Scherzavate, non è vero? Boeri e Pisapia vogliono staccare Il Quarto Stato dal Museo del 900 e portarlo in Comune. Per fortuna in pochi prendono la cosa sul serio…

La lettura “politica” è la più facile, e probabilmente la più sbagliata: il sindaco gauchiste si vuol mettere in casa uno dei simboli storici del socialismo operaio. Dando un nome a ciò di cui parliamo, Giuliano Pisapia, Sindaco di Milano, vuole riportare Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo a Palazzo Marino. Sbagliato, anche se […]

Il Quarto Stato
Il Quarto Stato

La lettura “politica” è la più facile, e probabilmente la più sbagliata: il sindaco gauchiste si vuol mettere in casa uno dei simboli storici del socialismo operaio. Dando un nome a ciò di cui parliamo, Giuliano Pisapia, Sindaco di Milano, vuole riportare Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo a Palazzo Marino. Sbagliato, anche se il concorso ideologico nella decisione non è sicuramente mancato. Sbagliato soprattutto perché l’idea non è sua, ma – come specifica oggi la stampa meneghina – dell’Assessore alla Cultura Stefano Boeri, insoddisfatto della scarsa valorizzazione che il dipinto avrebbe nell’attuale collocazione al Museo del 900, ed intenzionato a dargli maggiore visibilità ed un ruolo di “rappresentanza”. Insomma, nel nuovo museo di Piazza Duomo un quadro non è sistemato a dovere e invece di sistemarlo come conviene cosa propone l’assessore alla cultura della città? Di portarlo altrove. Depauperando peraltro un museo che non sta andando proprio alla grandissima, ultimamente, quanto a ingressi.
Immediate le reazioni, spesso improntate all’ironia, o al distacco, come quella dell’architetto Italo Rota, responsabile della ristrutturazione dell’Arengario e ideatore del percorso espositivo. “È un quadro molto fragile che ora è protetto – ha spiegato a Repubblica -. È stato per anni a Palazzo Marino. Se la politica decide di riportarlo che lo faccia. A me le polemiche del mese di agosto non interessano”.
Insomma, un’uscita da molti bollata con come boutade estiva. Peraltro se Boeri desidera davvero un’opera d’arte significativa per Palazzo Marino ne ha legittimità. E la cosa non può che farci piacere. Ma invece di depredare altri musei civici, ne commissioni una nuova, del 21esimo secolo, realizzata da un grande artista di oggi e di domani. Perché un’amministrazione comunale in una città come Milano deve farsi rappresentare da icone di oggi e di domani, non di ieri. Per quelle vanno benissimo i musei.

  • scureggio

    tanto sono tutti una massa di tamarri, pisapia, boeri e rota in primis.

  • mario casanova

    Al di là della crisi dei musei in generale, come luogo anch’esso forse troppo istituzionale, una tale icona coma questo Da Volpedo deve sicuramente essere… ‘di tutti’

    • cristina

      sarebbe più importante parlare della programmazione di palazzo reale per l’autunno-inverno di cui non si sa nulla. C’erano in programma varie mostre ma tranne quella dedicata ad artemisia gentileschi delle altre non si ha conferma.
      Sarebbe importante anche parlare della situazione dei musei milanesi: al Castello spesso alcune sale sono chiuse per mancanza di custodi, idem a Brera. La casa museo Manzoni ha orari impossibili.
      Il Quarto stato a Villa Belgiojoso non era così ben collocato perchè la stanza era piccola per le dimensioni del quadro. Tuttavia era coerente con il percorso espositivo.
      Al Museo del 900 è interessante come apertura del percorso. Ricordo a chi scrive commenti a volte senza conoscere bene la situazione che nel museo del 900 fino alla sala del Quarto Stato si accede gratuitamente proprio perchè il quadro fu acquistato “dai cittadini”, dopo molti anni dalla sua prima esposizione e dopo la tragica morte del pittore.
      A Palazzo Marino sarebbe davvero sempre accessibile? Anche il sabato e la domenica? E con che costi per l’amministrazione? A proposito- parlo come guida museale e turistica- bisognerebbe affrontare anche il problema delle visite di palazzo Marino affidate da un po di tempo a un dipendente comunale e dirette alle scuole, ovviamente solo nei giorni feriali Ricordo quando con una semplice richiesta come guide potevamo anche condurre gruppi di adulti, turisti o milanesi interessati. Se non la domenica almeno il sabato si potrebbe considerare per un’apertura al pubblico, magari limitando l’accesso al solo piano terreno o addirittura solo al cortile cinquecentesco. Vi assicuro che soprattutto i milanesi sarebbero molto interessati a visitare il palazzo che ha una storia emblematica ed interessante e che di recente è stato restaurato ed allestito con un bel percorso di opere d’arte.

