Chiude la Fondazione Il Lazzaretto di Milano dopo oltre 10 anni di attività. L’intervista a Linda Ronzoni

Con la direttrice artistica del Lazzaretto facciamo il punto sulla fine di un’esperienza che ha segnato gli ultimi anni della scena culturale milanese, alimentando uno spazio aperto alla partecipazione e alla sperimentazione. L’interruzione frutto di una decisione non condivisa da chi il progetto l’ha animato

Ora, nelle parole di Linda Ronzoni, c’è tutta l’amarezza che accompagna la brusca fine di un percorso vissuto negli ultimi dieci anni (e più) come un continuo crescendo. A Milano, la Fondazione Il Lazzaretto conclude la sua attività, e la notizia arriva come un fulmine a ciel sereno.

La storia della Fondazione Il Lazzaretto

Dall’inizio, era il 2014, Ronzoni è stata direttrice artistica del progetto nato dalla visione di Roberta Rocca e Alfred Drago: una spazio aperto alla sperimentazione e alla partecipazione, nel luogo che un tempo ospitava il lazzaretto di manzoniana memoria, per ripensare il concetto di contaminazione in chiave positiva. E senza l’ansia di risultati da raggiungere, perché “a noi interessano i percorsi, i processi, le camminate fatte insieme”, sottolineava Drago nel 2024, in occasione del decennale. Tuttavia, anche grazie all’opportunità di disporre di fondi privati che hanno assecondato un’evoluzione senza strappi, con la libertà di provare e sbagliare, ricominciare e cambiare ancora, il Lazzaretto è diventato un punto di riferimento della scena culturale milanese, fondato sulla partecipazione attiva e lo scambio (il metodo è quello dell’ibridazione generativa), tra progetti espositivi ed editoriali, incontri e laboratori, corsi e performance, valorizzazione di giovani talenti.

Fondazione Lazzaretto, Milano
Fondazione Lazzaretto, Milano

Il Lazzaretto chiude. L’amarezza di Linda Ronzoni

Che non ci sarà più, con effetto immediato. “Non è stata una scelta condivisa, ma una decisione che abbiamo dovuto accettare. Senza uno spazio e finanziamenti il Lazzaretto non può esistere” spiega Ronzoni “Negli anni la crescita è stata costante, abbiamo consolidato un rapporto con il pubblico sempre più stretto, coltivato relazioni con le istituzioni, ricevuto attenzione per il nostro lavoro. E il Lazzaretto è stato un presidio di libertà in controtendenza rispetto al proliferare di eventi spesso effimeri. Un luogo di sperimentazione, incertezze, progetti non necessariamente di successo. Abbiamo avuto la fortuna di non dover ragionare con la logica del risultato”. A novembre scorso, anche l’ultima edizione del Festival della Peste – evento annuale nato per sintetizzare dodici mesi di lavoro – ha raccolto grande partecipazione, concentrandosi sul binomio potere/piacere: “Con la nascita del Club dei Pestiferi, negli ultimi anni, avevamo incentivato il coinvolgimento diretto del nostro pubblico, e il tema dell’ultimo festival è stato frutto di un processo partecipato. In generale, il mio dispiacere più grande, oggi, è dovuto proprio alla sensazione di tradire un patto: sentiamo forte la responsabilità di mantenere una connessione con chi ci ha seguito finora, sono stata inondata di messaggi di solidarietà, stupore… Sarebbe bello non perdere il modello che abbiamo costruito insieme, ma senza uno spazio è difficile immaginare un futuro che preservi la nostra identità: per noi, l’incontro è fondamentale; il Salotto è stato il fulcro del Lazzaretto. Come pure la cura, quella che abbiamo sempre messo nei nostri progetti e rivolto alle persone coinvolte ”.

Quale futuro per il Lazzaretto?

Il tentativo di protrarre almeno per un altro anno l’esperienza, ragionando nel frattempo sulle possibili alternative, è fallito. E insieme alla Fondazione Il Lazzaretto cessa di esistere anche il Premio Lydia, nato per promuovere l’arte emergente italiana, sotto la curatela di Claudia D’Alonzo: “Un vero peccato, perché in questi anni il Premio si era costruito un’identità forte, ci scrivevano molte persone e c’era grande aspettativa, soprattutto dopo l’avvio della collaborazione con il PAC”.  Nonostante il momento di crisi, c’è la volontà di non passare il testimone, preservando l’eredità del Lazzaretto. Come, però, è ancora presto per dirlo: “Sembra che l’onda grande degli eventi che accadono nel mondo si rifletta anche sulle piccole cose, e invece proprio in questi momenti di grande incertezza i presidi culturali dovrebbero resistere”. Ora il team composto da una decina di persone che portava avanti il Lazzaretto dovrà ragionare sulle prossime mosse. Intercettare fondi sarà una priorità, “ma è difficile scommettere su un progetto che non ha mai ragionato sui numeri. Serve la visione di un finanziatore che creda nel valore culturale del nostro lavoro”. E intanto si valuta l’opportunità di avviare un crowdfunding. D’altro lato ci sono i rapporti costruiti con le istituzioni, anche considerando quanto il Lazzaretto ha dato alla città negli ultimi dieci anni: “Ma è una strada ugualmente difficile da percorrere. I bandi si riferiscono a progetti molto specifici, dovremmo capire come ripensare la nostra identità per rinascere. La sfida è quella di dimostrare a noi stessi e al nostro pubblico che si può andare avanti”.

Livia Montagnoli

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati