Due libri per approfondire la storia del capolavoro senza casa di Piero della Francesca
È dal 2022 che la “Madonna del Parto” del pittore aretino è in attesa di tornare “a casa”, peccato che l’odierna inadeguatezza della sede originaria renda impossibile il trasloco. Così, mentre divampa il dibattito alla ricerca di nuove soluzioni (anche grazie all’AI), due autori raccontano l’incredibile storia di resilienza dell’affresco
Nella sua piccola cappella di campagna, nel cimitero collinare di Monterchi (Arezzo), la videro Chagall, che perse quasi le parole, Salvador Dalí, che sgridò i ragazzini che lì giocavano a pallone, e Alberto Burri, che la raggiungeva in bicicletta fin da giovanissimo; è la Madonna del Parto (1455/1465), opera defilata quanto capitale di Piero della Francesca (Borgo Sansepolcro, 1412 ca – 1492).
Nel marzo 2022 il Consiglio di Stato ha ordinato il suo ritorno nel luogo di origine, dove però l’antica chiesa di Santa Maria di Momentana (vera sede originaria del dipinto) non esiste più, da quando fu inglobata nel complesso cimiteriale del paese, alla fine del Settecento. La comunità di Monterchi si è invece opposta alla sentenza, difendendo con le unghie l’attuale sede museale, una ex scuola elementare locale, in cui l’affresco (già distaccato nel 1911) si trova dal 1992, quando lì fu ricoverato per il suo definitivo restauro. Per i monterchiesi è una sede funzionale e soprattutto si trova al centro del paese, con le botteghe e i servizi a portata di turista.
I travagli della “Madonna del Parto” di Piero della Francesca
Al momento nessuna delle parti ha prevalso e l’affresco si trova sempre nella sua teca, in una piccola sala vistata da 30.000 persone all’anno, ai Musei Civici di Monterchi. In questa fase di stallo tipicamente italiana escono due libri che raccontano le avventure ben più allarmanti accadute all’affresco; dalle censure della Controriforma, che mise al bando il soggetto della Madonna incinta, ai cannoneggiamenti della Seconda Guerra Mondiale, passando per le requisizioni napoleoniche e un terribile terremoto che nel 1917 rase quasi al suolo Monterchi.
Il libro di Lina Guadagni Trzuskolas sulla “Madonna del Parto” di Piero della Francesca
In Salva per miracolo (Icona, 2026) Lina Guadagni Trzuskolas, per anni direttrice del Museo della Madonna del Parto e anima culturale del piccolo borgo toscano, riassume le vicende del dipinto alla luce di una riflessione preliminare alle fortune e alle sventure dell’opera, ovvero il suo collegamento al tema della fecondità. Questo è evidente fin dal nome stesso del luogo “Momentana”, divinità della luce e della natività, nei toponimi etrusco-romani. Una derivazione ampliata in epoca cristiana dall’interesse dei fedeli verso la piccola chiesa, che si rinsaldò negli anni di Lorenzo il Magnifico, quando Monterchi era divenuta una strategica roccaforte di confine del territorio mediceo.

Le donne salvatrici nel volume di Marc Lenot dedicato all’affresco di Piero della Francesca
Marc Lenot, critico acclamato e già penna culturale di Le Monde, offre nel suo La Micro-Aventure de la Vierge enceinte (Cinabre, 2026) una lettura del “potere delle donne”, cioè la componente compatta e silenziosa delle abitanti del paese che venivano a pregare la Madonna per rimanere incinte o perché la loro gravidanza andasse bene, in epoche in cui la mortalità dei neonati era altissima. Sono state loro, a dispetto dei documenti storici (che le escludevano per partito preso), a rivoltarsi contro il potere patriarcale della chiesa e i tentativi post-tridentini di nascondere o distruggere l’immagine della Vergine incinta, “considerata indegna, perché troppo umana e troppo corporea agli occhi dei chierici”.