  • elisabetta

    Non si toglie un quadro da un museo- per altro recentemente realizzato- per farne un uso ‘personale’ !

  • stefania

    Mi pare evidente che abbia ragione Boeri ad essere insoddisfatto di questa collocazione. Sono d’accordo con la sua proposta che non è solo simbolica ma tesa alla valorizzazione dell’opera che, dove sta ora, muore. Se vi è capitato di vedere il quadro al Museo del 900, in quella nicchia nera nel vano scale, ne avrete sicuramente sofferto. Mi spiace che la notizia sia parziale e un po’ tendenziosa. Boeri e Pisapia non vorrebbero Il Quarto Stato dietro la loro scrivania, ma in una sala aperta al pubblico, visitabile. Peraltro in passato il quadro è stato a Palazzo Marino a lungo, da dopo la seconda guerra mondiale fino agli anni ’80.
    Boeri inoltre ha fatto diverse proposte sullo spostamento: da una nuova collocazione nello stesso Arengario, fino all’ipotesi (a mio avviso la migliore) di riportarlo a Villa Reale dove – per inciso – stava benissimo.
    Credo inoltre che questa ricollocazione che è, mi ripeto, volta alla valorizzazione di un pezzo capitale, non tocchi in nessun modo le politiche del contemporaneo. Arriveranno anche le commesse di nuove “icone di oggi e di domani”. E questo sinceramente mi fa un po’ più di paura…

    • eko

      si. io ne ho sofferto…

  • gian antonio garlaschi

    è un simbolo storico del movimento operaio oppure è un dipinto che ha scarsa valorizzazione? Greppi primo sindaco del dopoguerra l’ha portato nella sala del consiglio comunale dove è rimasto per un sacco di tempo, quel quadro pagato da una sottoscrizione di Milanesi era e dovrebbe stare in un posto dove tutti lo possono vedere, magari senza pagare, visto che è dei Milanesi. Non sarà certo la sua assenza a cambiare le sorti del “museo del 900”, che ha i suoi problemi in ben altre cause ovviamente, se ne vogliamo parlare apriamo un dibattito su quelle, la lista sarebbe lunga imbarazzante e dolorosa. Ma forse gli “addetti ai lavori” non vogliono pestarsi i piedi tra loro e trovano più facile attaccare chi mette in dubbio la “sacralità” del loro operato. Bisogna cambiare mentalità altrimenti è la fine! Le torri d’avorio prima o poi cadono!

