C’è un libro di fotografia in cui sono le immagini che guardano noi e non viceversa

Serve un excursus sulla fotografia prima di immergersi nel volume “Guardare in macchina e altro” che raccoglie gli scatti di Luigi Accattatis, offrendo l’occasione per ragionare sulla fotocamera come sala d’incontri dove gli sguardi si incrociano fatalmente

Mettiamoci subito d’accordo sulle banalità. Scattare una fotografia non è che congelare uno sguardo. Anzi, meglio: voler congelare uno sguardo. Guardare è un’azione naturale, involontaria. Fotografare è un’azione volontaria, artificiale. Ciò significa, per logica conseguenza, che ogni immagine fotografica è voluta: qualche senso deve pur avere. Per l’autore dello scatto senz’altro; per l’osservatore di quel risultato forse anche, se vi presta sufficiente attenzione. Detto questo, e ammettendo che si desideri dedicare attenzione a un risultato fotografico, si può dunque passare a considerare gli elementi che ne compongono sia la forma sia il contenuto.

Luigi Accattatis, da "Guardare in macchina e altro"
Luigi Accattatis, da “Guardare in macchina e altro”

Come costruire una fotografia

Di fatto, ogni inquadratura è un ritaglio di realtà, che include qualcosa ed esclude molto altro. Dipende ad esempio da quanto sei lontano dall’oggetto dell’immagine, da quanto ti ci vuoi avvicinare. Se scegli il colore, o il (desueto, ormai) biancoenero. Se mantieni tutto nitido a fuoco, o se scegli di sfocare un primo piano o uno sfondo. Se induci i tuoi soggetti in posa, o se li blocchi in movimento, anche scomposto, anche mosso. Puoi preferire i contrasti forti, o voler indugiare su un trapasso graduale di toni. In definitiva, sarà possibile giocare con molte, molte variabili (ed è evidente che può essere un gran bel gioco). In ogni caso, un po’ paradossalmente, sempre si mette a fuoco un tempo e si ferma un attimo di spazio. Come la mettiamo a questo punto con il concetto di bello? Inutile ripetere per l’ennesima volta che non è bello ciò che è bello, eccetera. A volte c’entra la forma, altre volte il contenuto. L’ideale sarebbe un rapporto armonico tra l’una e l’altro (o, meglio, un connubio significativo tra il significante e il significato). Al di là delle luci e delle ombre e della disposizione delle forme nello spazio del ritaglio, infatti, poi in definitiva ciò che maggiormente interessa chi non è specialista è cosa vi si vede.

Fotografare la gente attorno a noi

Noi vediamo ciò che ha visto il fotografo. Ciò che ha voluto vedere, per la precisione. Ciò che ha guardato e che amerebbe guardassimo anche noi. Nel condividere il suo modo di vedere, in un certo senso ci invita nel suo mondo, ci rivela qualcosa di sé, si apre agli altri. Anche per questo motivo la fotografia è un linguaggio affascinante. È esattamente un pieno linguaggio: parla, racconta, ragiona, esprime sentimenti; e mette in contatto le persone. Quando poi si fotografano appunto le persone, allora il contatto si attiva anche tra chi fotografa e chi è fotografato. E alla fine anche noi ci inseriamo clandestinamente in quel rapporto. Indiscreti? Voyeurs? Terzo incomodo? Ma ci siamo stati tirati dentro, non abbiamo responsabilità da pagare. Noi guardiamo ciò che ha guardato il fotografo e a volte finiamo specularmente guardati da coloro che, da lui guardati, lo guardavano e ora guardano noi. Può diventare quasi imbarazzante. Il censorio rispetto della privacy resta fuori da quelle finestre: niente facce offuscate o pixelate, per fortuna, ma facce intere, facce vere. Queste sì ci possono interessare, non quelle altre tristemente camuffate. È quando, un po’ quasi per miracolo, la fotocamera diviene una sala incontri. Potere di un’occhiata. A volte quei volti ti chiedono chi sei, che cosa vuoi. E anche quando sono corpi che osano darci le spalle. Involontariamente scostanti, impersonano altrettante esistenze tutte ipotetiche ma congetturabili, in quegli spazi che li abbracciano e in cui galleggiano. Magari, come se i toni di grigio fossero notazioni musicali su uno spartito, ipotizziamo colonne sonore sospese. Magari, spesso, silenzi. C’è sempre qualcosa che ci interroga. Sguardi concessi, sguardi negati; e di mezzo c’è sempre la fotocamera.

