C’è una scuola che ti insegna a viaggiare in maniera culturale. Intervista al fondatore

Con il fondatore della Scuola del Viaggio riflettiamo sul significato e le dinamiche del turismo culturale, che non è solo visitare musei o città d’arte, ma “abitare una discrepanza”. Imparando a condividere la propria esperienza e a concedersi il tempo necessario alla scoperta

Claudio Visentin è il fondatore e attuale presidente della Scuola del Viaggio. Insegna Storia del turismo all’Università della Svizzera italiana e studia i nuovi stili di viaggio sulle pagine del supplemento domenicale del Sole 24 Ore. Sul tema ha scritto anche numerosi libri: In viaggio con l’asino (Guanda, con Andrea Bocconi), Alla ricerca di Don Chisciotte. Un viaggio nella Mancia (Ediciclo, con Stefano Faravelli), Luci sul mare. Viaggio tra i fari della Scozia sino alle isole Orcadi e Shetland, Passeggiate nei piccoli cimiteri. Ed è prossima l’uscita di Le parole del viaggio (sempre edito da Ediciclo). L’interlocutore giusto per approfondire il significato e le dinamiche del turismo culturale.

Claudio Visentin. Ph: Vincent De Hoe
Claudio Visentin. Ph: Vincent De Hoe

Il viaggio come atto culturale secondo Claudio Visentin

Secondo Visentin, il viaggio non è un’attività naturale, ma un atto culturale che richiede studio e dedizione. E il turismo non è solo visitare musei, città d’arte e borghi, ma abitare una discrepanza: quella tra ciò che ci aspettiamo di vedere e ciò che scopriamo solo mettendoci in ascolto. Spesso quando si parla di turismo culturale si pensa all’Europa, e in generale al mondo, come a un grande contenitore di monumenti e musei, ma i numeri dicono che ormai non si viaggia più solo per visitare questi luoghi. “Sappiamo che il turismo culturale rappresenta circa il 30% del turismo globale e che in Europa questa percentuale sale ancora, attorno al 40%. Sappiamo però anche che solo il 10-15% dei visitatori vuole visitare musei o altre attrazioni tradizionali. In questa discrepanza di percentuali risiede la potenzialità e l’interesse del turismo culturale oggi. C’è un segmento cospicuo dei viaggiatori, quasi la metà, che ha interesse per i temi culturali, ma tra questi la maggioranza è in cerca di qualcos’altro, che non siano le sale museali ma il territorio, le tradizioni, la cucina o i modi di vivere”.
Da qui la necessità di capire dove venga percepita l’attrattiva culturale e dare spazio a nuove dimensioni di turismo, magari meno standardizzate, consuete e costose. La chiave è quindi arrivare preparati a questa esperienza. Spesso si corre fino all’ultimo istante tra impegni e lavoro, finendo per scegliere mete prevedibili solo per abitudine. Prendersi il tempo per prepararsi all’esperienza può cambiare tutto: permette di trasformare il viaggio in un momento di scoperta reale, anziché in una semplice ripetizione di schemi già visti. Visentin cita la propria esperienza: “Con la mia famiglia abbiamo compiuto bellissimi viaggi a piedi, anche con gli asini: un modo straordinario per scoprire il territorio. Certo, servono energie e il coraggio di superare gli imprevisti, ma si possono fare autentiche scoperte nel Ticino, nei boschi dell’Appennino e del Casentino, nella Mancia o tra le isole della Scozia”.

