L’infanzia è la casa dell’arte. Intervista all’autore di libri per bambini Hervé Tullet
Domani presenterà il suo ultimo libro, “Il bambino a colori”, a Testo, la fiera dell’editoria di Firenze. A partire da questo lavoro l’artista e scrittore francese ci ha raccontato le sue idee sull’arte, l’infanzia e i libri
Artista, illustratore e scrittore, da più di 30 anni Hervé Tullet (Avranches, 1958) si dedica alla letteratura per l’infanzia, vincendo nel 2011 il Premio Andersen con Un libro. Il suo ultimo lavoro, uscito in Francia nel 2025 e portato in Italia quest’anno da Il Saggiatore, si intitola Il bambino a colori e domani Tullet sarà a Firenze, alla fiera Testo, per presentarlo. A partire proprio da questo libro, gli abbiamo chiesto di parlarci della sua idea di arte e di quale sia il potere – anche sovversivo – dell’infanzia.
Intervista a Hervé Tullet
Il suo ultimo libro, “Il bambino a colori”, non è propriamente un libro per l’infanzia, ma sull’infanzia – e questo può sorprendere chi conosce il suo lavoro, come sottolinea anche Wajdi Mouawad nella postfazione. Da cosa nasce il bisogno di scrivere questo libro?
Il mio lavoro è sempre un processo, c’è sempre qualcosa in fase di elaborazione, e questo mi dà la possibilità di parlare, che è lo scopo di un libro. Un libro è come una linea: si arriva a un certo punto della propria vita e si può dire qualcosa su sé stessi – posso dire cosa sto facendo, perché lo sto facendo, posso pensare ed esprimermi. Il libro è questa linea che va dall’inizio fino a oggi, perché, appunto, è sempre un lavoro in corso. Ed è questo che volevo esprimere ne “Il bambino a colori”: mostrare un percorso, mostrare una linea per mostrare una possibilità, una chiave di accesso, perché il mio lavoro riguarda sempre l’idea di trasmettere, di dare un input, di dare una possibilità alle persone. Ho scritto il libro proprio con questo scopo: offrire una possibilità diversa, altra di guardare al mio lavoro.

In che modo la sua infanzia e i suoi ricordi personali hanno influenzato la sua visione dell’arte e della creatività?
Da bambino mi sentivo un po’ perso e vivevo una grande solitudine, e proprio in quel momento ho scoperto che i miei migliori amici erano i libri, il cinema e i musei. Così, fortunatamente, ho scoperto che potevo fare qualcosa: in particolare, in quel periodo scrivevo poesie. L’arte era l’unica possibilità, ma l’ho scoperto per caso, perché pensavo comunque di non saper fare niente e di non avere le parole per dire le cose. Ho avuto anche un po’ di fortuna, perché quando avevo 16 o 17 anni un insegnante di francese mi ha fatto conoscere il Surrealismo e quella è stata una chiave. Così, ho cercato di descrivere questa chiave dal punto di vista di qualcuno che viene dal nulla, ma che sente che lì c’è qualcosa.Dicevo sempre che non capivo nulla, ma sentivo. E forse è lo stesso anche oggi: mi baso sempre sulle emozioni e sui sentimenti, più che sul pensiero razionale.
Questa idea di sentire più che sapere si lega anche alla sua idea per cui la creazione artistica non è proprietà esclusiva degli artisti, ma un diritto di tutti. Ci racconta come questo diritto può essere sviluppato?
Qui i bambini sono al centro del discorso, perché i bambini sono davvero liberi e vivono di intuizione. Ma se la tua domanda riguarda un adulto di oggi, onestamente non lo so… Io fornisco degli strumenti e cerco di far capire che l’arte è ovunque. L’arte non è solo in una galleria, è un grande errore pensarlo. Gli artisti che amo sono persone capaci di far vedere il mondo in cui viviamo in modo diverso, aiutandoci a scoprirlo. Per me l’arte è questo, che è quello che faccio nel mio lavoro.
Ci spieghi meglio…
Non produco opere, non produco tonnellate di tele, ma momenti di vita. Il mio lavoro è dare questa possibilità: riunire le persone e, insieme, riempire uno spazio con un’energia condivisa e creare qualcosa. E questo qualcosa esiste perché non si guarda al risultato, ma al creare insieme. Nell’arte, per me, non c’è un obiettivo da raggiungere: si tratta della vita che trascorriamo insieme, non del momento finale.
