Una importante mostra a Milano racconta il Man Ray meno conosciuto: intervista al curatore
Yuval Etgar, curatore insieme a Deborah D’Ippolito, ci racconta “Man Ray: M for Dictionary”, la retrospettiva che a cinquant’anni dalla scomparsa mette in luce, negli spazi della galleria GióMARCONI, in collaborazione con La Fondazione Marconi, gli aspetti meno noti dell’artista
È il Man Ray (Filadelfia, 1890 – Parigi, 1976) meno conosciuto quello che, a cinquant’anni dalla scomparsa, è al centro dell’ampia retrospettiva che si snoda significativamente negli spazi di GióMARCONI a Milano, realtà scaturita, insieme alla Fondazione Marconi – con cui è stata organizzata la mostra – dalla storica galleria Studio Marconi che fu la prima, nel 1969, a dedicare una personale al noto artista, sottolineando come lo stesso non fu solo un eccellente fotografo ma un precursore dell’arte concettuale e multimediale. Assioma a cui rimane fedele Man Ray: M for Dictionary, a cura di Yuval Etgar e Deborah D’Ippolito, che, ponendo l’accento sul linguaggio come principio guida della pratica artistica di Ray, rivela come lo stesso gli permise di esplorare diversi medium mantenendo sempre la massima coerenza espressiva. Pittore, disegnatore, ideatore originale di oggetti e multipli, Ray fu effettivamente un pioniere dell’arte multimediale, guidato da un interesse per le parole e il loro carattere trasformativo che gli consentì di reinventare la realtà a partire dalla sua stessa identità. Così per approfondire questo aspetto della ricerca di questo maestro del Novecento ne abbiamo parlato con il curatore Yuval Etgar, storico dell’arte esperto in storia e teoria del collage.

Photo: Fabio Mantegna
Intervista a Yuval Etgar co-curatore dell’ampia retrospettiva milanese su Man Ray
La mostra propone il linguaggio come chiave principale di lettura di Man Ray, in che modo questa prospettiva cambia la comprensione dell’artista associato soprattutto alla fotografia?
Sebbene Man Ray fosse un fotografo estremamente talentuoso, in grado di vivere grazie a questa abilità, la stessa è sempre stata solo un aspetto della sua pratica ben più ampia. Osservando la sua parabola artistica attraverso una prospettiva più estesa, analizzando i nomi attribuiti alle sue opere e il modo in cui le raccontava – prerequisito essenziale per entrare nel suo universo – emerge come Ray, che trovava grande gioia nel dipingere e nell’assemblare i suoi cosiddetti oggetti, desiderasse ardentemente essere riconosciuto come pittore e artista.

Il titolo della mostra: “M for Dictionary” richiama una struttura enciclopedica, come si riflette quest’idea di “dizionario visivo” all’interno dello spazio espositivo?
M for Dictionary è il nome che abbiamo scelto per questo percorso suddiviso in cinque sezioni, ciascuna dedicata all’uso del linguaggio in relazione a un diverso corpus di opere. La prima galleria, sottotitolata The Alphabet, rappresenta l’amore di Man Ray per i giochi di parole visivi espresso attraverso un portfolio di disegni in cui associa lettere a immagini di parole corrispondenti. Un corpus grafico semplice ma efficace che raramente viene esposto nel suo insieme originale. La seconda, Light Writing, si concentra sul fascino di Man Ray per la fotografia sperimentale, che lo portò a sviluppare i suoi cosiddetti Rayographs – procedimento, privo di fotocamera, in cui l’artista disponeva oggetti direttamente su carta fotosensibile esponendoli alla luce. Anche qui il linguaggio è fondamentale e spicca come la fotografia fosse per Man Ray una forma di scrittura, con frasi costruite a partire da oggetti semplici combinati in modi inattesi e riprese anche nei giochi letterari dei titoli e nel termine tecnico stesso ideato per definire il processo fotografico.

Come si sviluppano le altre sezioni?
La terza, Body Language, ruota intorno alla fascinazione dell’artista per il ritratto, declinato anche in forma di sineddoche per esprimere la complessità semantica del corpo focalizzandosi sulle singole parti tra allusioni sessuali e provocatorie avances ai suoi amori. La quarta sezione costituisce una delle più grandi esposizioni di oggetti di Man Ray mai presentate in una mostra. Sottotitolata Objectives, richiama il modo in cui questi oggetti scultorei funzionano come nuove parole, ricche di molteplici significati ludici. Esposti insieme, costituiscono quasi un idioma a sé. Infine, la quinta galleria (al primo piano) invita i visitatori a scoprire il fascino di Man Ray per gli “oggetti matematici”, intesi come manifestazione visiva e anche scultorea di un linguaggio che egli non poteva comprendere se non come ispirazione estetica.