Cos’è la Scuola del Viaggio

Sono proprio questi i presupposti che stanno alla base della Scuola del Viaggio, da lui ideata nel 2005 mettendo in rete le università di Pavia, Pisa e della Svizzera italiana per migliorare la capacità di comprendere e raccontare i luoghi attraverso la scrittura, la fotografia e il disegno. Dal 2009 l’esperienza prosegue come Associazione, promuovendo una cultura del viaggio consapevole tramite incontri, laboratori e corsi di scrittura. Poiché ogni viaggio prevede una partenza, un transito, un arrivo e un ritorno, la Scuola lavora in particolare sulla preparazione e la narrazione per allargare l’orizzonte. “Viaggiare è un’attività nella quale investiamo una grande quantità di tempo, energie e risorse economiche, ma raramente ci soffermiamo sul perché viaggiamo, come lo facciamo e cosa cerchiamo. Non è certo un’attività naturale, così come non lo è lo scrivere. Noi incoraggiamo a riflettere sulla propria pratica e a discuterne con altre persone interessate. La prima lezione che diamo a chi vuole imparare a raccontare i luoghi è una forma di ascolto: non arrivare avendo già in mente un’aspettativa, ma lasciarla da parte in favore di un’attenzione e di una disponibilità a cogliere una realtà diversa da quella che abbiamo percepito o immaginato. E poi, citando il grande regista australiano Dennis O’Rourke, bisogna ricordarsi che in un paese straniero lo straniero sei tu. Il proprio modo di muoversi e di arrivare lì deve tener conto di questa condizione”.

Scrivere e condividere per capire perché viaggiamo

C’è poi il valore aggiunto della scrittura, su cui si focalizza la Scuola del Viaggio. Ovvero la forza di documentare il percorso tenendo un taccuino e condividendolo con gli altri. “Finché non facciamo lo sforzo di cercare il senso che un viaggio ha avuto per noi, raccontandolo ad altri, non l’abbiamo veramente compreso neanche dopo che l’abbiamo fatto”. E questo anche se c’è il rischio che la testimonianza culturale, influenzando la visione altrui, si muova sul confine con la promozione turistica e alimenti l’overtourism e la perdita di identità dei territori. “Mentre parlo ho davanti le ‘Vie dei canti’ di Chatwin, un libro costruito proprio su questa idea: che in fondo il racconto di un luogo crei il luogo, e la narrazione lo trasformi in un prodotto turistico. Il confine è molto sottile. In qualche caso c’è un’operazione culturale, pensiamo appunto a Bruce Chatwin che risignifica la Patagonia e la crea come la conosciamo oggi, descrivendola nel suo celebre libro. Questo rimane distinto dallo storytelling e dal marketing finalizzato alla vendita. C’è da dire però che queste distinzioni sono incerte perché spesso, molto rapidamente, la narrazione diventa invito al consumo. Quindi il confine esiste, il racconto culturale non è di per sé promozione, ma il limite spesso viene varcato nelle due direzioni”.

Sessione nei giardini di Villa Cavallotti a Marsala. Crediti: Scuola del viaggio
Sessione nei giardini di Villa Cavallotti a Marsala. Crediti: Scuola del viaggio

Il tempo del viaggio è quello della propria esperienza

L’importante è pensare il viaggio come un racconto e una riflessione d’apertura, nutrita dell’esperienza propria e altrui, intorno alle forme e ai modi del percorso dal consueto verso l’altro e l’altrove, verso l’ignoto. Sulle tracce di Gilgamesh e Ulisse, Marco Polo e Ibn Battuta, Don Chisciotte e Phileas Fogg.“Nell’epoca dell’intelligenza artificiale resta molto spazio per la narrazione, perché i tempi dell’uomo non sono quelli della tecnologia. C’è un tempo naturale che è quello del passo, del cammino, del corpo. Ogni volta che l’uomo viaggia seguendo il suo tempo naturale, capisce, vede e sente di più. L’uomo ha tuttora dei vincoli che sono anche potenzialità legate alla sua dimensione fisica e umana. Rimane spazio per un percorso che, prima ancora che lento, definirei ‘a tempo’: rispettare il tempo della propria esperienza”.

Luisa Taliento

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Luisa Taliento

Luisa Taliento

Primo viaggio: Milano-Istanbul, in pullman. Da allora ha sempre amato girare il mondo. Dopo la laurea in Lettere moderne, conseguita presso l’Università degli Studi di Milano, con una tesi dal titolo: “La stampa socialista negli Stati Uniti” si è diplomata…

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