Il concetto di Wunderkammer è tornato. Ora come superiamo l’effetto wow? 

Da fenomeno collezionistico cinquecentesco a trend espositivo contemporaneo, la Wunderkammer continua ad affascinare. Ma se decontestualizzata rischia di diventare banale

Wunderkammer, studio, gabinetto, museo: sono tanti i termini usati un tempo e ancora oggi per identificare gli spazi d’elezione del collezionismo enciclopedico di Età Moderna. Spazi che, al di là delle particolarità delle singole collezioni e delle differenze legate alle diverse aree geografiche, erano accomunati soprattutto da due caratteristiche, che li rendono molto distanti dalla sensibilità museale odierna: la commistione di reperti naturali e opere prodotte dall’uomo, e l’affastellamento dei pezzi in spazi generalmente di proporzioni ridotte, in nome di un horror vacui che portava ad accostamenti inconsueti.  

La nuova vita delle Wunderkammer 

Pur se lontane, come si diceva, dalle convenzioni espositive contemporanee, o forse proprio per questo, le Wunderkammer godono di una notevole visibilità nell’immaginario nei nostri tempi. Sulla scia del pionieristico saggio di Julius von Schlosser (Raccolte d’arte e di meraviglie del tardo Rinascimento, 1908) si sono moltiplicati, dagli Anni Ottanta a questa parte, gli studi sul fenomeno e su singole collezioni; a livello espositivo, infiniti allestimenti museali propongono i mirabilia tipici delle Wunderkammer con modalità di presentazione che richiamano, più o meno da vicino, quelle adottate dai collezionisti del Cinque-Seicento, così come tutta una serie di mostre ha fatto conoscere al pubblico la cultura della curiosità di Età Moderna, talvolta mettendola in dialogo con la produzione di artisti novecenteschi e contemporanei, sulle orme della mostra curata da Adalgisa Lugli per la Biennale di Venezia del 1986.  

Internet è la Wunderkammer contemporanea? 

La Wunderkammer è talmente presente nell’immaginario collettivo, che a più riprese, in pubblicazioni accademiche come in contributi su blog e riviste online, la rete è stata vista come uno sterminato museo di curiosità che riflette la vastità e la varietà del mondo reale: non proprio un microcosmo che compendia il macrocosmo, come nel caso delle Wunderkammer, ma un secondo macrocosmo, specchio del primo, che ricorda le stanze delle meraviglie anche per la presentazione tendenzialmente non gerarchizzata dei suoi contenuti, che consente, navigando, di istituire collegamenti inaspettati. Più di recente, non è mancato chi ha visto nell’Intelligenza Artificiale un corrispettivo contemporaneo delle Wunderkammer: come un tempo vi si potevano trovare anche creature inesistenti, come basilischi e sirene, frutto dell’abilità e dell’inventiva di tassidermisti che trasformavano in esseri fantastici i resti di animali reali, così oggi basta, assai più semplicemente, digitare un prompt e subito si ottengono scene e creature impensabili.  

Courtesy Mo(n)stre
Courtesy Mo(n)stre

Le Wunderkammer oggi e rischi della decontestualizzazione 

Il successo di cui godono oggi i gabinetti di curiosità è senza dubbio un elemento positivo, nella misura in cui conduce alla scoperta di un universo affascinante. Ma comporta dei rischi. Innanzitutto, quello di banalizzare il concetto di Wunderkammer, astraendola dalla sua dimensione storica e vedendola semplicemente come un soffocante coacervo di cose che abbiano del bizzarro, e magari del macabro e del ripugnante; sottolineando dunque il lato meraviglioso della faccenda (che indubbiamente c’era: la volontà di stupire il visitatore), ma che non esauriva la complessità del fenomeno. Le raccolte enciclopediche funzionavano spesso anche da strumento di indagine e di conoscenza, che fosse del mondo naturale o delle antiche civiltà, o di entrambi; la meraviglia non era uno stupore fine a stesso, ma la molla che faceva scattare la curiosità e il desiderio di saperne di più. L’altro rischio emerge quando si adottano modalità allestitive da Wunderkammer nei musei e nelle mostre, o nel recente fenomeno, in forte crescita, dei depositi museali aperti al pubblico (nel caso dell’apertura dello East Storehouse del Victoria and Albert, è stato lo stesso studio d’architettura responsabile del progetto, Diller Scofidio + Renfro, ad affermare che il proposito che ha guidato la progettazione degli spazi è stato quello di fornire ai visitatori “la sensazione di essere immersi in un vasto gabinetto di curiosità”). 

Mostre-Wunderkammer: va bene, ma con giudizio 

Allestimenti in cui si raduna una congerie di pezzi disparati, con le informazioni ridotte all’osso o assenti: l’intento di meravigliare è garantito, e magari anche quello di stimolare la mente dello spettatore con accostamenti inusitati. Ma chi non possiede già adeguati strumenti critici non è messo in condizione di andare al di là dell’effetto wow. Meraviglia e conoscenza non devono invece essere in contrapposizione, ma convivere: la Wunderkammer contemporanea non può rinunciare a quei molteplici strumenti di comunicazione di cui i musei si sono dotati e continuano a dotarsi per soddisfare i bisogni di pubblici diversi. Come già ben sapevano Ulisse Aldrovandi, Athanasius Kircher e gli altri artefici di musei enciclopedici, la meraviglia è il punto di partenza di un percorso che conduce alla conoscenza. 

Fabrizio Federici 

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Fabrizio Federici

Fabrizio Federici

Fabrizio Federici ha compiuto studi di storia dell’arte all’Università di Pisa e alla Scuola Normale Superiore, dove ha conseguito il diploma di perfezionamento discutendo una tesi sul collezionista seicentesco Francesco Gualdi. I suoi interessi comprendono temi di storia sociale dell’arte…

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