Arte e cibo: antipasto di Expo a Brescia

Un “antipasto” sul tema di Expo. Oltre cento opere, dal Seicento ai giorni nostri, raccontano la storia dell’arte a tavola a Palazzo Martinengo, a Brescia. Un viaggio – fino al 14 giugno – fra nature morte, ultime cene e lattine iconiche, alla scoperta di piatti scomparsi, ricette intramontabili e molto altro ancora…

Vincenzo Campi, Mangiatori di ricotta, olio su tela, 72 x 89 cm. Collezione privata
Vincenzo Campi, Mangiatori di ricotta, olio su tela, 72 x 89 cm. Collezione privata

L’arte si mette a tavola. Succede a Brescia con Il cibo nell’arte: la più grande rassegna mai realizzata su quest’argomento in Italia. L’esposizione mette in evidenza il profondo legame che unisce la tradizione enogastronomica alla cultura figurativa del nostro Paese. La mostra abbraccia il tema dell’Esposizione Universale: “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”, ma offre anzitutto un interessante excursus degli ultimi quattro secoli di storia.
Il dialogo fra le arti figurative e quelle culinarie in Italia ha radici antiche e profonde e ha lasciato tracce indelebili lungo la Penisola, recuperate grazie a un ambizioso progetto, come spiega il curatore della mostra Davide Dotti: “l’idea della rassegna è nata due anni e mezzo fa, quando è stato reso noto che il tema dell’Expò sarebbe stato il cibo. Da quel momento è stato portato avanti un lavoro sinergico: filologico-culturale da una parte, diplomatico dall’altra”. Le opere in mostra, infatti, provengono principalmente da collezioni private e si vedono esposte per la prima volta, ma non mancano importanti prestiti museali. Un’esposizione completa, per un viaggio fra alimentazione e creatività dai risvolti decisamente inaspettati.

Andy Warhol, Velvet Underground, serigrafia su carta, pezzo unico, 63 x 31 cm. Collezione privata
Andy Warhol, Velvet Underground, serigrafia su carta, pezzo unico, 63 x 31 cm. Collezione privata

Tutto comincia con l’esplorazione dei sensi, perché il cibo non è un monologo del gusto, ma un dialogo fra il tatto, l’olfatto la vista e l’udito. Non è forse impossibile resistere al profumo del caffè appena fatto o alla soffice consistenza di una brioche? Per non parlare dello stuzzicante rumore di una bistecca che si abbrustolisce sul fuoco o della sensualità di un variopinto cesto di frutta. Gli artisti hanno preso ispirazione da tutto questo, per regalarci capolavori assoluti. Come ad esempio I mangiatori di ricotta di Vincenzo Campi, l’opera più antica presente in mostra. Si passa poi al viaggio del cibo, con le rappresentazioni di mercati, cucine e dispense. Successivamente si incontrano le sezioni dedicate ai singoli alimenti: dalla frutta alla verdura, dal pesce alla cacciagione, e poi ancora formaggi, dolci, vini e liquori. Un tripudio di forme e colori. Basti pensare alla bellezza intramontabile delle nature morte. La fortuna di questo genere risale all’epoca barocca e da quel momento i celebri cesti di frutta sono entrati a far parte delle più importanti collezioni della Penisola, custoditi gelosamente dai discendenti delle famiglie che hanno fatto a storia dell’Italia, fino ad oggi. Opere meravigliose, destinate ad abbellire le ville di campagna della nobiltà o i palazzi cittadini della nascente borghesia. In queste tele la meticolosità dell’esecuzione pittorica simula le qualità cromatiche e tattili degli alimenti, arrivando così a stimolare l’appetito dell’osservatore.

Piero Manzoni, Achrome, olio su tela, 43 x 43 cm. Collezione privata
Piero Manzoni, Achrome, olio su tela, 43 x 43 cm. Collezione privata

E alla fine si va a tavola. L’Ultima Cena è certamente uno dei soggetti più ricorrenti della storia dell’arte occidentale e ha subito molteplici interpretazioni. Nel Seicento il cibo, e il privilegio che quest’ultimo rappresenta, trova la sua massima esaltazione. L’Ultima Cena perde così l’iniziale connotazione sacra e diventa un espediente per esaltare la prosperità delle corti. Banchetti sontuosi, pietanze raffinate e alimenti i costosi, magari provenienti da terre lontane, assumono il ruolo di status symbol. Ma l’Ultima Cena più irriverente è quella dipinta da Andy Warhol nel 1986, in occasione di un concorso per il Palazzo delle Stelline, opera più recente in mostra.
Il menù artistico di Palazzo Martinengo si concentra, dunque, fra il Seicento e l’Ottocento, ma offre anche qualche assaggio dal sapore più recente. Dalle zuppe Campbell di Andy Warhol, ai limoni pop di Roy Lichtenstein, fino alle michette imbiancate di Piero Manzoni. Il viaggio gastronomico si conclude con l’installazione di Paola Nizzoli. Duemila elementi in cera, realizzati a mano, compongono una piramide alimentare di straordinario impatto visivo. Davide Dotti descrive l’opera con queste parole “Era il colpo di teatro che serviva per concludere la mostra in maniera spettacolare, ma lancia anche un messaggio importante: il cibo è gioia, arte e vita, ma deve essere consumato in maniera intelligente, equilibrata e senza sprechi. Penso che una mostra non debba solamente soddisfare l’occhio, ma anche insegnare”.

