Lo Strillone: allarme terremoto anche per le torri di Bologna su La Stampa. E poi la Gioconda a rischio, capitali orientali per la cultura, Wim Delvoye al Louvre…

Ricostruire presto, ricostruire tutto: il patrimonio culturale dell’Emilia ferita nelle attenzioni di Antonia Pasqua Recchia, intervistata da Avvenire. Mentre La Stampa lancia l’allarme per le torri di Bologna e Corriere della Sera comincia a contare le disdette dei turisti che mollano la riviera al proprio destino. A crollare è anche la Gioconda, però: La Repubblica […]

Quotidiani
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Ricostruire presto, ricostruire tutto: il patrimonio culturale dell’Emilia ferita nelle attenzioni di Antonia Pasqua Recchia, intervistata da Avvenire. Mentre La Stampa lancia l’allarme per le torri di Bologna e Corriere della Sera comincia a contare le disdette dei turisti che mollano la riviera al proprio destino. A crollare è anche la Gioconda, però: La Repubblica lancia l’allarme per lo stato di un capolavoro a rischio estinzione.

Nel commento firmato Nannipieri e Cavazzoni su Il Giornale una boccata di sana realtà. Lo Stato non può arrivare ovunque, anzi: non arriva nemmeno dietro l’angolo (vedi Madre, addio alla Quadriennale e via dicendo)! Meglio allora aiutare gli investimenti privati: magari anche cinesi. Su Il Sole 24Ore l’ingresso di capitali orientali nei progetti di valorizzazione turistica del sito di Pompei.

L’intervento di Wim Delvoye al Louvre su Sette, lo stato del cinema italiano dopo Cannes nel primo piano de L’Espresso. Aligi Sassu in mostra a Savona su Il Venerdì, dove nei suoi Aborismi Achille Bonito Oliva arriva un po’ in ritardo. Il suo laconico “No Cav” non è propriamente sul pezzo…

– Lo Strillone di Artribune è Francesco Sala

  • Trovo sconfortante che l’intervento di Nannipieri e Cavazzoni su “Il Giornale” sia definito “una boccata di sana realtà”. Personalmente ritengo che l’idea di far entrare in modo deciso i privati nella gestione della cultura acquisti forza maggiore in tempi di crisi a causa delle evidenti inefficienze e mancanze dello Stato, ma penso che la contingenza non faccia altro che falsare il ragionamento. Una gestione “imprenditoriale” dei beni culturali, in grado di produrre ritorno economico, non è necessariamente la strada giusta per la tutela e la valorizzazione del patrimonio: molte attività portate avanti dalle Istituzioni culturali (come la ricerca scientifica, solo per fare un esempio) non sono attività redditizie a breve termine e necessitano dunque del sostegno pubblico. Viste attraverso il filtro dell’etica del guadagno, potrebbero apparire come inutile sperpero di risorse! La formazione della memoria e dell’identità comunitaria non passa sempre per il profitto: c’è il rischio di trasformare quelle che dovrebbero essere complesse strutture di produzione e acquisizione culturale in semplici “luoghi di svago”. Molti musei-impresa sacrificano il loro ruolo sociale per rincorrere le finalità ricreative che stanno a cuore al grosso del pubblico pagante. Con ciò non voglio dire che sia da evitare ogni intervento privato nel settore culturale: esistono modelli virtuosi di collaborazione tra pubblico e privato. Tuttavia chi titola “La cultura deve vivere senza lo Stato” (così fanno Nannipieri e Cavazzoni su “Il Giornale del 1 giugno, citati qui da Francesco Sala) è su posizioni che giudico francamente estremiste. Come dire che la televisione pubblica dovrebbe sparire per far posto a quella commerciale e che in questo modo la qualità dei programmi sarebbe migliore! Senza contare il rischio di manipolazione dei contenuti culturali (che appare evidente se pensiamo all’esempio televisivo). Dobbiamo credere nella Comunità, nelle Istituzioni e nello Stato come principi fondanti di una società democratica che non abbia come unica finalità quella del guadagno, ma che si ponga anche obiettivi di crescita culturale e morale. Va bene battersi per il rinnovamento di una classe politica inadeguata e per trovare soluzioni ai problemi scaturiti dalla crisi economica, ma attenzione ai nuovi individualismi e agli egoismi emergenti. Non mettiamo in dubbio la validità del modello democratico di convivenza civile. Proprio il fallimento di certe logiche capitaliste ci ha portato a questo punto. La legge dell’economia è la legge del più forte, non è la più giusta.