Brain Drain. Parola a Elena di Federico

Communication and advocacy officer di On the Move, Elena di Federico è l’ennesimo cervello in fuga. Dall’Italia, e in particolare da Torino. È approdata a Bruxelles e qui ci racconta come e perché.

Elena di Federico

Come sei arrivata a Bruxelles?
In Italia ho lavorato per anni in Fondazione Fitzcarraldo a Torino, seguendo la progettazione internazionale: Practicsera uno di questi, con obiettivo lo sviluppo di centri di informazione e orientamento sulla mobilità transnazionale di artisti e operatori culturali, finanziato con fondi europei. Nel 2011 mi occupavo del suo coordinamento generale. Venivo spesso a Bruxelles per riunioni: la mia rete si è estesa e ho deciso di cercare lavoro qui, dove c’è un mercato molto attivo e un contesto molto dinamico. Sono arrivata anche nel momento giusto, appena prima che il network On the movecercasse nuovo staff.

Guardi l’Italia: cosa vedi?
Un Paese fermo, con poco spazio per nuove idee, dinamismo internazionale, giovani, per una società civile che pure tanto ferma non è. Al mio arrivo a fine settembre del 2011 ero disposta a ricominciare daccapo, anche da uno stage, pur di vivere un’esperienza in un contesto internazionale. In Italia non prendevano sul serio il fatto che fossi aperta a tutto; all’estero si chiedevano come potessi accettare uno stage con l’esperienza maturata. Arrivando qui, l’Italia ha rivelato i suoi condizionamenti. Qui conta da una parte il titolo di studio, ma soprattutto cosa sai fare e le esperienze maturate.

Che processi ci sono per entrare nel mondo del lavoro?
Non ti so dire perché il mio ingresso nel mondo del lavoro, con Fitzcarraldo, è avvenuto direttamente dal mio corso di studi. Anche per Bruxelles ho un’esperienza limitata. Posso dire però che c’è un “sottobosco” di precariato anche qui, ma è sempre in trasformazione. Non rischi di rimanere fermo. Fai magari tante collaborazioni frammentarie, ma riesci a costruire una certa coerenza nel tuo percorso professionale. E la “mobilità” lavorativa – anche in senso geografico – è piuttosto normale. In virtù dei fondi europei, la trasparenza nei contratti regna sovrana, per le esigenze di ferrea rendicontazione.
In Belgio la previdenza sociale è molto accessibile, sia in termini informativi – tutto è spiegato in varie lingue -, sia in diritti che si maturano.. È relativamente facile accedere a sussidi di disoccupazione e al sostegno alla riconversione professionale, che permette di accedere a corsi agevolati, per sviluppare nuove skill e provare una carriera in altri settori. Anche qui l’economia non va benissimo, ma il sistema di aiuti sociali ti permette di affrontare momenti di difficoltà con altro spirito e di cercare nuove opportunità.

Move On!
Move On!

Differenze di pratiche di lavoro?
Evidenti. L’ambiente di lavoro è internazionale, con una visione apertissima, livello di management compreso. Qui tutti hanno lavorato almeno in due o tre Paesi stranieri. È normale che nella propria carriera ci si sposti. Ogni giorno bisogna confrontarsi con la consapevolezza che il proprio non è l’unico modello possibile.

Cosa manca all’Italia perché si possa coltivare questa apertura?
Non manca nulla, se non la volontà. Si tenta di riprodurre modelli internazionali anche nelle sedi di lavoro, ma poi nelle dinamiche interne non vengono riprodotti. Forse è un problema di trasmissione generazionale del management. L’Italia spesso vince nella competizione internazionale per la ricerca di fondi, perché ha progetti innovativi, ma poi subentrano altri interessi che la tengono lontana dal network internazionale. Ora che sono qui mi rendo conto quanto sia difficile mantenere i rapporti con organizzazioni italiane pur attive in scambi internazionali. Speriamo di riuscirci comunque con On the move, impegnata nel consolidamento della sua rete internazionale.

I tuoi consigli?
Andare all’estero non è “la” soluzione per tutti: dipende dalle aspirazioni personali. L’importante è capire le proprie abilità e saperle valorizzare. Qui può servire fare uno stage: sono sempre pagati, dunque, in attesa di costruire rete e capire il contesto, si può anche investire così per (ri)cominciare.

La cosa più difficile che ti è capitata? Di cosa preoccuparsi subito?
La ricerca di lavoro: io ho tratto vantaggio dalla flessibilità del contratto che avevo in Italia e non mi obbligava a lavorare presso una sede fissa. Poi le pratiche burocratiche per la residenza. Ho sfruttato Practics, con i documenti prodotti appositamente su che cosa sapere quando lavori in Paese straniero. Bruxelles è una città piuttosto “facile”: puoi viverci senza per forza parlare francese o fiammingo… e nove volte su dieci lavori in un team di “stranieri” che ci sono passati prima di te e ti possono dare consigli.

Neve Mazzoleni

on-the-move.org

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Neve Mazzoleni
Neve Mazzoleni ha una laurea in Lettere Moderne - Storia e Critica delle Arti conseguita all'Università degli Studi di Milano, un master in Management of Art and Culture della Trentino School of Management e un master in Social Innovation, Social Business & Project Innovation (MES) di ASVI Social change. Dal 2006 lavora per UniCredit come art manager e curatrice della collezione corporate. Scrive per il Giornale delle Fondazioni, Arte&Impresa, CheFare. Ha scritto per Fizz, Tafter e Doppiozero. È iscritta alla seconda laurea in Filosofia all'Università degli Studi di Milano.