L’artista Bizhan Bassiri ci racconta la sua mostra a Venezia in questa intervista
In occasione della sua mostra nella Sala delle Quattro Porte al Museo Correr, abbiamo intervistato l’artista Bizhan Bassiri per parlare della sua pratica artistica e del suo rapporto con i grandi della storia dell’arte, che ha ritratto proprio per questa esposizione
Volti che arrivano dall’oscurità, immersi in un tempo passato che non può che ambire all’eternità. Dei 90 ritratti fotografici concepiti appositamente per la mostra personale Bizhan Bassiri. Principe. Il Nottambulo del Pensiero Magmatico, a cura di Chiara Squarcina e Bruno Corà, nella Sala delle Quattro Porte al Museo Correr – Fondazione Musei Civici di Venezia (fino al 22 novembre 2026), all’interno del percorso della Quadreria, ne sono esposti 85. Tutti artisti e anche tre artiste – Artemisia Gentileschi, Marisa Merz e Carla Accardi – non viventi, o meglio resi eterni dall’arte. Tra loro amici come Hidetoshi Nagasawa, Jannis Kounellis, Alighiero Boetti, accanto amaestri di un passato vicino e lontano tra cui Marcel Duchamp, Salvador Dalì, Alberto Burri, Alberto Giacometti, Giotto, Piero della Francesca, Michelangelo, Tiziano, Caravaggio. L’intelligenza artificiale li ha restituiti in una verosimiglianza che evoca l’effetto umano del filtro soggettivo della memoria. Sulle pareti della sala, questa maestosa quadreria dialoga con la Madonna della Misericordia di Jacobello di Antonio da San Lio del 1428 e altre opere gotiche e rinascimentali, così come con i lampadari di vetro soffiato di Murano: proprio come nel 2017 con il ciclo The Home of My Eyes di Shirin Neshat, “un arazzo di volti umani” che l’artista iraniana aveva realizzato in Azerbaijan. A dare il titolo alla mostra i due dipinti speculari PRINCIPE. Il nottambulo del Pensiero Magmatico, mentre al centro dell’ambiente le due sculture in bronzo tirato a specchio – Erme (2013) e Meteorite (2008-2024) – enfatizzano il concetto di conoscenza in questa sorta di “percorso iniziatico” in cui il visitatore è invitato a fruire di “un’esperienza viva e meditativa, capace di trasmettere la sovratemporalità del Pensiero Magmatico e la tensione poetica dell’artista” come afferma Bruno Corà. Bizhan Bassiri (Teheran, 1954; vive e lavora tra Roma e Fabro) che nel 2020, insieme alla moglie Camilla Cionini Visani, ha creato la Fondazione Bassiri a Fabro, aveva già esposto a Venezia nelle personali La Caduta delle Meteoriti al Museo Archeologico Nazionale (2011), Meteorite Narvalo a Ca’ Pesaro – Galleria Internazionale d’Arte Moderna (2019) e nel 2017, invitato da Majid Mollanoroozi, Commissario e Curatore del Padiglione iraniano, con Tapesh, The Golden Reserve of Magmatic Thought aveva rappresentato l’Iran alla 57. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia.

Intervista a Bizhan Bassiri
Nella mostra Principe. Il Nottambulo del Pensiero Magmatico, la figura del “Principe/Nottambulo” rappresenta il tuo alter ego. In che modo l’artista, fulcro di un’inesauribile energia poetica e vitale – citando Bruno Corà nel suo riferirsi al tuo Pensiero Magmatico – è portavoce di un messaggio rivelatorio?
È un po’ come dare corpo alle visioni. Il titolo della mostra parte dalla pittura su carta Principe. Il Nottambulo del Pensiero Magmatico che il curatore vede come se fosse il mio riflesso. È così, ma anche così non è. Nel senso che non c’è un’intenzionalità nel fare un autoritratto. Delle volte può succedere come conseguenza naturale, ma quando è intenzionale diventa decoro. Perciò quella del “Principe/Nottambulo” è sostanzialmente una condizione. Quella in cui non sei sveglio. Quando sei sveglio funziona la ragione, rifletti, decidi, c’è appunto l’intenzionalità. Una condizione necessaria anche nella vita. Ma se dormi sei in un’altra situazione. È come se una specie di soffio di vento passasse su di te, sei addormentato. Penso che il dormiveglia sia la condizione dell’arte. È quel sottile flusso che bisogna tenere in vita, predisponendosi all’accadimento.
Però, che sia il tuo alter ego o meno, l’artista si fa portavoce di un messaggio. In questa mostra qual è?
Io ho creato una condizione. Non c’è l’intenzionalità di dare un messaggio, come succede a certi artisti che, anche con l’età avanzata, cominciano a diventare dei predicatori. Questo vorrei evitarlo, almeno lo spero. Due cose vorrei evitare: non fare retrospettive e non diventare portatore dei messaggi. Bisogna mantenere l’esemplarità che sottostà a delle condizioni. Una è, come dicevo prima, la condizione del dormiveglia. Allora, il messaggio c’è, ma è l’emanazione naturale di quella condizione. Inoltre, il messaggio lo deve percepire chi lo vede. Se io divento messaggero non funziona perché divento predicatore. Non va bene avere dei discepoli, forse è strano e paradossale, ma per me è un po’ come avere paura di rimanere da soli. Sebbene questo sia il destino. In fondo, i discepoli sono i peggiori. Trovo molto più interessante, anche come compagni di strada, chi fa dei passi che non ha mai fatto nessuno. Le persone che hanno la loro autonomia della visione.

