Dalla socialdemocrazia al disincanto: il volto nuovo della Svezia raccontato da Elisabeth Åsbrink
Per l’autrice, la Svezia vive la fine del proprio eccezionalismo: crescono le disuguaglianze mentre si amplia la distanza tra mito internazionale e realtà quotidiana. Resta forte la fiducia nel welfare, ma aumentano solitudine e tensioni tra individuo e collettività
Scrittrice e giornalista, è tra le osservatrici più autorevoli delle trasformazioni che attraversano l’Europa contemporanea. Nei suoi libri, Elisabeth Åsbrink affianca l’indagine storica alla narrazione per mettere a fuoco le fratture del presente, dalle disuguaglianze sociali ai processi di costruzione della memoria collettiva. In Italia Iperborea ha pubblicato 1947, dedicato a un anno decisivo per la storia dell’Occidente, Made in Sweden, viaggio tra figure e simboli dell’identità nazionale, e Abbandono, storia di tre generazioni di donne ambientata nel Novecento.
Su invito del Consolato onorario di Svezia, l’autrice sarà in Toscana per due appuntamenti pubblici. Venerdì 20 marzo alle 18.30 interverrà alla Libreria Feltrinelli di piazza della Repubblica, a Firenze, dove dialogherà con Livia Frescobaldi e Marco Del Panta nell’incontro La Svezia e l’Italia. L’identità di un Paese e la sua percezione all’estero. Sabato 21 marzo alle 17 sarà invece all’Auditorium Terzani della Biblioteca San Giorgio di Pistoia per un incontro con i lettori inserito nel programma di Pistoia Capitale italiana del Libro 2026.
Intervista all’autrice Elisabeth Åsbrink sulla fine del mito della Svezia
Quando si è incrinata l’eccezione svedese?
Il cambiamento è stato lento e profondo. Negli ultimi decenni la privatizzazione di ospedali, scuole e servizi sociali ha ampliato le disuguaglianze e generato un diffuso senso di smarrimento. L’immagine di una società capace di garantire sicurezza e uguaglianza a tutti ha iniziato a vacillare, lasciando spazio a una nostalgia politica che promette ordine e protezione. Su questo terreno sono cresciuti i Democratici Svedesi, con l’idea che il passato fosse più stabile e comprensibile del presente, richiamando un immaginario fatto di casette rosse, tradizioni rassicuranti e ruoli sociali più definiti. Per un Paese abituato a pensarsi come modello di socialdemocrazia e tolleranza è stato uno shock culturale prima ancora che politico. La crescita delle disparità, il timore della criminalità e l’ostilità verso l’immigrazione hanno contribuito a ridefinire il clima sociale, rafforzando l’idea che l’eccezionalismo svedese appartenga ormai al passato.
Il mito internazionale non corrisponde più alla realtà?
L’immaginario globale è rimasto legato a un’idea di Svezia costruita nel secondo Novecento, mentre la società ha attraversato trasformazioni profonde. Negli anni si è aperta una distanza sempre più evidente tra il racconto esterno e l’esperienza quotidiana dei cittadini. Eppure quel mito continua a esercitare un forte potere simbolico, perché offre una visione rassicurante del mondo, una promessa di equilibrio che molti, fuori dal Paese, faticano ad abbandonare.
Svezia e Italia secondo l’autrice Elisabeth Åsbrink
Qual è la distanza culturale più evidente con l’Italia?
Il modo di vivere la fede, sia sul piano spirituale sia su quello civile. Gli svedesi si percepiscono come una società secolare e frequentano raramente la chiesa, anche nelle ricorrenze più sentite. Questo non significa però che la dimensione spirituale sia assente: spesso emerge soprattutto nei momenti di dolore o di perdita e si esprime nel rapporto con la natura, nella ricerca di silenzio e consolazione nei paesaggi, nei boschi o accanto all’acqua. È un atteggiamento che affonda le radici nella storia del Paese, quando la diffusione del cristianesimo avvenne in territori con poche chiese e pochi sacerdoti, spingendo le persone a sviluppare un rapporto più autonomo e interiore con la religione.
Lo Stato secondo gli svedesi: dal welfare alla solitudine
Quanto è forte, oggi, la fiducia nello Stato?
Resta uno dei pilastri della società svedese. Chi ha bisogno di sostegno – dall’educazione dei figli alla cura degli anziani – tende ad affidarsi allo Stato con un livello di fiducia ancora elevato. Il welfare ha rafforzato l’idea che sicurezza e opportunità non debbano dipendere dalla famiglia né dall’origine sociale o territoriale. Questo modello ha però anche conseguenze più sottili: nel tempo i legami familiari si sono indeboliti e molte persone sperimentano una forma di solitudine che diventa una questione sociale. In Italia, al contrario, la rete familiare continua spesso a rappresentare il primo riferimento, mentre il rapporto con lo Stato appare più fragile e contraddittorio.
Individuo o collettivo: quale forza prevale?
La società svedese vive dentro questa tensione senza risolverla del tutto. Da un lato esiste una forte valorizzazione dell’individuo, della sua autonomia e della capacità di affermarsi, incarnata simbolicamente da figure come Zlatan Ibrahimović. Dall’altro resta viva una tradizione collettiva radicata nei sindacati, nei movimenti sociali e nelle lotte per l’emancipazione femminile. Sono due spinte che convivono e che, proprio nel loro equilibrio instabile, continuano a definire il carattere culturale e politico del Paese.
La cultura svedese e i suoi modelli secondo Elisabeth Åsbrink
Che ruolo ha avuto Pippi Calzelunghe nel ridefinire l’idea di libertà nell’infanzia?
Il personaggio creato da Astrid Lindgren si inserisce in una più ampia riflessione pedagogica che, già all’inizio del Novecento, aveva messo in discussione modelli educativi fondati su disciplina e obbedienza. La scrittrice e femminista Ellen Key sosteneva che le punizioni corporali rafforzassero le paure e le rigidità del carattere e difendeva un’educazione capace di sviluppare l’individualità del bambino. Ispirandosi anche a Rousseau, riteneva che il compito degli adulti fosse soprattutto accompagnare, intervenendo il meno possibile e lasciando spazio all’esperienza personale. Le sue idee influenzarono figure come Maria Montessori e segnarono profondamente l’immaginario culturale svedese. In questo contesto nasce Pippi, simbolo di un’infanzia libera, autonoma e creativa, destinata a diventare un riferimento internazionale.
In un sistema fondato sulla trasparenza, la verità riesce ancora a venir fuori?
Le leggi sulla trasparenza e sulla libertà di stampa sono nate per contrastare la corruzione e per lungo tempo hanno contribuito a mantenere elevata la fiducia nelle istituzioni. Oggi però il contesto sta cambiando. Le trasformazioni del potere economico e l’aumento delle disuguaglianze stanno creando nuove zone d’ombra anche nella società svedese. I cittadini continuano a chiedere verità e responsabilità: pagano tasse molto alte e vogliono essere certi che le risorse pubbliche vengano utilizzate in modo corretto.
Ginevra Barbetti
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