Dedicato a Franco Scaldati (e alla sua compagnia). Una lettera come dichiarazione d’intenti: un comitato di critici, registi, attori, per promuovere il lavoro del grande autore scomparso

“Questa dualità, questo essere una cosa e l’altra, è sacralità. L’uomo nella sua interezza, nella sua complessità, nelle sue contraddizioni (furbo e sciocco, vittima e carnefice) credo che abbia qualcosa di sacro. Non si irrigidisce in un’idea di sé o in un’idea che la comunità impone, ma riesce ad essere tutto”. Dalla vita al teatro, […]

Franco Scaldati - foto Francesco Ferla

Questa dualità, questo essere una cosa e l’altra, è sacralità. L’uomo nella sua interezza, nella sua complessità, nelle sue contraddizioni (furbo e sciocco, vittima e carnefice) credo che abbia qualcosa di sacro. Non si irrigidisce in un’idea di sé o in un’idea che la comunità impone, ma riesce ad essere tutto”. Dalla vita al teatro, nel segno del sacro, del doppio, dell’origine e della trasformazione. Una verità antica che Franco Scaldati, indimenticabile drammaturgo, regista e attore, conosceva e interpretava con struggimento melanconico, con quel senso sofferto della commedia come “tragedia capovolta”, con quella poesia del corpo scandita dal ritmo ancestrale della lingua e del linguaggio: il dialetto, pasta ruvida, liquida, musicale e viva; e poi la presenza in scena, carnale, aurorale, ombrosa ed effimera, nel suo peso specifico intimamente lirico. Ed era prima di tutto scrittore, Scaldati, tessitore di una drammaturgia animata da eventi, archetipi, maschere, pause, suoni, naufragi, voci e vocali. Sfaldando il racconto in favore dell’evocazione, oltre la rappresentazione.
Un teatro, il suo, in cui convivono  “spettacolo e macerie”, laddove, come bene spiegò il critico Matteo Palumbo, lo spettacolo “abbellisce i fallimenti, le sconfitte, le perdite che il passato consegna alla vita e sottrae il peso di questa angoscia allo sguardo pigro dello spettatore”, mentre le macerie, al contrario,  “sono il segno indistruttibile di ciò che il teatro assume dalla vita orrida e vera. Non narrativa, dunque, ma potentemente espressiva era la scrittura teatrale di Scaldati. Un grande talento, scomparso lo scorso 1 giugno, che lascia una straordinaria collezione di spettacoli, testi – moltissimi inediti – appunti, esperienze. E che lascia la sua compagnia, una famiglia di giovani attori, circondata da scrittori, professionisti, artisti.
Tra il suo piccolissimo studio palermitano, occupato da decenni, e i luoghi in cui lo spettacolo prendeva vita – primo tra tutti l’Alberghieria, il suo quartiere-laboratorio – quest’uomo dalla crespa barba grigia, sempre schivo, appartato e concentrato, ha scritto una pagina straordinaria di letteratura: con il suo lavoro, con la sua stessa biografia, con la maglia di relazioni create nell’arte e per l’arte.

Totò e Vicè, di Franco Scaldati
Totò e Vicè, di Franco Scaldati

E in memoria sua, neanche a un mese dalla morte, alcuni amici e collaboratori si uniscono per un progetto continuativo di salvaguardia, promozione del teatro a cui diede forma e fiato. “Questo gruppo di lavoro, nella convinzione che il teatro e la poesia di Franco Scaldati debbano avere un futuro nel solco tracciato da egli stesso, affiancherà e sosterrà la “Compagnia di Franco Scaldati” nella promozione di iniziative volte alla ricerca, archiviazione e valorizzazione dei materiali esistenti (testi, saggi, fotografie, video, registrazioni audio, tesi di laurea), a partire dalla pubblicazione dei suoi testi inediti”. Così recita un passaggio della bella lettera diffusa in queste ore e firmata dai registi Mario Bellone, Umberto Cantone e Franco Maresco, dai critici Roberto Giambrone e Valentina Valentini, da Antonella Di Salvo, attrice, e da Umberto De Paola, docente di storia del teatro ed ex direttore dell’Accademia di Belle Arti di Palermo. L’impegno è quello di supportare la compagnia, aiutandola a coltivare quella pratica del “fare” così essenziale per il maestro, intervenendo anche affinché “non vengano traditi o sviliti la natura, lo spirito e la poetica” del suo lavoro teatrale. Perché il pensiero e la parola continuino a incidere, in quello spazio del teatro che è spazio sacro della vita e della morte insieme.

– Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è giornalista, critico d'arte contemporanea e curatore. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Oggi membro dello staff di direzione di Artribune, è responsabile di Artribune Television. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanee. È stata curatore nel 2009 dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico di SACS nel 2013, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura progetti espositivi presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali, specificamente delle ultime generazioni.
  • emi

    davvero un bel articolo complimenti !