La metafora più potente di questa protezione è la ribellione allo spostamento dell’opera in tempo di guerra, quando le popolane impedirono ad alcuni funzionari di portarla via da Monterchi. In un rovesciamento poetico e speculare al suo soggetto, l’affresco fu murato nella cappellina del cimitero, protetto proprio come un nascituro, questa volta nel grembo del paese.
La ricollocazione della “Madonna del Parto” e il fattore della luce
I due volumi non danno alcuna preferenza rispetto al tema cruciale della collocazione dell’affresco. Lasciano però intendere che la cappella cimiteriale non può essere una soluzione percorribile, sia perché priva di ogni standard di conservazione, sia per la differente inclinazione del nuovo edificio rispetto a quello originario.
La cappella costruita nel 1956, sotto le direttive di Mario Salmi, è infatti orientata di novanta gradi rispetto alla chiesa di origine e soprattutto tradisce gli intenti di Piero, rintracciabili nell’affresco stesso. La posizione originaria della Madonna era rivolta verso il rosone della perduta chiesa romanica e i pigmenti utilizzati per il suo manto sono dipinti a secco e non a fresco come quelli usati per gli angeli laterali, sia per le caratteristiche dell’intonaco che per un’illuminazione volutamente frontale della Vergine. Una “gerarchia cromatica” che emerge anche nell’architettura marmorea sullo sfondo del dipinto, che doveva rimanere in ombra, a condannare il lusso, a differenza dell’umile tenda di pelle animale, irrorata di luce. L’illuminazione della cappella attuale, dal finto rosone centrale e dalle due finestre laterali, è invece ‘sparata’ in ogni direzione, in quella che alcuni cronisti definirono “luce da sala operatoria”.

Una “terza via per l’affresco” di Piero della Francesca
La sentenza del 2022 escluse anche una terza chance, ovvero la possibilità (dibattuta tra il comune di Monterchi e la Curia vescovile di Arezzo) di collocare l’opera nell’ex convento delle suore benedettine, posto proprio di fronte all’attuale museo. In quell’ipotesi sarebbe stata ricostruita una simulazione dell’antica ubicazione dell’opera, ma sempre al centro del paese. Gli alti costi e le differenti vedute di uno sponsor privato (una nota azienda del territorio, interessata a includervi anche un hotel), rendevano comunque poco praticabile l’opzione.
L’Intelligenza Artificiale come alternativa allo spostamento della delicata opera
La possibile sintesi si intravede invece nelle nuove modalità di ricostruzione virtuale, aiutate da A.I. e digitalizzazione 3D, in un gemello virtuale dell’attuale museo, che ne possa espandere le suggestioni, recuperando idealmente il contesto. Su questa strada, chi scrive si è mosso con alcuni architetti e docenti di università britanniche (già protagonisti in progetti analoghi), ma soltanto l’idea di un collegamento con il luogo dell’odiata sentenza, blocca i locali amministratori.
Il paesaggio incontaminato di Piero l’unica vera “casa” della Madonna del Parto
Quello che invece dimentichiamo, assorbiti nella diatriba, è proprio sotto i nostri occhi. Basta alzare lo sguardo, sia dal cimitero che dalle vetrate del museo, e si apre una vista unica: il paesaggio incontaminato di Piero. Le stesse colline che fanno da sfondo ad ogni sua opera, i “blocchi di luce” evidenziati da Roberto Longhi, incontro di realtà e trascendenza, che ancora si mostra nella sua forma. Questa eredità universale è stata preservata, grazie all’impegno di Lina Guadagni e da un comitato di abitanti che negli Anni Novanta si oppose al progetto di passaggio dell’autostrada “Due Mari” su quelle stesse colline. Un salvataggio che Lina non ha incluso nel suo libro e che si è rilevato importante come quelli da lei narrati. La Madonna del Parto salvata, ancora una volta, da una delle sue donne.
Giuseppe Sterparelli
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