Monumenti&armi. Così lo spazio pubblico ci prepara alla guerra senza che neppure ce ne rendiamo conto
Uno sguardo sulla relazione tra i conflitti che insanguinano il pianeta e i monumenti presenti nelle nostre città. Cosa accadrebbe se, nel giro di qualche decennio, iniziassimo a vivere accanto a opere che veicolano la pace?
La guerra è tra i temi protagonisti delle notizie quotidiane. La più recente è una guerra ormai neanche troppo lontana, di cui percepiamo gli effetti attraverso l’economia, le restrizioni di movimento e attraverso un immaginario in parte nuovo e in parte fin troppo vecchio. L’effetto che provocano ai più queste notizie è di straniamento, disagio, apprensione, eppure le nostre piazze sono piene di messaggi legati alla guerra, la nostra quotidianità è già densa di monumenti che articolano i valori e le forme della guerra, a tal punto che quasi non ci facciamo più caso.

Arte pubblica e guerra: il contesto statunitense
Nel 2021 lo studio americano Monument Lab di Philadelphia ha pubblicato il National Monument Audit: un’analisi che ha classificato circa 50.000 opere monumentali “convenzionali” restituendo la composizione dei monumenti degli U.S.A., i temi prevalenti e l’immagine che questi compongono della storia statunitense. La ricerca conferma dati sulla disparità di genere e sociale dei personaggi ritratti (solo il 6% dei principali monumenti americani ritrae una donna, solo il 10% ritrae neri e/o nativi, oltre il 70% ritrae possidenti terrieri), e fornisce utili indicazioni sul rapporto tra monumenti e guerra. Tra i monumenti principali uno su quattro ritrae un generale; tra i cinquantamila censiti, quasi il 60% sviluppa un tema bellico, contro il 10% dei temi religiosi. Attraverso i monumenti si parla di guerra: 13 volte più della pace, 17 più dell’amore, 59 volte più del tema della cura e della gentilezza.
Il progetto del Ministero della Cultura su arte e spazio pubblico in Italia
Un’indagine analoga sui monumenti in Italia non esiste ancora. Il Ministero della Cultura sta lavorando sul tema: con il progetto Arte e Spazio Pubblico (2025-2026) si sta sviluppando uno strumento di ricognizione utile alla catalogazione delle opere. È stato invece concluso da diversi anni il Censimento dei monumenti ai caduti della prima guerra mondiale. Partito in occasione del centenario del conflitto, cataloga monumenti e lapidi di committenza civica realizzati fra il 1917 e il 1940. Solo su questo tema si contano 12.000 opere distribuite nel territorio italiano (si noti che i comuni italiani sono 7.894). La quantità di questi monumenti ci trasmette la capillarità dell’elaborazione della guerra, dei suoi martiri e della libertà come risultato di inevitabili conflitti. Lo stesso dicasi per il Risorgimento e i suoi tanti monumenti, almeno uno per capoluogo di provincia, con le immagini più o meno solenni di Garibaldi in alta uniforme o di statue equestri di Vittorio Emanuele II.

I monumenti nello spazio pubblico dei paesi neutrali
Un sistema monumentale analogo è presumibile in tutti gli altri paesi che storicamente hanno dominato il mondo anche attraverso la guerra. Tuttavia, se riportiamo questa domanda su paesi dove la cultura della guerra sembra diversa, emergono interessanti differenze. La Svezia, paese neutrale da ormai 200 anni, è uno di questi: a differenza di altri stati dove la percentuale di monumenti a tema bellico è stimabile tra il 45 e il 60%, qui non si supera il 10%. Dal 1937 lo stato scandinavo ha istituito Statens konstråd, l’agenzia per l’arte pubblica svedese, che si occupa di produrre e censire opere nello spazio pubblico, nelle università e nelle basi militari. Sorprendentemente, le 224 opere installate in quest’ultime non hanno un ruolo celebrativo della guerra, ma fungono da strumento della democrazia culturale del welfare state: garantire ai soldati lo stesso accesso all’arte dei civili, formandoli come cittadini capaci di pensiero autonomo. Tra le oltre 200 opere: nessuna glorifica un re, un ufficiale o un comandante svedese, nessun paesaggio come teatro di guerra; le rappresentazioni di militari sono rarissime, così come figure di distruzione o iconografie aggressive.
Qual è la relazione tra arte, guerra e spazio pubblico?
I tre esempi descritti portano a pensare che esista una proporzionalità diretta tra il numero di monumenti a tema bellico e l’impegno odierno dei paesi nelle guerre. Un fenomeno profondo e politico, che facilita l’ammissibilità di decisioni belliche da parte di un popolo: come se la stratificazione culturale dei simboli della guerra nello spazio pubblico sia uno degli elementi che permette alle politiche degli stati di avanzare con maggiore o minore naturalezza l’idea di guerra come strumento di convivenza tra stati. Il rapporto tra monumento e guerra è inoltre un tema ancora poco elaborato, rispetto a questioni sollevate con più forza sulla parità di genere (come argomentato dalle ricerche del gruppo Mi riconosci?) o sul colonialismo/razzismo (legato al movimento globale Black lives matter e ben descritto da Lisa Parola nel suo “Giù i monumenti, 2022, Torino, Einaudi”).
Volendo forzare il concetto di Priming, coniato dalla psicologia, potremmo dire che se è vero che l’esposizione a uno stimolo iniziale influenza la percezione e la risposta a stimoli successivi, allora la capillarità dei monumenti di guerra e la retorica dell’eroismo a questi associata, costruisce in tutti noi un riconoscimento subconscio della guerra come parte della nostra cultura; pertanto rivederne le forme nella contemporaneità non ci riporta alla sua tragedia, ma a un ineludibile passaggio storico, quando non a un gesto di eroismo nazionale.

Verso nuove forme d’arte pubblica
Cosa accadrebbe se gradualmente le nostre città si riempissero di simboli di un altro tipo di immagine nazionale, se la proporzione tra temi legati alla guerra e quelli allo sviluppo pacifico delle società si invertisse nell’arco di qualche decennio? Da diversi anni l’evoluzione del linguaggio dell’arte nello spazio pubblico ha coinvolto anche i monumenti legati alla guerra, elaborando forme di maggiore forza riflessiva, spostate sulla drammaticità dell’evento bellico più che sulla sua idealizzazione. Un modello indicativo è il Vietnam Memorial di Maya Lin del 1982, posto nel National Mall di Washington D.C.: un doppio muro di 150 metri di granito nero lucidato a specchio dove sono incisi i 58.000 nomi dei caduti nella guerra del Vietnam. Nel muro si specchia ognuno dei visitatori assieme ai monumenti di Washington, lasciando alla sensibilità di ciascuno la lettura del messaggio più profondo e “la consapevolezza della perdita” che quei nomi trasmettono.
Nelle città di un futuro ipotetico dove la quantità di riferimenti monumentali a operatori di pace e di scienza equivale a quella di eroi di guerra, accetteremo con lo stesso silenzio il conflitto armato come unica soluzione di convivenza dei popoli e costruzione della libertà di una nazione?
Fabio Ciaravella
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