  • Angelo Errico

    Chi ha detto che quel quadro ornerà un ufficio di Palazzo Marino? E chi ha detto che quel quadro è stato portato al Museo del 900 per restare lì?
    E’ posto in una teca male illuminata peraltro, con rimbalzi di luce sulla lastra di vetro, irritanti e che poco agevolano l’apprezzamento dell’opera.
    Lì al nuovo museo o in un qualsiasi altro posto, quel quadro parla sempre di sè, e lo fa da padrone di casa.
    Spostarlo non è un’impellenza, certo, come lo sono forse più i dipinti a Brera a rischio degrado e marcescenza; però, se la collocazione del Quarto Stato può essere valutata all’interno di un percorso con la visione di altri dipinti coerenti con un tema espositivo, perché non farlo?
    Considerato il calo di visite al Museo del 900 , mi domando allora: bisogna sperare che la vista gratuita di quell’opera del Pelizza al primo piano, invogli la gente a scendere contro mano dalla rampa, per fare il biglietto d’ingresso al museo, e ripetere il percorso fino al secondo piano? Bella valutazione del Quarto Stato!
    Perché invece non si pensa a riempire con qualcos’altro lo spazio espositivo del Museo del 900? soprattutto per il periodo post bellico, dal 50 in poi, che a me sembra: scarno, spoglio, e manco così tutto interessante. Bisognerebbe fare una marcia di protesta, come quei rozzi tamarri (per usare le parole del tizio che si firma scureggio, il che la dice tutta) che avanzano in prima linea dalla tela
    (Angelo Errico)

  • fff

    SONO UNA MASSA DI TAMARRI, QUALSIASI COSA FACCIANO SARANNOS SEMPRE DEI VOLGARI SENZA NESSUNO STILE, SPRECANDO I SOLDI PUBBLICI PER UN MUSEO DALLE SCALE A CHIOCCIOLA AZZURRE. OPPURE PER STRAFARE CON L’EXPO CHE NON è ANCORA PARTITO, PER UN MUSEO D’ARTE CONTEMPORANEA CHE NON SI FARà. I MUSEI NON SONO MAUSOLEI. LA VERA SPESA è LA GESTIONE NON L’EDIFICAZIONE, BRUTTI ZARRI CHE NON SIETE ALTRO. BOERI A CALCI IN CULO IN PIAZZA DUOMO SUBITO, PISAPIA SUI CECI. ROTA A RIDIPINGERE LE SUE SCALE BLU IN COLORE PIU SOBRIO CON LA LINGUA, POI EVIRAZIONE PUBBLICA E REINTEGRO COME SPAZZINO DELLE BANDE DI LATINOS CHE S’AGGIRANO IN GALLERIA. TAMARRI.

  • Franciscus Urbinas

    Sono lontanissimo da Milano (Urbino) ma la questione ugualmente mi appassiona perché il problema della “restituzione” delle opere mobili ai luoghi per i quali sono state pensate, è universale. Il nostro territorio, ad esempio, è stato saccheggiato costantemente. Decontestualizzata, l’opera d’arte non è leggibile se non simulando una precomprensione storico-ambientale. Es. Come leggere a Milano (Brera) la pala dei Montefeltro di Piero della Francesca senza immaginare il percorso ideativo? Ora l’immensa (cm 293×545) e suggestiva tela di Pellizza da Volpedo è nata a Milano e pagata da una sottoscrizione promossa dal Comune nel 1920. Non sarebbe scandaloso se tornasse al Comune. Ma questa decisione non può essere un operazione politica (esaltazione dell’attuale governo comunale). Deve semmai rappresentare una scelta collettiva per la valorizzazione dell’opera e per la sua “fruizione”. Il Comune potrebbe farne una copia e lasciare l’originale dov’è.

  • Anna

    Avendo visto l’opera a Villa Reale, quando l’ho rivista all’Arengario ci sono rimasta un poco male. Le manca spazio. Spazio davanti, perché uno camminando deve poterle andare incontro.
    Se anche all’Arengario le si trova una sala di misure adegfuate e senza riflessi dalla strada, possono benissimo collocarla lì.

    A.

  • fff

    ROTA A SPAZZARE LA GALLERIA VITTORIO EMANUELE II ORA!!!!

  • D.

    Che l’articolo fosse quanto meno malizioso fin dall’inizio è evidente e mi chiedo perchè e chi giovi.

