione e della creazione, accanto ai grandi interpreti e ai compositori di oggi. 
Il cuore simbolico dell’edizione è il grande omaggio a Hans Werner Henze, nel centenario della nascita. Con quarantuno composizioni in programma, il focus si annuncia tra i più estesi mai dedicati al compositore tedesco, figura decisiva del secondo Novecento e intellettuale profondamente legato all’Italia, da Ischia a Montepulciano. Non si tratta però di una celebrazione museale. La scelta di Henze dice piuttosto il desiderio di riportare al centro un autore che continua a parlare al presente per la sua capacità di tenere insieme tensione formale, responsabilità civile e attraversamento dei linguaggi. Accanto a lui, la Chigiana conferma la propria vocazione di laboratorio del nuovo con tre produzioni commissionate dall’istituzione: Requiem per Giulia di Andrea Mannucci, che affronta il tema della violenza di genere; Tell me all. Tell me now di Philippe Manoury per voce femminile e live electronics; D’Altro canto 2 di Nicola Bernardini. È qui che il festival mostra il suo profilo più convincente: non limitarsi a custodire l’eccellenza, ma usarla come base per produrre rischio, visione e linguaggi del presente. 

L’omaggio a Hans Werner Henze 

A questa struttura si aggiungono gli eventi-faro, pensati anche per una visibilità pubblica più ampia: il Concerto per l’Italia in Piazza del Campo con Daniel Harding, l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e Stefano Bollani nella Rhapsody in Blue (Rai Cultura realizza la produzione TV per Rai3 e Radio3 la diretta radiofonica); il ritorno di Daniele Gatti al corso di direzione d’orchestra; il Don Giovanni affidato alla regia di Henning Brockhaus; il dialogo con Siena Jazz e con il territorio del Chianti Classico. Ma l’aspetto forse più interessante, in senso pienamente culturale e anche politico, è un altro: la Chigiana prova a tenere insieme eccellenza e accesso, borse di studio e prestigio, internazionalizzazione e responsabilità sociale, apertura al Mezzogiorno e all’America Latina con il programma Resonancias IILA-Chigiana. In una stagione in cui molti festival si limitano a esibire il proprio rango, qui si tenta ancora di costruire un’infrastruttura culturale. Non solo un cartellone, dunque, ma una costellazione viva di isole musicali. 
Di questa impostazione, e delle sue implicazioni più profonde, abbiamo parlato con Nicola Sani. 

Piazza del Campo, Siena. Foto Roberto Testi
Piazza del Campo, Siena. Foto Roberto Testi

Intervista al direttore Nicola Sani  

Isole è un titolo molto evocativo ma anche programmatico. In che modo questa immagine dell’arcipelago riflette oggi la sua idea di festival? 
Isole nasce dall’esigenza di reagire alla frammentazione del sistema musicale contemporaneo, nel quale repertorio, creazione, formazione, tecnologia e pubblici diversi tendono a vivere separati. L’immagine dell’arcipelago non cancella questa pluralità, ma la assume e la trasforma in una risorsa. Ogni progetto del Festival è concepito come un’isola autonoma, con una propria identità, ma nessuna isola è davvero isolata: ciò che conta è costruire relazioni, attraversamenti, connessioni inattese. 
Anche i linguaggi musicali, dalle polifonie rinascimentali alle avanguardie sonore, convivono come isole differenti ma comunicanti. Il repertorio storico non è un territorio chiuso, bensì una parte dell’arcipelago in dialogo con la musica di oggi, con la performance, con la sperimentazione. Anche la formazione, alla Chigiana, non è mai separata dalla produzione: i giovani lavorano accanto ai grandi interpreti e partecipano direttamente ai processi creativi. Il Festival vuole così offrire al pubblico non un percorso lineare, ma una mappa aperta, capace di rendere leggibile la complessità. 

Il focus su Hans Werner Henze, con 41 composizioni, appare come una scelta culturale forte. Perché Henze parla ancora con urgenza al presente? 
Perché la sua opera continua a interrogare direttamente il presente. Henze è stato un autore capace di sottrarsi a ogni classificazione, attraversando linguaggi, forme e contesti con grande libertà, ma mantenendo sempre una forte tensione etica e politica. La sua attualità sta proprio nella capacità di tenere insieme complessità della scrittura e forza espressiva, ricerca formale e impegno civile, tradizione e sperimentazione. 
Per i giovani musicisti, la sua eredità più fertile è forse questa: non accettare confini precostituiti e concepire la creazione come spazio di libertà e responsabilità. Anche il tema Isole trova in lui una risonanza profonda: la sua biografia e la sua opera possono essere lette come un arcipelago di luoghi, esperienze e relazioni, da Ischia a Cuba, dalla Germania all’Italia, fino ai legami con figure come Ingeborg Bachmann, Elsa Morante e Luchino Visconti. Il focus del Festival non vuole celebrarlo in modo statico, ma attraversarne la complessità e metterla in dialogo con il nostro tempo. 

