Quando Youtube diventa un’opera d’arte: pioggia di immagini all’Istituto Svizzero di Milano, per il talk che accompagna la seconda puntata di una mostra dedicata all’immagine ai tempi del web

Sono passati quasi trent’anni da Rumore Bianco, quindici da Underworld. È tempo di lasciarsi alle spalle le riflessioni sull’immagine televisiva in rapporto alla società contemporanea, forse mai così puntuali e accorte come nei romanzi di Don DeLillo; ed è arrivato il momento di concentrarsi con sguardo altrettanto autoptico sul mare magnum delle visioni su web. Non è tanto […]

Nothing to see here - foto Michela Deponti

Sono passati quasi trent’anni da Rumore Bianco, quindici da Underworld. È tempo di lasciarsi alle spalle le riflessioni sull’immagine televisiva in rapporto alla società contemporanea, forse mai così puntuali e accorte come nei romanzi di Don DeLillo; ed è arrivato il momento di concentrarsi con sguardo altrettanto autoptico sul mare magnum delle visioni su web. Non è tanto questione di net art in senso stretto, quanto piuttosto di ricollocamento dei paletti di un’estetica democratizzata fino all’esasperazione. E in questo profondamente iconografica, simbolica, identitaria. Riflessioni a margine del secondo giro di giostra per Nothing to see here, più che una mostra (aperta fino al 12 luglio) un tavolo di confronto e lavoro, accolto negli spazi milanesi dell’Istituto Svizzero. Un’indagine a volo radente sull’esplosiva bulimia visuale che internet – a maggior ragione dal giorno dell’introduzione di smartphone  e tablet – ha scatenato in modo irresistibile e irrefrenabile. Non le solite stucchevoli rivendicazioni di classe sul tema di un’arte a portata di tutti, con il pendolo a oscillare senza soluzione tra chi se ne schifa e chi al contrario esulta per il proliferare indiscriminato di possibilità e potenzialità. Dibattito aperto, semmai, sull’immagine in sé: su cosa acchiappi e cosa no, su come si evolvano i parametri della creatività, della manipolazione, del successo o meno di un’icona.
Serata di chiacchiere a ruota libera, con Raffael Dörig a presentare il suo Compiler 4, dvd che raccoglie video d’artista realizzati guardando all’implicito modello della rete, contrapposto in una mimesi linguistica efficace ad una accorta selezione di filmati amatoriali raccolti su Youtube. Quello che a prima vista induce al “potevo farlo anch’io” si scopre in realtà essere intrigante maturazione di un nuovo codice di documentazione, analisi e rielaborazione. Arte come rappresentazione della realtà, realtà che si autocelebra e si rappresenta nell’approssimazione lo-fi del web; quindi arte che si adegua al linguaggio della rete, rispondendo alla più semplice ed efficace delle leggi matematiche. Saltano dunque i confini e nella sublimazione generale spuntano le ironiche sculture effimere di Enrico Boccioletti ed Adam Cruces, installate a cospetto del wall immaginato da Valentina Tanni – insieme a Domenico Quaranta curatrice del progetto – e assemblato da Canedicoda, censimento di un migliaio di cartoline dal web, sintomi involontari della fortuna di nuovi lemmi visivi.

– Francesco Sala


 

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.