    Stefano Boeri ribadisce oggi:
    Tre commenti. 1. Confermo la mia valutazione sulla attuale disposizione infelice del Quarto Stato : dietro un vetro semi-riflettente (in alcune ore il riflesso del sole scherma il dipinto) che lo trasforma in una teca da “diorama”, a cui si accede lateralmente da una rampa che porta al bar del Museo del 900, ma senza lo spazio necessario a rendere il suo apparire improvviso una esperienza percettiva adeguata alla potenza dinamica insita nel dipinto. 2. Ho proposto di riflettere, insieme alla Direttrice del Museo e al suo Comitato Scientifico, su una collocazione alternativa : a) nel Museo o in altro spazio accessibile e gratuito di palazzo Reale; b) a Villa Reale (dove era fino a qualche mese fa); c) a Palazzo Marino in una stanza accessibile (gratuitamente) al pubblico; d) al Castello Sforzesco, dove era ospitata prima del Ventennio fascista. 3. Ringrazio tutti per i commenti -entusiasti, aspri, appassionati, ironici, sprezzanti- che confermano quanto sia importante discutere pubblicamente e senza pregiudizi di alcuni frammenti della nostra memoria collettiva. Continuerò a proporre temi e spunti di riflessione che portino ossigeno alle decisioni di chi governa e maggior attenzione verso il nostro straordinario e troppo spesso dimenticato patrimonio artistico. A presto e grazie ancora.

  • Ho supposto che ci sia una questioni di equilibri interni da tenere presente.
    Boeri non ha più l’expo quindi potrebbe essere stato necessario equilibrare la situazione e lo spostamento del quarto stato potrebbe essere una soluzione soddisfacente in questo momento dove il nuovo sindaco si trova a dover gestire alcune
    situazioni, a parer mio, piuttosto complicate.
    Io la vedo così. lo spostamento va al di là di una logistica ottimale per una visibilità maggiore o per sottolineare la posizione politica del sindaco o altro.

  • dimenticavo: commissionare un’opera nuova mi sembra proprio l’idea migliore!!!
    Magnifico commissionare un’opera nuova ad un grande artista di oggi e di domani!!
    Vorrei fosse italiano.

  • Corrado

    Il problema vero è trovare un “grande” artista italiano di oggi, che riesca ad esprimere i valori di Pellizza!

    • Che sia “grande” per tutti e mettere d’accordo quei “tutti” che potrebbero/dovrebbero scegliere. Il problema, probabilmente inesistente in altri paesi con un altro approccio/ rispetto per le Arti, qui diventerebbe un “affaire” complicato da fattori assolutamente estranei, non solo esterni, alla cultura, alla pittura, al significato, alla voglia e alla volontà di comunicare, esporre, un qualcosa.
      L’arte sembra spesso usata come oggetto poco interessante intorno al quale è sempre possibile aprire una polemica. Un pò come in una riunione di condominio quando anzichè parlare della caldaia da cambiare si avventano tutti sul colore dello zerbino dell’ascensore.
      Ricordo proprio l’editoriale, che mi ha proprio toccato il cuore, molto bello di Tonelli sul numero 1 del magazine: Parlava dei lavori dei nostri artisti per il terremoto dell’Aquila…
      Se non l’ha letto lo legga! mi pare si possa anche scaricare in pdf.
      Mi scusi sono andata fuori tema. era solo per dire che un’artista italiano ci potrebbe essere , magari ci potrebbe essere uno spazio per giovani artisti che espongono a rotazione, molto semplicemente. Ogni volta con un tema sociale , una problematica attuale. Ci potrebbe essere di tutto è l’approccio che è miserrimo, in generale.
      grazie per l’attenzione

