“Ora il 21 Place Vendôme è il cuore pulsante del surrealismo”. Francesco Pastore, Responsable Patrimoine et Projets Culturels di Schiaparelli, avanza questa citazione di Salvador Dalì per spiegarmi il fulcro di Schiaparelli: Fashion Becomes Art, laprima mostra nel Regno Unito dedicata alla couturière più “scioccante” del Novecento. Era il 1935 e Dalì era appena venuto a sapere che Elsa Schiaparelli aveva trasferito il suo atelier da Rue de la Paix all’indirizzo destinato a diventare il quartier generale della Maison.

Il rapporto tra arte e moda per Elsa Schiaparelli
“Mi piace definirla così, come l’alchimista della costellazione di artisti che le gravitavano intorno”. Un dialogo tra arte e moda che oggi può suonare quasi banale, ridondante: le maison non si limitano ad adottare pratiche artistiche, ma varcano addirittura le porte delle fiere di settore (Art Basel Paris 2025 come esempio definitivo). Eppure, evidenzia Pastore, “Elsa Schiaparelli è stata tra le prime a creare questo ponte, trasformandolo in uno statement. La stessa grammatica surrealista la si ritrova in un tableau di Dalì come in un vestito di Elsa”. E non a caso, tra gli oltre 400 oggetti esposti in mostra una cinquantina sono opere d’arte: Ritratto di Nusch Eluard di Picasso (1937), Lady Mount Temple di Gluck (1936), e poi Jean Cocteau, Man Ray.
La mostra “Schiaparelli: Fashion Becomes Art”
Da un lato, ciò che mancava al racconto museale della stilista era il focus sulla città di Londra. “Tra il 1933 e il 1937 esisteva Schiaparelli London. Un capitolo meno esplorato, che per noi era fondamentale riportare alla luce. Anche grazie alle pubblicazioni delle curatrici Sonnet Stanfill e Lydia Caston nel catalogo”. Dall’altro, “un ordine tematico e stilistico, piuttosto che cronologico”. Si parte dal Modern Wardrobe (sport, giorno, sera) per poi passare alla sezione Beyond Paris, che indaga il contesto britannico e le sue clienti – da Peggy Guggenheim a Wallis Simpson –, fino ai costumi di scena della parentesi Stage and Screen, indossati, tra le altre, da Marlene Dietrich e Josephine Baker. A fare da fil rose con il presente, due sale dedicate all’attuale direttore creativo della Maison, Daniel Roseberry, in chiusura.
Andare oltre la moda al V&A
Secondo Pastore, tolti gli iconici Skeleton dress e Tears dress, i pezzi fondamentali della mostra sono quelli che enfatizzano come l’oggetto quotidiano viene elevato a discorso artistico. “Emblematica è la giacca ricamata da Jean Cocteau e firmata come un’opera su tela: un gesto che rende poroso il confine tra quadro e capo. Oppure il telefono aragosta, o il porta-cipria a forma di quadrante rotativo”, prima collaborazione con Dalì personalizzabile con un’incisione mo’ di gadget. “Elsa era una femme entrepreneur: anticipa l’idea di customizzazione, il visual merchandising delle vetrine affacciate sulla strada, l’utilizzo di materiali innovativi. Basti pensare alle zip nell’alta moda, il vetro, il cellofan, lo stesso Journal Print che riprenderà Galliano da Dior”.
Elsa Schiaparelli è una scoperta continua
Chiedo a Francesco Pastore se nel corso delle ricerche sia mai rimasto sorpreso da qualcosa che ancora ignorava. “Mi ha divertito molto il fatto che le clienti inglesi fossero meno conservatrici di quanto ci si possa aspettare”, risponde lui. “E soprattutto, che la casa londinese di Schiaparelli era arredata John Lewis – l’IKEA dell’epoca – tra opere di Giacometti e John Michel Frank”. Una perfetta cartina tornasole della sua personalità sfaccettata, ironica, radicale. Al pari di un ricamo Lasage accostato ad un bottone a forma di cipolla.
Aurora Mandelli
Londra // dal 28 marzo 2026
Schiaparelli: Fashion Becomes Art
V&A MUSEUM
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