Nelle sue opere per l’infanzia l’arte è, comunque, un’ospite fissa. Ci sono degli autori che l’hanno influenzata in particolare?
Penso ci siano due tipi di influenze in quel che faccio. La prima è quella degli artisti del XX secolo, come Picasso, Matisse, Dubuffet, Alechinsky, Twombly. Questi artisti hanno attinto molto all’intuizione del bambino, alla visione del bambino e al gioco. E questo è stato un primo campo di influenza, perché mi ha fatto vedere la possibile relazione tra il mondo dei bambini e l’arte. Il secondo campo di influenza è quello dell’arte concettuale e minimalista, perché è l’arte del pensiero, del pensare, del mettere il visitatore in relazione con l’opera. Quando sei dentro un’opera di Richard Serra, quando ti trovi nelle sue installazioni fai un’esperienza diretta. Ma l’influenza maggiore è stata quella di Sol LeWitt, perché LeWitt non disegnava direttamente, ma creava strutture matematiche e dava istruzioni per far sì che altre persone realizzassero i suoi disegni. Questo mi ha influenzato molto, soprattutto l’idea che qualcun altro potesse realizzare qualcosa a partire dalle “indicazioni” di un artista. È da qui che ho iniziato a pensare alla mia mostra ideale, che è una mostra che chiunque può realizzare, anche senza di me. Il legame con Sol LeWitt, per me, è molto chiaro, ma nella pratica io lascio molta più libertà di LeWitt nel processo di realizzazione.

È un mix di influenze artistiche interessante, a cui si aggiunge anche una vena espressamente partecipativa della sua pratica. Come tiene insieme tutto questo?
Tutto si basa sempre sull’intuizione, per cui io cerco solo delle idee e spero che anche il lettore non veda solo il mio lavoro finito, ma l’idea. Formalmente, il mio è un lavoro molto povero: faccio puntini, linee, scarabocchi, macchie. È molto povero, ma molto accessibile. Con un’idea forte, do il potere dell’interpretazione e il potere di uscire dal libro. In questo senso, sono una sorta di “artista sociale”, perché do questa forma artistica a quelle persone che hanno bisogno dell’arte per creare vita in una scuola, in una casa di riposo, lavorando con persone che hanno disabilità. Ci sono sempre persone che hanno bisogno di una visione e che necessitano l’arte per vivere e che mettono la mia arte nella loro vita – e questo è davvero commovente.
L’ha citato prima ed è indubbiamente protagonista in “Il bambino a colori”: Dubuffet. Come guarda all’opera di questo autore per integrarla nella sua filosofia?
Dubuffet è speciale, perché naturalmente la relazione tra arte e infanzia che emerge con l’Art Brut è molto interessante, ma ciò che è davvero incredibile in Dubuffet è la sua scrittura. Trovo gli scritti di Dubuffet semplicemente favolosi, perché lui era davvero contro il sistema, contro la costruzione del sistema dell’arte, e questo emerge ancora più nei suoi scritti che nella sua arte. Voleva dire alle persone di fare proprio il potere dell’arte, che loro sono gli artisti: gli artisti non sono artisti, voi siete l’artista. E tutto questo lo sento più nei suoi scritti che nella sua arte figurativa.
Nel libro, nel capitolo Rivelazioni, si legge: “Rivelazione! Il neonato è rivoluzionario”: qual è il valore dell’infanzia per lei? In cosa sta questa “rivoluzionarietà”?
È una domanda molto difficile e anche triste in questo periodo, perché ci stiamo allontanando sempre di più dal dare una possibilità di rivoluzione ai bambini. Il punto è che stiamo educando i bambini per il nostro futuro e non per il loro. Se chiediamo loro di parlare del loro futuro, dando loro le chiavi del mondo che abbiamo costruito, i bambini sono così intelligenti che diranno: non voglio questo mondo. Lavoro in questo ambito da 30 anni, so che c’è speranza, ma so anche sta diventando sempre peggio. Posso solo continuare a creare e sperare che un giorno andrà in un altro modo, proprio perché la rivoluzione è il bambino stesso. Noi possiamo far parte di questa rivoluzione stando vicini ai bambini e capendoli di più, senza crescerli come piccoli soldati per il nostro futuro.
Vittoria Caprotti
(Grazie all'affiliazione Amazon riconosce una piccola percentuale ad Artribune sui vostri acquisti)
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati