La sfida lanciata dall’intelligenza artificiale agli artisti non è nulla di nuovo
Mettiamo a confronto le pratiche degli artisti Diego Gradali e Francesco D’Isa, entrambi molto legati all’utilizzo dell’IA che non diventa sostituto, bensì strumento dell’autore
“Gli artisti hanno sempre usato la tecnologia per guardare meglio, per vedere di più. L’uso della camera oscura non toglie nulla al genio di Vermeer, anzi, ne esalta la capacità di dominare la luce”. In queste parole tratte da Secret Knowledge. Rediscovering the lost techniques of the Old Masters, Thames & Hudson 2001, David Hockney non si limitava a una lezione di storia dell’arte, ma lanciava una sfida profetica al futuro. Svelando come i maestri del passato utilizzassero lenti e camera oscura per raggiungere vette di realismo altrimenti impossibili, Hockney ha rivelato che l’“ingrediente segreto” dell’atto creativo è sempre stato la tecnologia. Oggi, quella sfida si è spostata dal piano dell’ottica a quello del silicio. Non si tratta più di riflettere la luce su una tela, ma di addomesticare il caos probabilistico dei modelli generativi algoritmici. In questo scenario di frontiera si muovono figure del tutto peculiari della scena contemporanea italiana: Diego Maria Gradali e Francesco D’Isa. Entrambi utilizzano l’Intelligenza Artificiale come strumento d’elezione, ma lo fanno con filosofie talmente distanti da risultare, pur nella comune eccellenza formale, sostanzialmente opposte. È una sfida silenziosa, un duello tra chi vuole umanizzare la macchina e chi vuole macchinizzare l’umano.
Il tessuto iperreale dell’algoritmo nel lavoro di Diego Gradali
Diego Gradali è un pittore iperrealista con abilità davvero virtuosistiche. Per lui, la sfida è una questione di dominio della materia. Guardando la sua opera, si percepisce immediatamente una tensione pittorica. Il volto che emerge non è una semplice immagine piatta, ma un campo di battaglia di pigmenti digitali, graffi, colature e sovrapposizioni che mimano la gestualità nervosa della pittura ad olio contemporanea. Gradali “addomestica” l’IA costringendola a rinunciare alla sua naturale levigatezza. Se l’intelligenza artificiale tende, per sua natura, a produrre immagini perfette, asettiche e “pulite”, Gradali le impone l’errore, la macchia, la texture. La sua è una ricerca di verità iperrealista, ma per mostrare questa verità non esita a servirsi di un’immagine virtuale, generata dall’AI: nell’immagine della ragazza con foulard rosso l’AI ha suggerito i lineamenti di una giovane rinascimentale e l’artista l’ha ritratta a olio su tela come fosse una modella in carne e ossa. Facendo riferimento all’AI, l’artista ripercorre la storia della pittura moderna e del suo debito prima con l’ottica e poi con la fotografia. La post-fotografia di oggi si chiama VR, AI, algoritmo, immagine sintetica: ma la tecnologia viene qui usata per rendere il digitale così “sporco” da sembrare analogico. È la macchina che deve imparare il sudore e la fatica del pittore. Come ha detto Eugenio Mazzarella nel suo pessimistico ma bellissimo Contro Metaverso, Mimesis 2022, ormai l’Intelligenza Artificiale può battere un umano a qualunque gioco, ma non capirà mai cosa significa perdere.

Il fantasma della filigrana nel lavoro di Francesco D’Isa
L’addomesticamento di D’Isa è di tipo poetico e concettuale. Egli non forza la macchina verso il realismo, ma la spinge verso una “espressività metapittorica”. Il risultato è un’immagine che sembra antica ma che non potrebbe esistere senza il calcolo algoritmico. La precisione della filigrana non è figlia di un pennello, ma di un prompt sapiente che ha saputo distillare secoli di storia dell’arte in un unico istante visivo. Qui la AI non imita la pittura, ma ne evoca lo spirito, creando un ponte tra la memoria storica e la visione futuristica.
Dall’altro lato troviamo Francesco D’Isa, autore de La rivoluzione algoritmica delle immagini, Sossella 2024, filosofo e artista, che approccia lo strumento con una sensibilità iconografica e simbolista. Se Gradali cerca la carne, D’Isa cerca l’anima o, meglio, il suo simulacro. Il suo volto di fanciulla, avvolto in trame di avorio e filigrana d’oro, non appartiene al nostro mondo fisico. È un’emanazione di una Art Nouveau che ritorna da futuro invece di emergere dal passato – un dialogo straniante tra il fantasma di Klimt e lo zombie di Hopper, ma trasfigurati in un’estetica che solo la computazione può generare.

Due visioni, un unico confine
Mettendo a confronto le due opere, appare chiaro che la sfida non riguarda la capacità tecnica di usare un software, ma la visione d’autore.
Per riprendere una celebre disamina introdotta da Nelson Goodman ne I linguaggi dell’arte,
Gradali è autografico: attira la tecnologia verso la fisicità dell’opera d’arte come oggetto artigianale irriproducibile. Il suo è un approccio sensibile, dove l’artista “combatte” con l’algoritmo per strappargli un’immagine che abbia il peso specifico della tela e del colore.
D’Isa è allografico: l’immagine è il risultato di una serie di notazioni linguistiche, il prompt, per costruire nuove mitologie visive. Il suo è un approccio concettuale-narrativo, dove l’artista “sussurra” alla macchina per farle comporre immagini che sembrano provenire da un passato mai esistito. Entrambi, però, confermano la tesi di Hockney: il dispositivo, che sia una lente nel Seicento, una macchina fotografica nell’Ottocento o un LLM (Large Language Model) nel 2026, è solo un mezzo. La mano dell’artista, intesa come intenzione e cultura, rimane il timone necessario per non naufragare nell’oceano dell’automazione. La sfida è dunque vinta da entrambi, perché entrambi sono riusciti a compiere l’impresa più difficile dell’era digitale: mantenere uno stile riconoscibile in un mondo dove chiunque può generare miliardi di immagini con un clic. Se Gradali ci restituisce il volto umano come spazio esistenziale, D’Isa ci regala il volto come metafora di una bellezza impossibile. In mezzo, restiamo noi spettatori, testimoni del momento in cui il “codice segreto” della pittura è diventato un codice sorgente, senza però perdere nulla del suo insondabile mistero.
Marco Senaldi
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