A Roma immagini e musica si fondono nell’opera di William Kentridge al MAXXI 

È struggente “Breathe Dissolve Return”, progetto realizzato dall’artista sudafricano, a quattro mani con il compositore Philip Miller, per riflettere su temi di carattere sociale e politico coinvolgendo al massimo grado, attraverso suoni e visioni, gli spettatori

Un’opera che nasce dalla volontà di preservare la memoria per evitare che il ricordo si affievolisca, per poi dissolversi, quella messo in scena da William Kentridge (Johannesburg, 1955) a quattro mani con il compositore Philip Miller (Sudafrica, 1964). Un progetto inedito che crea una fusione totale tra suono e arte visive, presentandosi “come una potente esperienza immersiva, della durata di 55 minuti, capace di avvolgere il pubblico in un dialogo serrato tra immagini in movimento e musica” per usare le parole dei curatori Oscar Pizzo Franco Laera.  
Breathe Dissolve Returnsi potrebbe definire come un cine-concerto composto da un prologo e due atti, in cui video e musica convivono in un affiatato dialogo, eseguito dal vivo durante i primi tre giorni di programmazione da un nutrito ensemble, composto da due soprani, tenore, basso, pianoforte, clarinetto, viola, fisarmonica, kora e percussioni, disposti a ferro di cavallo per abbracciare il pubblico durante la performance. 

William Kentridge / Philip Miller, BREATHE DISSOLVE RETURN, MAXXI, Roma, Gennaio 2026, © Luis do Rosario
William Kentridge / Philip Miller, BREATHE DISSOLVE RETURN, MAXXI, Roma, Gennaio 2026, © Luis do Rosario

L’opera di Kentridge al MAXXI di Roma  

Dopo il primo appuntamento con Robert Wilson, la Galleria 5 del MAXXI riconferma la sua vocazione performativa e sperimentale con l’opera che Kentridge e Miller hanno concepito appositamente, in tempi record e in stretta connessione con la città. Un lavoro estremamente intenso, attraverso cui l’artista sudafricano, partendo dalla reinterpretazione in video-collage di due opere iconiche: Triumphs and Laments, il monumentale fregio (di 150 metri) realizzato nel 2016 sul Lungotevere per celebrare la storia di Roma e The Head and the Load, nella versione filmica Kaboom!, dedicata alla memoria dell’Africa e dei suoi abitanti coinvolti nella Prima Guerra Mondiale, ha approfondito ed esteso la riflessione sul colonialismo ad ogni forma di sfruttamento

Kentridge, in quest’opera d’arte totale, oltre che artefice si fa soggetto, partecipando in prima persona al dramma collettivo, come dimostrano anche i lavori che, esposti sul retro della sala, completano il progetto. Una versione in forma di leporello, stampa a fisarmonica in più parti, di Triumphs and Laments (2025); due large drawings, Flagellant (1996–1997) e Untitled (Large drawing – Standing man) (2001) e il grande arazzo North Pole Map (2003), tratti dalla collezione del museo. 

In Breathe Dissolve Return, seguendo una narrazione non lineare, in cui storia, politica e fantasia si intrecciano in un susseguirsi incessante e armonico di immagini stratificate, l’amara constatazione che vede sempre i più deboli subire e perire senza possibilità di riscatto, viene compensata da un’idea di speranza, di festa che affiora nel Return evocato dal titolo. Possibilità che, manifestandosi nella capacità dell’artista di far emergere la bellezza anche dal caos più totale, conferisce all’opera una solennità che incontra l’idea di ritualità insita nella sala che la ospita. Alla Galleria 5 del Maxxi, concepita da Zaha Hadid come auditorium, raccolto, ovattato e oscurato, aperto a un numero contenuto di ospiti e in un certo senso “separato” dal resto del museo, si accede solo dopo un cammino ascendente, che, come osservato dal curatore Oscar Pizzo, assume una connotazione suggestiva, quasi rituale. 

Il curatore Oscar Pizzo racconta il progetto e la risposta dei visitatori al MAXXI 

A pochi mesi dall’inizio di questa complessa programmazione – che mette tra l’altro in luce il ruolo chiave dei curatori, artefici degli inviti ad artisti e musicisti e, quindi, delle collaborazioni da cui dipende tutta la riuscita del progetto – il dato più sorprendente è proprio la risposta del pubblico. Come ha osservato Oscar Pizzo “al di là dell’entusiasmo suscitato in esperti e addetti ai lavori; la reazione dei visitatori ci ha commosso. L’emozione e la partecipazione con cui le persone hanno accolto e aderito al progetto”, ha continuato, “dimostrano l’importanza dell’arte che, anche se veicolata in forme inedite, impegnative e complesse, viene apprezzata e compresa; persino in una città come Roma apparentemente satura di proposte culturali. Dietro questo format” ha proseguito, “c’è un intenso lavoro di ricerca in ambito artistico, musicale e tecnico. Per garantire un’esperienza immersiva della massima qualità, non ci siamo limitati a dotare la sala di un impianto audio ma abbiamo ideato un sistema di sonorizzazione spazializzato con ingegneri del suono, sound designer e altri professionisti. Per questo la programmazione, che abbiamo già sviluppato per i prossimi due anni, vedrà tra i protagonisti, oltre ad artisti visivi, anche personalità del mondo del jazz, del cantautorato, della musica elettronica e persino della fotografia. Vi dico solo che al momento stiamo lavorando con Nan Goldin… Ed è tutto talmente innovativo e inconsueto” ha concluso “che stiamo faticando a trovare una definizione in grado di rendere compiutamente la complessità del progetto; ma in fondo va bene così, del resto neanche in ambito anglosassone hanno ancora attribuito un titolo a questo tipo di manifestazioni”. 

Ludovica Palmieri 

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Ludovica Palmieri

Ludovica Palmieri

Ludovica Palmieri è nata a Napoli. Vive e lavora a Roma, dove ha conseguito il diploma di laurea magistrale con lode in Storia dell’Arte con un tesi sulla fortuna critica di Correggio nel Settecento presso la terza università. Subito dopo…

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