  • And

    Il “Quarto Stato” dove sta ora è in una posizione davvero infelice: aldilà della pessima illuminazione, la follia è stata di inserirlo in una saletta laterale rispetto alla rampa del percorso, quando un quadro del genere, di quelle dimensioni, andrebbe messo in fondo a un corridoio, per restituirgli la giusta prospettiva, che attualmente viene sacrificata da una visione laterale! Vi ricordate di quando fu esposto alla mostra “Ottocento” alle Scuderie del Quirinale? Lì sì che risaltava davvero la folla operaia che avanza verso lo spettatore!
    In quanto al Museo del 900, è uno degli ultimi regali di donna Letizia Moratti ai milanesi… invece di decentrare spazi espositivi in una città troppo ripiegata su sè stessa (e le alternative c’erano, eccome se c’erano), si preferisce concentrare tutto a piazza Duomo, accanto a palazzo Reale che già calamita tanti visitatori: l’Arengario è un edificio angusto, troppo piccolo per esporre tutte quelle opere d’arte contemporanea, con quelle scale mobili all’interno che fanno tanto Rinascente! O si sbatteva fuori la Mondadori dal palazzo accanto e si creavano due musei gemelli, o lo si faceva da tutt’altra parte!

    • Cristiana Curti

      Il Museo di Arte Contemporanea (CIMAC, e l’arte contempornaea di allora era la moderna di oggi) era già previsto dagli anni ’70 da Mercedes Garberi all’interno di Palazzo Reale di cui occupò già una porzione sino a quando negli anni ’90 fu chiuso per restauro. Le ricchissime collezioni (che all’Arengario non vedremo mai per mancanza di spazio) dei grandi mecenati e artisti milanesi furono disperse. Teresita Fontana ritirò per protesta la propria donazione e preferì aprire una Fondazione intitolata al marito. Sempre a Milano, ma di difficile accesso.
      Il motivo per cui a Palazzo Reale (che sarebbe stato ottimo, se TUTTO utilizzato per la prevista funzione di Museo dell’arte del XX secolo) non si poté proseguire nel correttissimo progetto garberiano fu proprio la massiccia ingenerenza (e i diversi interessi, anche particolari, anche dell’altroieri, e forse anche di domani) che le mostre temporanee imposero al Comune e alle diverse Amministrazioni.
      Si perse definitivamente un’occasione. E il grande collezionismo milanese si allontanò dalle Istituzioni che non seppero tener conto dei grandi lasciti e delle generose donazioni, mal esposte o addirittura abbandonate per anni nei magazzini dei diversi Musei della Città.
      L’Arengario è un posto sbagliato, incomprensibile, privo di qualsiasi caratteristica museale. E il lavoro di Rota – per quanto discutibile possa essere – in questo non ha la minima colpa. Le opere ne soffrono, malgrado un notevole comitato scientifico che lavora al meglio.
      Non è solo il Quarto Stato che ne esce male.
      Per vedere qualche mostraccia di Dalì disneyano Milano si è giocata la possibilità di avere un grande Museo all’altezza del suo secolo più grande in arte.

      • And

        Cristiana grazie per l’utile riassunto, sei sempre garbata ed esauriente. Ma non credi sia meglio che Palazzo Reale continui a fare mostre e mostracce e basta? Tanto ormai non si può fare altro! Tornando al museo del ‘900, ricordo che tra i vari progetti c’era di riutilizzare quei capannoni accanto alla fondazione Pomodoro (e così facendo si sarebbe valorizzata l’area retrostante via Savona/via Tortona, che oggi è sinomino solo di studi di design), o ancora, un’area di viale Campania dove hanno aperto da poco il museo del fumetto (lì invece avrebbero attirato tutta l’area universitaria verso al Politecnico). Non parlo dell’Hangar Bicocca che è in una zona dimenticata da tutti, ma insomma di idee ce n’erano….e invece ci dobbiamo tenere questo inutile Arengario e, tanto x ingolfare il centro storico, in piazza della Scala apriranno i due nuovi musei con le collezioni private delle banche: edifici bellissimi, ma così si continua a dimenticare il resto della città!

  • Gentile e Chiarissima Cristiana,
    riporto la sua tra parentesi: “(e i diversi interessi, anche particolari, anche dell’altroieri, e forse anche di domani)” perchè la sua parentesi conferma la mia idea/realtà dei fatti. Eliminerei il forse.
    Mi domando, probabilmente Lei può saperlo o quantomeno avere una visione chiara, se non sia possibile usare spazi esistenti per questo fantomatico, impossibile, museo d’arte contemporanea o per un nuovo museo. spazi tipo la Rotonda della Besana, Palazzo Dugnani (usato per Tacita Dean da Gioni/Trussardi , per esempio, e poi, ovviamente, richiuso).
    Noi sognatori immaginiamo una bella rete museale che parte da Brera per proseguire con un percorso cronologico sino ad oggi . E si potrebbero creare percorsi ad hoc per varie utenze. inseirirei gli esistenti brera, diocesano, ambrosiana, novecento, triennale, etc. invece? eccoci qui a scrivere qualcosa.
    la ringrazio dell’attenzione e di tutte le precisazioni che ha la pazienza di scrivere per persone come me.

    • lo so sono anadata fuori tema. mi collegavo all’ultimo commento.

  • Cristiana Curti

    Cari And e Augusta, grazie di cuore per l’attenzione dedicata al mio commento.
    Non si può far nulla per l’Arengario, me ne rendo conto. Sbagliato il concetto dal principio, oggi ce lo teniamo così, anche se potrebbe essere, in un futuro più saggio, convertito a sede di mostre temporanee (è talmente scombinato che ne potrebbe contenere molte senza che cozzino l’una con l’altra). Avrete senz’altro notato che, consapevoli PERSINO i politici dello spazio insufficiente alle collezioni milanesi, si è dovuto affettare un pezzo di Palazzo Reale e annetterlo all’Arengario.

