A Milano c’è una mostra che sta in equilibrio tra violenza e cura. Gli artisti ce la raccontano
Da Tempesta Gallery le opere di Paulina Emilia Aumayr e Lorenzo Conforti si muovono su registri formali e concettuali differenti, ma condividono l’attenzione per la dimensione psicologica e corporea del mondo contemporaneo
Soft control costruisce un interessante dialogo tra due diversi approcci, che hanno in comune una visione della pittura come campo critico, che non offre delle risposte definitive, ma crea momenti in cui sostare, osservare e mettere in discussione. Da un lato uno spazio di complessità percettiva e dall’altro un luogo di resistenza politica e affettiva. Il punto d’inizio è quella trama di divieti e azioni, quasi impercettibili, che fanno parte del nostro quotidiano, sotto l’apparenza di norme necessarie alla realizzazione dei principi fondanti della vita comune, che sono alimentati dalle convenzioni e dalle gerarchie di genere.
Gerarchia, potere e violenza in mostra
L’applicazione di procedure standardizzate e apparentemente neutre, celano semplificazioni della complessità sociale, generando assuefazione e contribuendo ad un impoverimento delle esperienze individuali. Storicamente, inoltre, chi è al vertice di un ordine gerarchico rifiuta di ricercare una più ampia comprensione dell’altro, intento al mantenere i propri privilegi. Al contrario accade sovente che siano “soggettività marginalizzate, minoranze discriminate e donne oppresse dai sistemi patriarcali a esercitare quella che l’antropologo statunitense David Graeber ha definito come identificazione immaginativa, una pratica interpretativa necessaria alla sopravvivenza nei confronti del potere, capacità secondo cui l’individuo è in grado di immaginare il punto di vista di un altro, principio alla base di tutte quelle relazioni sociali di cura e sostegno”, come scrive Edoardo Durante.

La mostra “Soft control” da Tempesta a Milano
L’esposizione tenta di operare all’interno di questa particolare frattura, grazie ad un movimento alternato – ben rappresentato in mostra dall’opera che Lorenzo Conforti ha realizzato sul muro della Galleria – che oscilla tra uno stato di violenza latente, proprio delle strutture di potere, e la volontà di riattivare l’immaginazione come spazio di resistenza. Il progetto espositivo pone dunque in dialogo le pratiche artistiche di Paulina Aumayr (Vienna, 2002) e Lorenzo Conforti (Tolentino, 1996), due linguaggi pittorici che agiscono secondo registri formali differenti, ma che interrogano i dispositivi invisibili che ci modellano.
Le opere di Paulina Aumayr
La pratica artistica di Paulina Aumayr indaga attraverso una prospettiva femminista le sottili intersezioni tra seduzione e violenza, desiderio e trauma, vulnerabilità e resistenza, cercando di rendere visibili e portando all’attenzione del visitatore le strutture del potere patriarcale. Attraverso il colore – un particolare verde livido – e i gesti delle donne raffigurate crea immagini cariche di intimità e tensione. Le atmosfere che ne scaturiscono hanno un aspetto onirico e allo stesso tempo perturbante e sfidano le narrazioni convenzionali. Una dimensione sospesa, quasi spettrale, che parla di gesti intimi e quotidiani – come rannicchiarsi per pensare in una vasca da bagno – e allo stesso tempo di una classica villetta americana con giardino che brucia, mentre una donna si sistema i capelli. Il risultato è una spinta introspettiva che sfocia in una narrazione universale.
Intervista a Paulina Aumayr
La distruzione del patriarcato, da dove nasce questa scelta specifica?
Le mie opere nascono da una tensione tra violenza e intimità, affrontando le strutture patriarcali che sono inscritte nella vita quotidiana e nei comportamenti. Questa ‘scelta’ si colloca a metà strada tra rabbia, ira e profonda tristezza. Affronto la violenza maschile senza cercare di riprodurre o spettacolarizzare la violenza stessa. Mi concentro invece sui segni sottili e sulle situazioni in cui il potere diventa visibile. Sebbene l’idea di una ‘distruzione del patriarcato’ possa sembrare molto diretta, il mio lavoro non mira tanto a illustrare questa idea, quanto a rendere visibile il modo in cui le strutture patriarcali operano silenziosamente nelle situazioni quotidiane e negli spazi intimi. In questa mostra in particolare, lavoro con motivi legati al fuoco. Il fuoco simboleggia una forma di pericolo immediato e riconoscibile, come ad esempio una casa in fiamme. Ciò contrasta con altre immagini, come quella di una testa che viene toccata da dietro: un gesto che può sembrare intimo, ma che può anche nascondere una minaccia molto più difficile da definire. Mi piace lavorare con questo tipo di giochi, fondendo immagini che creano uno spazio più astratto all’interno della figurazione.
I cani e i denti sono un tema ricorrente, puoi dirci cosa significano per te?
I cani spesso fungono da figure ambigue. Possono rappresentare protezione o intimità, ma possono essere potenzialmente una minaccia. Mi interessa questa ambivalenza, perché riflette come la violenza possa esistere in spazi che altrimenti sarebbero associati alla cura o alla vicinanza. Anch’io ho un cane, quindi mi sono ritrovato a prestare molta attenzione al loro linguaggio del corpo, che spesso è molto più chiaro della comunicazione umana. A volte vorrei che gli esseri umani mostrassero i denti come fanno i cani. Il che mi porta al prossimo punto che hai menzionato: i denti. I denti e le gengive compaiono in molti modi nel mio lavoro. C’è qualcosa di molto intimo in loro, talmente intimo che le uniche foto di riferimento che uso provengono da studi dentistici, perché quasi mai vediamo i nostri denti esposti nel modo in cui appaiono nei dipinti. Ma proprio come i cani, anche loro hanno un potenziale di minaccia. Allo stesso tempo, c’è qualcosa di molto sessuale ed eccitante nella bocca, ma in modo leggermente diverso da come ho scelto di rappresentarla. Quel senso di qualcosa di leggermente ‘diverso’ è un aspetto cruciale del mio lavoro.