Chi è il fotografo Luigi Accattatis

Luigi – ma per tutti è Gino – Accattatis ha sempre amato fotografare. Nato nel 1942 a Roma, città che mantiene ancora nel cuore, ha vissuto però sostanzialmente a Genova, città che ancora culla negli occhi. Fin dalla fine degli Anni Sessanta ha sempre fatto parte del milieu fotografico del capoluogo ligure. Con discrezione, senza mai volersi mettere in vista, ha collaborato con l’agenzia fotografica Leoni e con diversi fotografi professionisti o semiprofessionisti suoi colleghi – e amici – soprattutto prestando in generosità le sue abilità di operatore in camera oscura, per i lunghi decenni in cui si scattava essenzialmente in biancoenero e si stampava artigianalmente con gli ingranditori su carte, anche baritate, sviluppando e fissando una copia per volta in una successione di bagni di acidi.

Luigi Accattatis tra tecnica ed estro

Accattatis in quei procedimenti era rinomato, veniva considerato insuperabile. E aveva anche fama di occhio artistico specialmente creativo (“Negli Anni Settanta a Genova eravamo tutti artisti”, lui ricorda tra il serio e il faceto; e non va lontano dal vero), realizzando spesso e volentieri immagini che componevano forme e ombre e macchie in eleganti apparizioni quasi astratte. Anche il suo aspetto, al pari delle sue opere, appariva singolare e segnaletico: fisionomia caratterizzata da un paio di monumentali baffoni a manubrio, di foggia sette-ottocentesca, si muoveva con una pacatezza che pareva studiata e che qualcuno attribuiva alle ascendenze nobili della sua famiglia, da generazioni stanziata tra Napoli e la Calabria, ma di antiche radici spagnole. Qualche velo di aristocrazia lo ha sempre avvolto, per la verità, accentuato dalla parlata lenta e da un certo suo distacco ironico spesso trasparente.

Luigi Accattatis, da "Guardare in macchina e altro"
Luigi Accattatis, da “Guardare in macchina e altro”

Non fotografo, ma “fotografante”

Lo si poteva incontrare all’improvviso in qualche caruggio del centro storico genovese, magari non lontano dalla erta discesina di Vico Indoratori dove con la moglie Silvia divideva la gestione di una legatoria artigiana dai suggestivi odori antichi. A volte aveva la reflex in mano, a volte no. In realtà non è mai stato un fotomaniaco, né in assoluto dell’analogico in contrapposizione frontale al digitale, né tantomeno un esclusivista del biancoenero (anche se lo ha sempre di gran lunga preferito al colore). Anzi, non gli va nemmeno del tutto a genio di definirsi fotografo, piuttosto preferisce dirsi, secondo la definizione coniata dal critico Michele Smargiassi, un fotografante. Un po’ per distacco autoironico, come si diceva, e un po’ forse anche per insradicabile sentimento aristocratico.

Il rapporto tra Accattatis e Genova

Molto singolare, senz’altro, è anche il rapporto di Accattatis con Genova, perlomeno in questi ultimi anni. Zigzagando con la massima calma in una frammentata, ma ricorrente deriva situazionista, Gino disegna una sua particolare geometria quotidiana della vita cittadina. Apparentemente svagato, in realtà si muove all’insegna di un metodo personale che è tutto un ossimoro: tra impertinenza garbata e pudica sfrontatezza. Essenzialmente mira alla gente, quella comune, quella che noi avremmo detto ininteressante (e in questo caso gli aristocratici sprezzanti saremmo noi, invece lui il molto più caritatevole democratico). Via via, lungo le vie coglie vedute parziali e inaspettate, dove le architetture sono cornici per quadri di un’esposizione di genere inespressionista, rovistando tra la sacralità dell’umile profano. Il risultato del composito mosaico è un panorama finora impensato, e pertanto sorprendente, di una presente civiltà urbana dove l’aggettivo urbano va inteso nei suoi due sensi concomitanti. E dove un ascetico stilita si guarda in giro dall’alto e non giudica, mai.

Ferruccio Giromini

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Ferruccio Giromini

Ferruccio Giromini

Ferruccio Giromini (Genova 1954) è giornalista dal 1978. Critico e storico dell'immagine, ha esercitato attività di fotografo, illustratore, sceneggiatore, regista televisivo. Ha esposto sue opere in varie mostre e nel 1980 per la Biennale di Venezia. Consulente editoriale, ha diretto…

Scopri di più