    Visioni chiare a me non sono concesse senza informazioni dirette sullo stato edlle cose, ma si potrebbe provare a sognare comunque.
    1)eliminazione di un settore della burocrazia dell’Assessorato, quella che procede – indipendentemente e autonomamente (per imposizione divina?) dagli uffici assessorili – alla programmazione, troppo dispendiosa, troppo casuale, troppo poco qualificante, delle mostre temporanee. Via anche i diversi Comitati civici per il Decoro urbano e simili che non sono serviti altro che a permettere a qualcuno dei Membri di far propri gli interessi comuni. Tutti soldi spesi per nulla.
    Il cartellone delle manifestazioni temporanee (per rispondere anche alle giuste domande di cristina) potrebbe essere riprogrammato SOLO E OTTIMAMENTE dai direttori (buoni studiosi sempre messi all’angolo, non si sa il perché) dei diversi Musei Civici magari (dato il periodo di emergenza economica) DAVVERO in collaborazione con quelli della Soprintendenza (l’osso più duro), partendo da Brera, coinvolgendo proficuamente la Triennale e considerando senz’altro l’importante realtà progettuale del Museo Diocesano (e annessi), almeno sin tanto che sia diretto dall’ottimo e tosto Paolo Biscottini. Da qui si giungerebbe a formulare un percorso, come suggerisce più che giustamente augusta, ben integrato dei diversi musei e spazi culturali cittadini. Questa è la cosa più complessa. Negli anni ’70 e ’80 esisteva e funzionava: cosa è cambiato in peggio? Milano è piccola, non è Londra né Roma, si può far tutto, se si vuole.
    2) riappropriazione degli spazi espositivi per mostre temporanee per volgerli alla riqualificazione del patrimonio cittadino di cui neppure il Milanese è al corrente. Le mostre “importate” costano tantissimo e la sponsorizzazione oggi deve essere rivolta almeno in parte a progetti più duraturi. E’ difficile da digerire, ma è così. Palazzo Dugnani è perfetto per interventi nel Contemporaneo (ma anche per ospitare laboratori e residenze di giovani artisti, cercando di seguire l’esempio dei quartieri londinesi per artisti, dove trovare a poco prezzo studi e abitazioni, gestiti direttamente dal comune), in forza anche della vicinanza con il PAC con cui non ha mai dialogato (e chi dialoga con il PAC?). La Rotonda della Besana deve tornare a essere uno spazio davvero della milanesità e ospitare rassegne ma anche convegni e seminari che esaltino il ruolo di Accademia e Università cittadine: era un luogo di scambio e di interazione con la cittadinanza, oggi è un sito in appalto al primo che paga. Costituire (con poca spesa e necessaria schedatura delle opere affidata a giovani universitari con un coordinatore scientifico) un VERO museo di Arti decorative sulla traccia delle istituzioni francesi ampiamente rodate in merito al Castello Sforzesco (le collezioni di mobilier lì accatastate e ancora non esposte sono infinite e bellissime, credetemi).
    3) ripresa del progetto in area Tortona/Solari/Savona di un Museo di arte Contemporanea. Quel sito civico – parliamo dei grandi capannoni umbertini e d’inizio secolo di archeologia industriale che ospita(va)no, ad esempio, i magazzini delle scenografie della Scala -, And, è notevolissimo, immenso, qualificante, affascinante, perfetto. Si tratta di riprogettarlo e ora che c’è a Milano un Assessore/architetto (e neppure uno degli ultimi!) quale migliore opportunità? Altro che collaborazioni esterne! Altro che gare d’appalto per archistar! Che l’Assessore ci aiuti a riportarlo alla vita.
    Ma senza collezioni in deposito qualsiasi nuovo Museo morirebbe. Per ottenere opere importanti e non di raccatto (e la lacuna è già drammaticamente visibile dopo l’arte degli anni ’60 al Museo del Novecento) è necessario instaurare un rapporto solido con il collezionismo cittadino e nazionale che si senta riconosciuto come fu almeno sino agli anni ’80 del secolo scorso. Non a caso donazioni e depositi di collezionisti milanesi e lombardi oggi vanno a favore di istituti o non milanesi (si preferiscono le istituzioni di Provincia o la Capitale) o non civici tout court (meglio dare al FAI, meritevolissimo ci mancherebbe, ma con scopi differenti dalla promozione della Città intera…). Si deve cominciare una politica di depositi temporanei a lungo termine sulla scorta dell’esperienza straordinaria del MART che in soli quindici anni forma una collezione permanente d’arte impensabile partendo da quattro disegni di Depero e due tele di Segantini, con corrispettivi e bonus per i prestatori. Con pochissime acquisizioni e molte opere provenienti da depositi temporanei ce la si potrebbe fare (Milàn l’è semper Milàn…). E’ giusto venga tributato lustro a chi dà alla Città. Ma per anni Soprintendenza e Comune (in particolare con Alessandra Mottola Molfino che avversava dichiaratamente questa politica di contatto e relazione) hanno sfavorito colpevolmente queste iniziative e così ora Milano è povera di arte contemporanea e non saprebbe come riempire un ipotetico nuovo Museo.
    Alla Direzione del Museo d’arte contemporanea è necessaria UNA sola testa molto qualificata che sappia parlare alle forze propulsive cittadine e conosca come coinvolgere le Fondazioni bancarie chiedendo a queste di formare le proprie collezioni d’arte contemporanea direttamente PER il Museo, ad esempio – ma va’? – Luca Massimo Barbero che fece miracoli dove tutti pensavano sarebbe stato un flop; poi, siccome non solo non fu flop ma fu successo, la solita becera longa manus della politica impose balzelli che il nostro non poté accettare e adesso tutti piangono sul latte versato.
    4) (più importante) riallacciare i rapporti troppo a lungo sospesi fra forze private della cultura cittadina (vedi la Fondazione Pomodoro ma anche la Mazzotta – e altre -, che stentano a campare e sono sempre sull’orlo di chiusura, anche se – spesso e volentieri – hanno sopperito IN QUALITA’ nella progettazione e produzione di rassegne temporanee) e l’Ente pubblico. Fra i Privati da coinvolgere vanno comprese soprattutto le gallerie che in Città riescono nel Contemporaneo laddove il Pubblico non può, ma non soltanto con l’affitto delle sedi pubbliche a questa o quella. I galleristi formino un Comitato consultivo accreditato in Comune che – accontentando ogni tendenza artistica – programmi le rassegne temporanee d’arte contemporanea mantenendo una continuità critica e un legame con l’Università e l’Accademia e un occhio di riguardo alla tradizione di Milano. Ad esempio a me piacerebbe assai avere una grande mostra sul ruolo fondamentale (d’internazionalizzazione dell’offerta) delle Gallerie d’arte nella Milano del secondo dopoguerra. Perché una figura come Ettore Gian Ferrari che istituì e diresse, fra le molte cose, anche l’Ufficio vendite della Biennale di Venezia e fondò l’Associazione dei Collezionisti milanesi, non è riscoperta e rivalutata soprattutto per le sue intuizioni intorno alla migliore circolazione dell’arte internazionale? Da lì si può insegnare a chi non c’era e a chi non sa e ripartire con una collaborazione che faccia pensare a un’unica anima che promuove cultura. Chi deraglia o approfitta particolarmente della situazione, è fuori dal gruppo.
    5) Promuovere una maggior collaborazione fra Comune e fiere d’arte (al Miart la Moratti s’è degnata di andare la prima e unica volta per giocare a calcetto…) che devono essere programmate in modo più logico e magari accorpate. L’Amministrazione e la gestione vada a un comitato di esperti (NON curatori) del settore possibilmente non italiani. Non è un caso che il Miart che dovrebbe essere la fiera di riferimento nazionale del mercato nell’arco di pochi anni sia praticamente defunta.