Perché hai scelto questo verde per i tuoi dipinti?
È anche leggermente sfumato. C’è qualcosa di inquietante nella tavolozza dei colori, che accentua questa sensazione di disagio. Allo stesso tempo, può evocare associazioni con la memoria, quasi come l’atmosfera colorata di una vecchia fotografia. Alcune delle opere affondano le loro radici nella memoria, quindi questo senso di tempo e distanza è fortemente legato ai dipinti.
Com’è stata la tua esperienza a Milano e il dialogo con Lorenzo? C’è un messaggio che vuoi lasciare?
L’esperienza a Milano è stata davvero speciale. Lavorare con Lorenzo e la galleria ha permesso un dialogo molto aperto sulle opere e sulla loro atmosfera, anche se non ci conoscevamo prima e ho gestito la maggior parte delle cose a distanza. Ho apprezzato la fiducia e lo spazio che è stato dato ai dipinti. Abbiamo avuto una serata di inaugurazione molto piacevole e mi sono sentita molto onorata di esporre alla Tempesta Gallery. Per quanto riguarda il messaggio agli spettatori, spero che le opere creino una consapevolezza di certe tensioni, in particolare delle dinamiche di potere all’interno degli spazi intimi. Spero che incoraggino la sensibilità e, forse, il cambiamento.
Le opere di Lorenzo Conforti
Quelle di Lorenzo Confortiche vive e lavora tra Milano e Tolentino, profondamente diverse, sono opere che raffigurano oggetti ibridi e anamorfici, frutto di un processo decostruttivo che reinterpreta e intreccia tra loro anatomie organiche eterogenee. Queste strane composizioni vogliono opporsi ai tempi sempre più compressi di fruizione delle immagini che sono caratteristici della nostra condizione contemporanea. Mantenendo l’indeterminatezza come forma espressiva, prive di una chiara ed univoca risoluzione in merito ai loro significati, generano una forma di resistenza che è frutto di una continua negoziazione tra gesto pittorico e tensione astrattiva, tra decadimento e rinascita della materia. I suoi lavori disinnescano la violenza più o meno subliminale che si cela in alcune immagini, fornendo elementi e dettagli che spesso rimangono impercettibili e restituiscono un’atmosfera sospesa, un moto metamorfico che fa della propria indeterminazione una scelta consapevole ed un gesto politico.
Intervista a Lorenzo Conforti
Puoi descriverci il processo creativo delle tue opere? Che mi dici dell’aria e dell’uso dello spray?
La mia pittura segue un processo di stratificazione che ho maturato negli anni: parto spesso con una base grafica di stampo figurativo che viene poi destrutturata tramite lunghi (e fondamentali) momenti di improvvisazione. Grazie a questi la figurazione diventa solo un pretesto e si frammenta in reminiscenze di realtà, corpi senza tempo che vivono atmosfere velate e indefinibili. Dato questo, il concetto di aria credo sia una costante nei miei lavori, spesso rifletto su come poter tramutare pittoricamente la percezione dell’aria come elemento di sostegno per questi organismi, e sicuramente l’effetto dello spray gioca a mio favore. Credo che questo approccio sia fondamentale per creare un’immagine dove ci si può prendere la libertà di perdersi. Rallentare quindi il tempo di lettura per creare un legame con queste presenze che hanno in sé la forza di risvegliare il motore creativo più ancestrale della storia degli esseri viventi: l’immaginazione.
I graffiti influenzano ancora la tua arte?
Il graffiti writing è ancora presente e si influenza reciprocamente con la tecnica a olio: si parla sempre di pittura e tra le due pratiche si trovano spesso degli scambi estetici. Poi credo sia importante separare il concetto di muro dal concetto di tela perché gli interventi nascono, vivono e rappresentano un’azione fatta in condizioni mentali completamente differenti.
Cosa ti ha ispirato per il disegno sulla parete della Tempesta Gallery?
Gli scheletri grafici di partenza dei lavori su tela, quei disegni che in gran parte si nascondono sotto la velatura pittorica.
C’è un messaggio particolare che vuoi trasmettere al pubblico di questa mostra?
Vorrei trasmettere pathos o comunque indurre alla perdita di controllo emotivo avanti a quello che si vede. Questo non per provocare fastidio ma solo per creare un’occasione per sentirsi più vivi. Tipo quell’inquietante ma piacevole vuoto allo stomaco che crea domande ma non va obbligatoriamente riempito di descrizioni o risposte. Da questo spero che la sensazione, guidata da queste immagini, si tramuti in messaggio: ri-appropriarsi del senso di perdita per re-imparare a cercare un’alternativa al conformismo contemporaneo.
Le opere in mostra a Milano
Cariche di seduzione, di violenza e di mistero, le opere in mostra riescono dunque a creare uno spazio di sospensione dalla rapidità sempre crescente dei ritmi delle nostre vite, un momento di decelerazione e di riflessione attenta su una serie di processi così pervasivi da apparire invisibili.
Giulia Bianco
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