Quanto è stato centrale il ciclo “Alphabet for Adults” nello sviluppo curatoriale del progetto?
Alphabet for Adults rappresenta a pieno l’atto stesso dello scrivere nella pratica di Man Ray; si tratta quindi di un ciclo concettualmente essenziale per la mostra. Inoltre, quando nel 1969 Man Ray tenne la sua personale allo Studio Marconi, il gallerista stesso lo aiutò a trasformare l’intero corpus di disegni in una straordinaria edizione di stampe, ancora oggi viva testimonianza della loro profonda amicizia.
Man Ray ha lavorato molto sul rapporto tra parola e immagine, in linea con le pratiche dadaiste e surrealiste: quali connessioni vedi con Dadaismo e Surrealismo?
Per Man Ray il gioco linguistico era qualcosa che condivideva innanzitutto con Marcel Duchamp, suo intimo amico, incontrato a New York nel 1915. In un certo senso, i due costituivano un ramo separato del Dada, molto diverso dall’Avanguardia Europea dell’epoca, profondamente impegnata a rispondere alle atrocità della Prima Guerra Mondiale. Anche dopo il trasferimento a Parigi (nel 1921), quando il suo umorismo e il suo uso del linguaggio confluirono pienamente nel Dada e poi nel Surrealismo, continuò a mantenere una certa distanza dalla lingua francese in quanto americano, divertendosi con giochi di parole che mescolavano inglese e francese.
Il tema dell’identità – a partire dal cambio di nome da Emmanuel Radnitzky a Man Ray – appare già come un gesto linguistico: come e quanto questo episodio ha influenzato la struttura della mostra?
Il modo in cui il linguaggio costituisce il sé affascinò Man Ray per tutta la sua carriera. È forse ciò che rende il suo lavoro, e questa mostra, così attuali oggi. Sebbene il suo universo artistico fosse vastissimo, Man Ray sembra aver trascorso gran parte del tempo cercando di definire un senso di sé: un punto di vista, una firma, una reputazione. E per molte delle sue opere, è proprio la storia della loro creazione a risultare la parte più affascinante (anche se non sempre affidabile).

Sezioni come “Light Writing” e “Mathematical Objects” suggeriscono un rapporto tra linguaggio e scienza: come si intrecciano questi ambiti nella pratica di Man Ray?
Era il linguaggio in quanto tale ad affascinarlo; la possibilità di sovvertire il significato rispetto alle consuete convenzioni e interpretazioni. Ad esempio, quando raccontò la scoperta degli oggetti matematici che ispirarono questo corpus di opere (visti all’Institut Henri Poincaré di Parigi), osservò che “le formule che li accompagnavano non significavano nulla per me, ma le forme stesse erano varie e autentiche quanto quelle della natura. Il fatto che fossero un prodotto dell’uomo era per me un fattore di ulteriore importanza”. Lo stesso vale per il suo amore per i giochi di parole anglo-francesi: proprio perché non era sempre sicuro del significato delle parole, si sentiva libero di giocare con la loro traduzione.
Man Ray era affascinato dalla riproduzione meccanica: come si riflette questo interesse nella sua “scrittura visiva” e nella costruzione del significato?
La riproduzione meccanica era una pratica familiare a Ray fin dai suoi esordi, grazie alla fotografia. Ma ciò che è ancor più interessante è che, a partire dagli Anni Venti, ricreò regolarmente le sue opere – soprattutto gli oggetti – più e più volte, sempre con piccole variazioni: un cambio di titolo, elementi leggermente diversi, ecc. Se queste prime varianti erano ancora uniche, negli Anni Sessanta, anche grazie al progetto Edition MAT di Daniel Spoerri, la produzione in serie divenne concretamente possibile. Man Ray, così come Duchamp e altri, colsero con entusiasmo l’opportunità di liberare le opere dalla aura di intoccabilità, unicità e irripetibilità. Ancora una volta, Giorgio Marconi fu tra i galleristi, insieme ad Arturo Schwarz e Marcel Zerbib, a sostenere questa nuova forma di produzione.
Nel progetto “In Other Words”, avete incluso artisti contemporanei: in che modo figure come Alex Da Corte o Simon Fujiwara reinterpretano oggi il rapporto tra linguaggio e immagine?
Il linguaggio sta attualmente attraversando molte trasformazioni. E il rapporto tra immagine e testo affronta nuove sfide. Gli artisti coinvolti in In Other Words sono profondamente interessati a come il linguaggio possa operare nel campo visivo – attraverso film, parola parlata, pittura o scultura. Pur essendo influenzati dall’eredità di Man Ray, ciascuno di loro compie un passo ulteriore, incarnando il linguaggio non solo in forma pittorica o scultorea, ma anche come scenografia, come ambiente in cui la logica stessa del linguaggio quotidiano si trasforma e si apre a qualcosa di nuovo.
Rispetto alla storica mostra del 1969 allo Studio Marconi, quali elementi di continuità o rottura hai voluto evidenziare?
La mostra del 1969 di Man Ray allo Studio Marconi, Je n’ai jamais peint un tableau récent (“Non ho mai dipinto un quadro recente”), fu una retrospettiva esplosiva che celebrava una vita di opere create da e con Man Ray. M for Dictionary, così come la mostra parallela In Other Words, sono allo stesso tempo una celebrazione del rapporto nato in quel momento tra Marconi e Man Ray, ma anche un’espressione della volontà sia della Fondazione Marconi sia della Galleria Giò Marconi di guardare avanti, esplorando nuovi modi di interpretare e attivare la collezione e di promuovere relazioni con i nuovi artisti della galleria.
Se dovessi riassumere ciò che il pubblico dovrebbe “leggere” – o vedere – uscendo dalla mostra, quale sarebbe?
Spesso consideriamo didascalie, titoli e storie che accompagnano le opere come elementi aneddotici o persino secondari. Ma per chi ha occhi e mente aperti, Man Ray offre un universo affascinante dietro ciascuna opera, mettendo in discussione il celebre detto shakespeariano “cosa c’è in un nome”.
Ludovica Palmieri
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