    Sto sognando troppo?
    Si deve pensare al’EXPO che non è questione solo milanese ma nazionale. Non possiamo permetterci di perdere l’occasione di dimostrare che si può, se si vuole.

    Ma senza lo snellimento di una burocrazia fatta solo di “paletti” e senza l’eliminazione di favori troppo a lungo concessi a chi non li meritava (e di questo, nessun Assessore sino ad oggi s’è fatto carico), non si può far nulla.
    Se Libeskind non si può avere, prendiamo ciò che è già sul piatto, convochiamo la cittadinanza, organizziamo il lavoro, elaboriamo strategie di lunga prospettiva. I tempi sono durissimi. E’ ora di cominciare.
    Se Pisapia fu eletto con pochi soldi di campagna elettorale e con la forza della volontà e del lavoro dei suoi sostenitori, mentre perse un Sindaco che aveva saputo accaparrarsi l’EXPO e che spese sei milioni di euro (propri) per la sua rielezione, questo vorrà pur dire qualcosa. Quindi, perché non continuare in questo “miracolo a Milano”?
    E’ qui che il Quarto Stato diventa il Simbolo. Che, per quanto mi riguarda, può stare anche dov’è ora. Basta non perdere altro tempo.
    Scusate (soprattutto la Redazione) per favore la mia consueta verbosità e la gutta che spera un giorno di cavare lapidem.

    • Massimiliano Tonelli

      Le cose normali, a sud delle Alpi, sono sogni. Interessante comunque questa disamina.

      • Cristiana Curti

        Al suo buon cuore.

  • Credo che il sogno abbia preso troppo spazio:-). ahimè.
    Punto per punto un programma eccezionale ma prima di tutto sarebbero necessari dei lunghi anni di ritiro in meditazione per smantellare tutti gli Ego e far sì che la comunicazione diventi collaborazione perchè la cultura sia al servizio della città nello stesso momento in cui la città si mette al servizio della cultura.
    Grazie.

  • Cristiana Curti

    Grazie a Lei, augusta. E’ un piacere sentire ancora queste interiezioni. Malgrado l’inevitabile sconforto.

  • pietro sergio

    l’attuale ubicazione è indubbiamente offensiva : avrebbe meritato una collocazione scenografica all’ingresso del Museo, a piano terra e quindi la gratuità.
    Ogni altra alternativa non dovrebbe dimenticare la Fiumana a Brera, bozzetti e disegni ed eventualmente affiancare Previati, Balla….
    Un pubblico dibattito, un censimento ecc….non sarebbero da escludere considerando l’attenzione e le tante considerazioni ed opinioni che tale dibattito suscita