Nel raffigurare i volti di artisti dal Rinascimento ad oggi rendi omaggio alla cultura occidentale che è stata alla base della tua formazione di artista, quando nel 1975 ti sei trasferito a Roma da Teheran per studiare all’Accademia di Belle Arti con Toti Scialoja e Alberto Boatto. Ci sono anche artiste o artisti provenienti da altre culture?
Sostanzialmente non rendo loro omaggio, questi sono artisti universali. Sicuramente ce ne sono anche altri, ma loro sono stati e sono nel raggio della mia visione, della mia conoscenza. Penso che appartengano all’universo dell’umanità non perché sono italiani o alcuni francesi, americani e di altre nazionalità. Come artista visivo mi sono formato a Roma, se invece mi fossi dedicato al pensiero e avessi fatto un lavoro sui poeti o i filosofi, allora ilraggio sarebbe stato diverso. Ci sono altre parti del mondo in cui si ha un maggiore dominio sulla parola, sullo snocciolare il pensiero, in India, Persia e altrove, ma sarebbe stata un’altra questione. Per quanto riguarda l’arte visiva, penso che l’epicentro di questa rivelazione, questa energia che perdura tutt’ora, sia il Rinascimento che è anche il principio della nostra modernità. Una figura come Leonardo appartiene al passato, ma è anche il dopodomani.
Il dialogo con lo spazio è sempre molto importante nel tuo lavoro. In questo caso qual è stata la relazione con la Sala delle Quattro Porte?
Sì, è molto importante. In questo caso si è trattato di uno spazio difficile. È stata come una sfida, perché bisognava far fluire tutto senza far finta che non ci fossero i lampadari di Murano o la Madonna alle pareti. Ho pensato ai volti, non a evaporazioni o altre materie, portando ad una fluidità diversa in cui sostanzialmente c’è la mostra, ma anche tutto un mondo parallelo di riflessi. Per le immagini fotografiche incorniciate, infatti, ho usato un vetro normale, riflettente. Allora forse sì, il Principe può diventare il messaggero nell’attraversare due mondi. Ma non dall’Oriente all’Occidente, tra il nostro mondo e quello che è al di fuori. Un universo che è immerso nel silenzio, dove non esistono colori, non c’è nulla, neanche la morte. È un universo siderale all’interno del quale c’è una bolla che è la Terra, un miracolo.
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Pensando al tuo incontro folgorante con il Vesuvio, nel 1979, mi viene in mente L’amante del Vulcano di Susan Sontag. Anche tu come il protagonista del romanzo, Sir William Hamilton detto “Il Cavaliere”, hai percepito l’ambivalenza della natura. In una nostra conversazione nel 2010 avevi parlato di “energia del luogo sospeso in cui il tempo è assente, dove non c’è la sedimentazione ma la fusione, il lampo, l’intuizione”. In che modo quest’esperienza ha indirizzato sia le tue riflessioni, nell’elaborazione del Pensiero Magmatico (1984) e della sua evoluzione nel Manifesto del Pensiero Magmatico, che la pratica artistica?
Quest’affermazione è di tanti anni fa ma la potrei ripetere nella stessa maniera, senza alterarla neanche di una virgola. Il vulcano è un luogo che non mi aspettavo. Casualmente sono andato a vedere il cratere, ospite di amici. Il cratere non è solo un buco, ma una drammaturgia costruita. Diciamo che è una densità immane dove, nella sua immensità, la sua voragine va a toccare il punto della nascita della terra stessa, le sue profondità. Sostanzialmente è come se questa cresta terrestre fosse la nostra contemporaneità, dove costruiamo le case, il resto è viscere. Come il sangue che scorre sotto la nostra pelle. Ho scritto tanto a questo proposito e il Manifesto del Pensiero Magmatico continua tuttora e mi accompagnerà ancora, ma tutto questo non è frutto di un ragionamento. Le opere nascono come conseguenza del processo intuitivo nel predispormi all’accadimento che mi trascina a fare delle cose. Do ascolto a tutto ciò. L’opera, quindi, si forma e genera il pensiero. Non sono io a pensare e poi a realizzare un bel lavoro.
Quindi il processo è inverso…
Sì. Nel primo punto del Pensiero Magmatico scrivo che l’immagine precede la conoscenza. Ma nel fare le cose, se non si ha in mente l’immagine di quello che si fa, rimane qualcosa di vago che non trova la sua definizione.Noi artisti visivi siamo un po’ dannati in questo senso. Noi con l’occhio, come i musicisti con l’orecchio, con quest’immaginazione che non ha freni e può dilatarsi all’infinito e che, nella maggior parte dei casi, porta alla follia. Il contenimento di questa dilatazione costante è il nostro compito, riuscire a portare alla definizione della forma che poi, alla fine, deve diventare come se fosse un soffio, un lampo, uno sguardo. Deve avere la leggerezza di qualcosa che non si sa perché è accaduta.
Nel trattare i materiali, talvolta anche fusi tra loro come la pietra lavica, la cartapesta, il bronzo, l’acciaio, lo zolfo, la carta fotografica in queste tue “scritture poetiche” così viscerali, quindi è presente anche l’elemento dell’accidentalità?
Sì, assolutamente. Molti fattori coesistono, io la chiamo esatta coincidenza delle casualità. Su questo tema ho realizzato anche Dadi della sorte, distinguendo tra la fortuna e la sorte. Due stati che sembrano della stessa natura ma che sono opposti. La fortuna prescinde da quello che è il tuo valore, invece la sorte è la tua predestinazione. Sei predestinato a fare una cosa, anche se non è detto che sarai in grado di dare forma a quella predestinazione.
Manuela De Leonardis
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