La Chigiana insiste su un modello integrato che unisce alta formazione, produzione artistica, nuove commissioni e responsabilità sociale. È questa la forma possibile di una istituzione musicale contemporanea? 
Credo di sì. Oggi un’istituzione musicale non può più limitarsi alla conservazione o alla semplice programmazione: deve tenere insieme formazione, produzione, creazione e responsabilità culturale e sociale. Il modello della Chigiana nasce da questa convinzione. L’alta formazione, se resta isolata, rischia di diventare autoreferenziale; la produzione, senza un legame con la trasmissione del sapere, perde profondità; la creazione contemporanea, senza un sostegno strutturale, fatica a trovare spazio. 
Per questo lavoriamo su un modello integrato, nel quale i giovani musicisti entrano in relazione diretta con grandi interpreti, compositori, pubblico e processi produttivi reali. Un ruolo sempre più importante è assunto anche dalla ricerca tecnologica, soprattutto nell’ambito della musica elettronica e computazionale. Ma le difficoltà sono molte: la sostenibilità economica, la frammentazione del sistema italiano, la fatica di costruire un ecosistema tra formazione, ricerca e produzione, e la necessità di tenere insieme complessità e accessibilità. Anche per questo borse di studio, internazionalizzazione e programmi di accesso non sono elementi accessori, ma parti essenziali del progetto. 

Le performance musicali saranno accompagnate da una mostra fotografica sul rapporto tra le isole e i suoni. Può descriverne in anteprima i contenuti? 
Ogni anno il Festival ospita una mostra dedicata al rapporto tra sonoro e visivo, collegata al tema generale dell’edizione. Quest’anno, intorno a Isole, inaugura Isolari del fotografo Daniele Vita, a cura di Stefano Jacoviello, negli spazi del ChigianaArtCafé. La mostra non affronta il tema in modo illustrativo, ma come una ricerca parallela, visiva e percettiva. 
Il riferimento è quello degli antichi isolari, strumenti che servivano ai navigatori per immaginare territori e orientarsi nello spazio; qui però la geografia diventa interiore. Le immagini costruiscono una mappa emotiva, nella quale la distanza tra osservatore e soggetto fa parte dell’esperienza. I contesti, dalla Sicilia a Lampedusa fino ad altre “isole” del quotidiano, sono attraversati da una dimensione di sospensione: riti, paesaggi, attese e solitudini diventano tracce di vita quasi in filigrana. 
Il suono non è rappresentato direttamente, ma evocato come eco, memoria e possibilità. Anche per questo la mostra entra nel Festival come una delle sue isole autonome, ma in dialogo con tutte le altre. 

Spiegaci meglio. 
Nel suo insieme, il Chigiana International Festival & Summer Academy 2026 offre più di un programma prestigioso: propone un’idea di istituzione culturale che supera le separazioni tra formazione e produzione, repertorio e invenzione, sapere e accesso, radicamento territoriale e apertura internazionale. In questo senso, Isole non è solo il titolo di un’edizione, ma un metodo: immaginare la cultura come un arcipelago di esperienze autonome e connesse, capaci di generare una comunità temporanea ma intensissima di ascolto, studio e creazione. 
La scommessa più interessante della Chigiana è forse proprio questa: fare di Siena non soltanto una sede, ma una geografia viva; non soltanto una vetrina dell’eccellenza, ma un laboratorio in cui il passato viene rimesso in circolo, il presente interrogato e il futuro messo concretamente alla prova. 

Paolo Cuccia 

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Paolo Cuccia

Paolo Cuccia

Laureato in Ingegneria presso l'Università Sapienza di Roma, ha conseguito un Master in Business Administration presso l'Università Bocconi di Milano. Dal 2008 è Presidente del Gruppo Gambero Rosso.  Nel 2011 ha fondato Artribune Srl, diventandone Presidente. Consigliere d'Amministrazione di Equalitas,…

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