“È assurdo che un Warhol o un Richter costino più di uno Zurbarán”. E non lo dice la casalinga di Voghera: lo dice Manuel Borja-Villel, il direttore del Museo Reina Sofía. Commenti?

Qualcosa di simile più o meno tutti l’hanno pensata, prima o poi: molti la dicono apertamente, tanti evitano, visto che il rischio di qualunquismo è forte, ed il contesto è talmente ampio e vario da rendere difficili le generalizzazioni. In sostanza il discorso è sempre questo: è possibile che un’opera d’arte contemporanea, spesso “brutta”, per […]

Manuel Borja-Villel

Qualcosa di simile più o meno tutti l’hanno pensata, prima o poi: molti la dicono apertamente, tanti evitano, visto che il rischio di qualunquismo è forte, ed il contesto è talmente ampio e vario da rendere difficili le generalizzazioni. In sostanza il discorso è sempre questo: è possibile che un’opera d’arte contemporanea, spesso “brutta”, per fermare la valutazione al puro dato visuale, costi oggi molto di più di un’opera d’arte antica, che ha superato secoli di “vagli” critici, e comunque decisamente più “bella”? O, un po’ più pensato: la motivazioni sociologiche, le dinamiche del mercato, le azioni speculative, bastano a spiegare questa sperequazione? Ed è giusto accettare questa situazione?
Ragionamenti che quasi sempre gli addetti rifiutano con sprezzo, con snobismo intellettuale. Colpisce quindi quando a prenderli di petto sia qualcuno che non è propriamente un commentatore da bar, che si avventura in banali riflessioni su cose a lui sconosciute: ma nientemeno che Manuel Borja-Villel, il direttore del Museo Reina Sofía di Madrid. Il quale, rispondendo ad un’intervista del quotidiano ABC, afferma: “È assurdo che un Warhol o un Richter costino più di uno Zurbarán”. Certo, poi contestualizza: “Lo capisco sociologicamente, ma non moralmente. Non dovrebbe essere così. Oggi i valori sono dettati solo dal mercato, che è decisamente gonfio, mentre fino agli anni ’40 o ’50 a costruire i valori era la critica”. Risultato? “Tutto questo non fa che danneggiare i musei: non c’è un museo pubblico che si possa permettere di acquistare opere ai prezzi astronomici che si vedono nelle aste. Possono solo i collezionisti più ricchi”.

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Nel 2014 ha curato, assieme a Fabio De Chirico, la mostra Artsiders, presso la Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia. Dal 2011 al 2017 ha fatto parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.
  • balin

    Meno male che non ci sono i soldi, in questo caso: sennò i nostri direttori di museo si affretterebbero a spendere fortune per comprarsi un’idea di Sehgal

  • insieme ad altri sto cercando di promuovere a milano o roma un talk – a cui vorrei partecipare- dal titolo: “la fuga dall’arte: dove sono critica e pubblico?”

    Ok il mercato, ma il problema è che le opere sono fatte di una materia fatta di luoghi e pubbliche relazioni, come raggi (relazioni) che incontrano un luogo X…ed ecco che abbiamo un vuoto.
    Solo la critica argomentata è in grado di trasformare questo vuoto, fatto di raggi e luogo: http://whlr.blogspot.it/2011/12/blog-post.html

  • Quella del titolo è anche l’opinione espressa più d’una volta da Jerry Saltz che la “radicalizza” (con un po’ d’ironia) fino a spingerla ad un vero e proprio “prezzario etico” per l’arte contemporanea ecco una di queste formulazioni (Jerry Saltz – post su Facebook – 15/11/12)
    “”I think that all art should cost the same amount.
    Really.
    $12,000 for anything made after 2000.
    $15,000 for anything made between 1990 and 2000.
    $20,000 for anything made between 1980 and 1990.
    $25,000 for anything made between 1975-1980
    $30,000 for anything made between 1970 – 1975.
    $40,000 for anything made between 1965-1970.
    $50,000 for anything made between 1955 – 1965.
    $75,000 for anything made between 1945-1955.

    As Col. Kurtz wrote, “Do that and our troubles here would be over very very quickly.” “”

  • balin

    “Un po’” d’ironia? Solo un po’? Saltz chiude il cerchio della beffa, perchè mostrandosi critico di questo sistema, ne è di fatto una colonna

    • Onestamente non mi pare che si possa dire che J. Saltz sia “una colonna di questo sistema”, al contrario …

  • Giangio

    Tempo due anni, la bolla del contemporaneo esplodera, facendo saltare in aria tutto il sistema. è così che cominciano i crack, con le critiche dell’establishment.
    Il contemporaneo in quanto tale sta morendo, rassegnatevi.

  • Emanuela

    Prezzario etico? Il mercato non ha un etica.Ha un solo fine,moltiplicarsi.

    Capisco il disappunto,ma aspettarsi che un valore soggettivo,perquanto storicizzato ( quello delle opere d’arte ) abbia una stretta relazione con un valore obbiettivo ( quello del denaro necessario all’acquisto delle opere ) mi sembra poco realistico.
    Auspicabile si,ma è un’aspettativa che al mercato non interessa.

    Vale uno Zurbaran,quanto 10.000 stipendi medi? Se si vuole si possono utilizzare altri termini di paragone.
    Quanto vale la gratificazione di comperarlo o venderlo?
    Quanto vale possederlo piuttosto che guardarlo ?
    Al mercato non interessano queste domande.Interessa il profitto.
    Anche all’arte ( quella che viene legittimata a darsi quel nome ) interessa poco.

  • Perchè si compra un i-Phone o un BMW? Nell’arte si tratta di rinegoziare le motivazioni. A cosa serve l’arte? Ho proposto a questa rivista un articolo per aprire un dibattito…vediamo

    Ok il mercato, ok l’investimento..ma ci devono sempre essere motivazioni di fondo, se no si tratta solo di una bolla speculativa destinata a scoppiare e a fare solo danni di lungo periodo.