Federica Galassi

Brescia // fino al 14 giugno 2015
Il cibo nell’arte

a cura di Davide Dotti
PALAZZO MARTINENGO
Via dei Musei 30

030 2807934
[email protected]
www.palazzomartinengo.it

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/41761/il-cibo-nellarte

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Federica Galassi
Federica Galassi è nata e cresciuta a Milano. Dopo la maturità classica trascorre un anno a Londra dove studia curatela alla St Martins e lavora per la Belgravia Gallery. Tornata in Italia si iscrive a Beni Culturali presso l’Università Cattolica (laurea 110 cum laude), ma durante le pause estive torna a Londra per specializzarsi con corsi di arte moderna e contemporanea presso il Courtauld Institute of Art. Completa la sua formazione umanistica con un Master in Basic Project Management. Fa parte della redazione di ClassLife su Class CNBC, dove si occupa principalmente di arte, ma a volte scrive anche di lusso e lifestyle. Si definisce una sognatrice pragmatica.
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  • albertoagazzani

    Certo che non accorgersi della differenza fra un dipinto ed una foto ritoccata o è ignoranza o malafede: ormai è provato ed assodato che Ventrone non dipinge ma ritocca stampe!!!

    • artribune

      Provato e assodato da chi? Per chiarire: la didascalia di un’opera non è “inventata” da noi, trattandosi di un principio di scheda tecnica viene fornita così com’è dagli aventi diritto (organizzatore della mostra, artista, curatore e via dicendo). Poi, se vogliamo entrare nel dettaglio della tecnica utilizzata da un singolo artista ben venga l’approfondimento: via libera a citazione di fonti e studi in merito! :)

      • albertoagazzani

        Come sempre le code di paglia s’incendiano: chi ha detto che è colpa vostra? La colpa è di chi ha curato la mostra e del sedicente “comitato scientifico” che non sa o non vuole sapere. Chi scrive ha curato svariate antologiche di ventrone e scritto l’unica monografia sul mercato (Giunti), prima di appurare in maniera incontrovertibile che almeno da vent’anni Ventrone utilizza stampe al plotter (come sarebbe possibile, altrimenti, che vi fossero e siano svariate decine di sue opere – più o meno 100 al momento della verifica nel 2010 – sul mercato, quando lo stesso ne dichiarava non più di 8 l’anno…). Ho personalmente denunciato il fatto (Art Dossier Settembre 2010). Il fatto che sia praticamente scomparso dal mercato occidentale (cacciato pure da Bernarducci & Meisel a NY l’indomani della personale tenuta nella sua galleria, chissà perché? Oltre che dalla Galleria gahgliardi a San Gimignano ecc ecc), che le maggiori case d’asta non li accetino più (Finarte rifiutò un dipinto pluripubblicato perché “non accettiamo dipinti di Ventrone con la dicitura olio su tela”) avrà pure un motivo?

        • artribune

          Nessuna coda di paglia nè alcun senso di colpa: abbiamo chiesto un approfondimento al commento (che altrimenti sarebbe potuto suonare come un’illazione) e l’abbiamo ottenuto a beneficio di tutti, grazie per il contributo!

          • albertoagazzani

            Sarebbe finalmente ora che anche voi vi occupaste del fenomeno dei Fake Painters alla Ventrone, ossia di quei sedicenti pittori che spacciano per dipinti delle volgari stampe ritoccate! Il fenomeno è diffusissimo, anche grazie alla pelosa omertà di tanti (a chi conviene smascherare quel mercato? Ai galleristi, che hanno una fonte infinita di “capolavori”? No! Ai collezionisti che si sono comprati delle stampe pagandole come se fossero rari dipinti? No! Ai critici, che preferiscono ingrassarsi nella connivenza? Neppure. Sarebbe interessante un’indagine sul fenomeno partendo da Ventrone, Giuseppe Muscio, Marco Grassi, ad esempio. Su FB c’é un bel gruppo (Fake Painters) dove si analizzano questi fenomeni.

  • Carmelo Scibilia

    I Mangiatori di Ricotta, di Vincenzo Campi non sono in una collezione privata, ma al Musée des Beaux-Arts di Lione.